Nel segno del Manifesto Fluxus, il corpo si fa strumento critico contro la violenza di genere: la sinergia tra l’artista e Donnexstrada per rivendicare, attraverso il corpo femminile, il diritto all’autodeterminazione e alla sicurezza nello spazio pubblico
«PROMOTE A REVOLUTIONARY FLOOD AND TIDE IN ART. Promote living art, anti-art, promote NON ART REALITY to be grasped by all peoples, not only critics, dilettantes and professionals». Nel 1963, George Maciunas scrive queste parole nel Manifesto Fluxus, per rivendicare un’arte capace di “sporcarsi”, travalicando gli argini che la separano dalla vita. Un’onda rivoluzionaria che travolge corpi, spazi, relazioni e che si insinua nelle pieghe dell’esistenza quotidiana, trasformando il modo in cui abitiamo il mondo. Una visione che, a distanza di oltre sessant’anni, si dimostra di sorprendente attualità. In una società segnata da tensioni, crepe e conflitti, l’arte non può che rappresentare una soglia di attraversamento, uno spazio in cui prendere coscienza rispetto a problematiche reali.
In tale prospettiva, può essere letta Dirty Sweat, la performance di Martina Rota, realizzata in collaborazione con Donnexstrada, associazione non profit che si occupa di violenza contro le donne e promuove la sicurezza in strada.
Per comprendere la portata di Dirty Sweat, occorre situarla all’interno di un più ampio orizzonte teorico, in cui il corpo femminile si rivela il luogo in cui si inscrivono le contraddizioni sociali, le gerarchie di potere, le violenze strutturali. Secondo la riflessione foucaultiana (in Sorvegliare e punire, 1975), le istituzioni moderne (dalla prigione alla scuola, dalla fabbrica all’ospedale) esercitano il proprio controllo mediante la disciplina dei corpi, che agisce su posture, voci e soglie di visibilità. A partire dagli anni Sessanta, molte artiste trasformano il corpo in strumento critico e spazio di resistenza. Le artiste performative scelgono di esporre ciò che la disciplina dei corpi tende a occultare, ovvero la vulnerabilità, il desiderio, il piacere.
Nel 1964 a Kyoto, Yoko Ono, seduta immobile sul palco di un teatro, invita il pubblico ad avvicinarsi e tagliare i propri vestiti con un paio di forbici. In Cut Piece, il corpo dell’artista incarna la vulnerabilità femminile in tempo reale, la restituisce nuda alla coscienza collettiva. In quello stesso anno, Carolee Schneemann realizza Meat Joy, una performance che celebra la fisicità come forza sovversiva e rivendica un corpo che gode, che si sporca (tra carne cruda, vernice, pesce, carta). Nel 1968, con Tapp und Tastkino, Valie Export restituisce al corpo femminile l’agentività che la cultura dominante sistematicamente gli nega, ribaltando la logica del voyeurismo e sfidando il pubblico a interagire con una donna reale anziché con immagini su uno schermo. Nel 1973, Ana Mendieta allestisce nel proprio appartamento una scena di stupro (tra abiti strappati, sangue e il proprio corpo nudo piegato sul tavolo) e lascia aperta la porta affinché i passanti potessero scoprirla per caso. Rape Scene è una sorta di scena del crimine che smaschera la violenza sulle donne in quanto fatto strutturale e non circoscrivibile soltanto nell’ambito della tragedia individuale. È l’arte profondamente “sporca”, ciò che il sistema non riesce a classificare e che mette in crisi le sue categorie (Mary Douglas, in Purity and Danger, 1966).
L’inaugurazione del nuovo Punto Viola al The Hoxton Hotel di Roma, nella primavera di quest’anno, è il pretesto simbolico per ospitare Dirty Sweat, nell’ambito dell’evento Il sogno che mi assegno, titolo di per sé già esplicativo. La collaborazione con Donnexstrada si inserisce in una pratica artistica che da anni indaga il rapporto tra corpo, spazio e possibilità di trasformazione. «Là dove c’è ricerca c’è performance», afferma l’artista, una concezione della performatività che diventa modus cognoscendi ma anche modus essendi, un atteggiamento di apertura, sconfinamento, esplorazione della realtà. Il progetto prende forma, nel 2018, a partire da una riflessione sul trauma e sulla memoria corporea. In principio, l’indagine si concentrava sul dolore e sulle sue rappresentazioni, poi il focus si è spostato sul piacere in quanto possibilità di riappropriazione del corpo e di rivendicazione della propria presenza nel mondo. Il corpo emerge in quanto archivio di esperienze, vulnerabilità ma anche potenzialità trasformative; si muove in uno spazio essenziale tra controllo e abbandono. Il “sudore sporco” del titolo è il segno tangibile della fatica del corpo che ricorda e resiste. Attraverso una sequenza di azioni reiterate, sforzi fisici, accelerazioni, Rota innesca un processo di attraversamento del trauma. Al centro della ricerca il piacere, mezzo di riappropriazione del proprio corpo dopo la violenza e pratica di riconquista dell’autodeterminazione. La performance assume così una dimensione quasi rituale: il corpo diventa il luogo in cui memoria e presente si incontrano (e scontrano), mentre il pubblico è chiamato a condividere un’esperienza di prossimità emotiva, abitando la vulnerabilità. La collaborazione con Donnexstrada va oltre la necessità di sensibilizzare sul tema della violenza di genere, poiché riguarda il diritto stesso di abitare lo spazio pubblico e traduce una problematica sociale in esperienza sensibile.
La performance si inserisce in una ricerca che da anni esplora il corpo, tra emozioni, desideri e conflitti. In Don’t Fight The Feelings (2023), lo spazio è ridefinito da una sorta di palestra composta da pertiche e i giovani performer sono indotti a sperimentare inedite forme di prossimità e cooperazione; ad introdurre una dimensione liquida e mutevole, centinaia di ghiaccioli, destinati a sciogliersi. In With All My Strength (2024), realizzata con la collaborazione di alcuni bodybuilder, la forza fisica diventa uno strumento per indagare gli stereotipi legati alla mascolinità e rivelarne la fragilità.
In UNTITLED 111 (TO FORGET) (2021) e UNTITLED 222 (TO LET GO) (2022) emerge ancora la dimensione transitoria dell’esperienza e la necessità di accogliere ciò che sfugge. In molte performance, ricorrono sostanze destinati a sciogliersi, consumarsi o mutare forma. Acqua, cera, sudore diventano i cardini di una poetica del cambiamento e dell’imprevedibilità, che afferisce tanto alle cose quanto alle relazioni. Il tentativo è quello di individuare «punti di risonanza» tra soggettività differenti e di generare quelle che Rota definisce «temporanee collettività», in uno spazio condiviso, in cui corpi, pubblico e ambiente sono in una relazione di interdipendenza. Come ricorda la stessa artista «l’arte deve sempre fornire aperture» e Dirty Sweat trasforma il corpo in una soglia attraverso cui immaginare insieme modi diversi di abitare lo spazio, le relazioni, il mondo.