Visione d’impresa, tutele di genere e la responsabilità di formare il futuro. Giovanna Palumbo (Essenia UETP) si racconta a RE-values lab: «Un profilo costruito con cura è ciò che le aziende serie non si lasciano sfuggire»
Dottoressa Palumbo, la sua storia in Essenia UETP unisce formazione e mobilità transnazionale. Oltre all’arricchimento personale, qual è il vero “scarto competitivo” che un’esperienza all’estero offre oggi a un giovane che entra nel mercato del lavoro? E in che modo Essenia fa sì che queste nuove conoscenze si trasformino in competenze spendibili?
Le hard skill restano il prerequisito d’accesso al mercato del lavoro, ma oggi non bastano: il vero vantaggio competitivo nasce dalla capacità di integrarle con soft skill relazionali e organizzative e saperle combinare in contesti complessi. In questa prospettiva, la mobilità è un acceleratore formidabile, capace di spingere giovani generazioni fuori dalla propria comfort zone favorendo lo sviluppo di autonomia, flessibilità e problem solving. In Essenia UETP progettiamo percorsi mirati proprio a formare profili professionali completi e capaci di assumersi responsabilità. Vivere 6 mesi lontano da casa costringe a confrontarsi con imprevisti e nuove sfide; il nostro ruolo è accompagnare i partecipanti fornendo loro strumenti, metodo e supporto affinché riescano a superare gli ostacoli e a portare a termine il percorso intrapreso. Esattamente ciò che le imprese richiedono: persone intraprendenti e affidabili, capaci di iniziare progetti e di portarli a compimento.
Nella sua esperienza sul campo, esistono soft skill che riscontra con maggiore frequenza o intensità nelle candidate donne? E come si possono valorizzare queste risorse nel mercato attuale senza cadere in vecchi stereotipi di genere?
C’è un dato oggettivo: a candidarsi per le nostre borse di studio sono in netta maggioranza le donne, altresì per gli ambiti STEAM, storicamente a prevalenza maschile. Per fortuna, la maggior parte delle giovani di oggi non si sente più limitata da retaggi culturali e mostra proattività e determinazione, immaginando per sé un futuro caratterizzato anche da ruoli di responsabilità. Tutti gli studi più recenti concordano nel confermare che non esistono differenze di genere nelle competenze e che ogni individuo sviluppa il proprio potenziale in base a studi, contesto, motivazione e impegno. Più questa consapevolezza orienterà l’ingresso e la crescita nei settori strategici, più il mercato dovrà inevitabilmente misurarsi con una logica fondata sul merito.
Formazione, imprese e territorio: un triangolo fondamentale ma complesso. Qual è l’ostacolo principale che riscontra nel far dialogare efficacemente questi tre attori nel contesto locale?
Scuole e imprese non difettano di volontà. L’ostacolo principale è una complessa disconnessione strutturale. Le imprese faticano a dialogare con le scuole, frenate da barriere burocratiche; le scuole si confrontano con un numero crescente di importanti progetti sociali che, pur avendo un grande valore formativo, non sempre risultano integrati con percorsi orientati allo sviluppo delle competenze professionali e all’inserimento lavorativo.
La vera sfida consiste nel costruire un collegamento organico tra istruzione e tessuto produttivo. In questo scenario, l’ente di formazione e orientamento assume un ruolo strategico, agendo come un ponte capace di interpretare i fabbisogni reali delle imprese, superare le complessità burocratiche e integrare la didattica tradizionale con la formazione non formale. L’obiettivo ultimo è dare vita a sinergie solide e durature anziché a interventi passeggeri, guardando a un modello scolastico che sappia unire stabilmente teoria e pratica, sulla scia delle migliori esperienze estere.
I percorsi di mobilità accelerano l’indipendenza, ma i giovani si scontrano con un mercato segnato da una perenne incertezza. In questo scenario, come si insegna oggi la “resilienza professionale” o ritiene che questo concetto sia ormai un retaggio del passato, superato dal bisogno di flessibilità estrema?
Di fronte all’incertezza, l’alternativa non può essere una flessibilità subita passivamente, ma la riscoperta del proprio valore.
Più che insegnare a “resistere”, l’idea è accompagnare le giovani generazioni verso la formazione continua e il valore dell’impegno, stimolandole a puntare sulle proprie abilità nella consapevolezza che un profilo di competenze costruito con cura è ciò che le aziende serie non si lasciano sfuggire e, perché no, a fare impresa se il mercato del lavoro dipendente si fa stretto, diventando così generatori di opportunità. In questo modo, il cambiamento cessa di fare paura e si trasforma nel motore di una carriera stimolante.
La mobilità transnazionale rischia a volte di essere vista come l’anticamera della fuga dei cervelli. Qual è la strategia di Essenia UETP per far sì che l’esperienza all’estero non sia un addio alle proprie radici, ma un investimento di ritorno che arricchisce il tessuto economico locale?
La mobilità è un diritto a esplorare e crescere. La sfida del ritorno richiede un territorio attrattivo, con aziende locali capaci di creare contesti stimolanti e valorizzare l’innovazione. Tale obiettivo è il risultato di una filiera complessa: per generare opportunità di qualità, l’ecosistema locale ha bisogno di capitale umano eccellente. Alle fondamenta di questo percorso diventa centrale la sinergia in cui la scuola integri le soft skill nella didattica e le famiglie stimolino nei giovani l’autonomia affinché sviluppino pensiero critico e capacità decisionale, doti decisive per le imprese che investono sui talenti. La strategia di Essenia è fare da collante tra gli stakeholder per creare un ecosistema favorevole, in cui scuole, università, imprese ed enti fanno rete con le Istituzioni promuovendo azioni concretamente utili al territorio.
Un’ultima domanda, più personale: se la Giovanna Palumbo degli inizi dovesse iniziare oggi il suo percorso, in questo mercato così fluido e difficile, avrebbe avuto lo stesso successo? Cosa consiglierebbe alla ragazza di ieri forte dell’esperienza della donna di oggi?
Grazie per la domanda! È difficile dire come sarebbe andata. Alla Giovanna degli inizi direi: fai attenzione a ciò che desideri. Volevo lavorare con scuole e con i giovani e lo faccio da 17 anni, ma il peso della responsabilità a volte è schiacciante. D’istinto le direi anche: «Adotta un modello di leadership più distaccato», ma subito dopo cambierei idea. Guardando le mie colleghe e me, vedo donne, mamme e imprenditrici a volte esauste, sì, ma con una determinazione incrollabile. Le direi quindi: «Tieniti stretta la passione e, quando necessario, riposati».