Trimarchi: «La cultura ha bisogno di una visione laica»

Necessario uscire dalla tendenza a sacralizzare e credere elitari i musei, e lo stesso vale per i teatri, trasformandoli in spazi ospitali, luoghi di sosta e di socialità: «In questo modo diventano familiari e si abbattono le barriere fisiche e simboliche che li rendono poco accessibile per tutti»

I musei sono spesso visti come espressioni di un patrimonio sedimentato nel passato, con una connotazione medio-borghese che ancora oggi determina e “sceglie” la composizione dei loro pubblici. Come si sana, allora, la frattura tra gli spazi culturali e i loro pubblici potenziali? Quali elementi strategici sono capaci di liberare il potenziale generativo di un museo e di renderlo più accessibile e inclusivo?

I musei italiani sono per lo più ospitati in palazzi magnifici concepiti come residenze. Questo comporta un certo grado di estraneità dei musei rispetto al tessuto urbano: isolati dai percorsi ordinari dei residenti, esclusivi nella forma e nello stile, arroccati sul piano simbolico e privi di segnali che incoraggino la curiosità e il desiderio di esplorare che pure segnano così incisivamente la società dei nostri anni. Se ci riesce a entrare, si trova un deposito tassonomico di opere d’arte custodite in una sorta di “decorated white cube” del tutto privo di percorsi, e di connessioni con opere, documenti e segni che ne enfatizzino lo spirito del tempo. Questa è stata, per due secoli, la sbornia identitaria di nouveaux riches che anelavano a riconoscere sé stessi come membri di un club esclusivo; la società dei nostri anni chiede, invece, di esplorare, scoprire, interpretare, immaginare: il vecchio format è decisamente obsoleto, lo stesso concetto di museo va ripensato, non più come custodia di memoria rituale, ma come crogiolo della memoria futura.

Come si rafforza il senso di bene comune intorno a un’istituzione culturale?

L’aspetto stesso dei luoghi della cultura, e la loro imponenza rispetto alla città, finiscono per dare un chiaro messaggio di esclusività: «members only». Perché la cultura sia percepita (e risulti realmente) come bene comune si dovrebbe partire dalla mappa urbana: un museo, e lo stesso vale per un teatro, dovrebbe mostrarsi aperto e accogliente anche per quanti non hanno già deciso di visitarlo; spazi ospitali, luoghi di sosta e di socialità, in questo modo si diventa familiari e si abbattono le barriere fisiche e simboliche che lo rendono poco accessibile per tutti.

Nel Museumquartier di Vienna, nonostante il clima non sempre morbido, il cortile ospita dei sedili di pietra sui quali ci si può adagiare senza che nessuno chieda perché; è più facile che da lì si voglia curiosare magari entrando nel museo per scoprirne le opere. Se le persone sono inclini a passarci del tempo, poi sarà utile agire sui percorsi e sulla comunicazione: tra una visita e l’altra non possiamo essere abbandonati, il museo dovrebbe farci capire con chiarezza che siamo importanti. In questo modo ci si sente parte di una comunità.

Vuole riassumerci i punti chiave dei piani strategici da lei elaborati per il Colosseo e per il Museo MADRE di Napoli? Due contenitori, immagino, profondamente diversi…

Per quanto “riassumere” risulti quasi impossibile, posso mettere a fuoco l’approccio che con i miei colleghi adottiamo per costruire una strategia. Di norma, se un’istituzione ne sente il bisogno è perché la vita quotidiana del sistema culturale è segnata da una routine fatta di regole rigide e spesso costrittive, e da un dialogo con la società che si può intensificare ed espandere. L’elemento comune è affrontare gli orizzonti strategici da una prospettiva che sappia partire da zero. Il che non significa ignorare quanto è stato fatto o è in corso (entrambe le istituzioni sono ricche di iniziative e progetti), ma domandarci che cosa si potrebbe offrire a un alieno che atterrasse per la prima volta sulla Terra. In questo modo, pur accreditando la storia e i valori dell’istituzione, si cerca di guardare lontano: quali sono le aspettative percettive della società? Qual è il suo glossario quotidiano? Una comunità cosmopolita così sofisticata e complessa va affrontata, incoraggiata e possibilmente “sedotta” utilizzando il suo linguaggio. Il paradosso virtuoso, che purtroppo il “dibattito” tuttora ignora con un qualche scetticismo, è che l’arte e la cultura sono le aree più eloquenti e incisive per noi contemporanei.

La bellezza da sola non basta a creare economia. Servono sempre nuove esperienze e servizi connettivi affinché prodotti e servizi possano essere tradotti in valore economico. Rispetto a questa finalità le nuove tecnologie – Realtà Aumentata e Virtuale, Blockchain, Intelligenza Artificiale e Internet of Things – che contributo sono capaci di offrire?

Per generare valore il sistema culturale dovrebbe navigare con intelligenza e pertinenza tra le opzioni offerte dalle tecnologie emergenti. Il rischio – cui si indulge ogni tanto per superficialità – è aprire la dimensione digitale per creare effetti speciali a buon mercato.

Molte delle iniziative etichettate come “immersive” spesso appaiono come oniriche, quasi lisergiche, e certo non attivano alcun dialogo critico con il visitatore. La dimensione digitale è una cosa seria, purché venga adottata in sinergia coerente con quella analogica. Accettiamo – e comprendiamo – il valore aggiunto che possono generare le infografiche durante le partite di calcio, esploriamo le mappe mentre siamo impegnati in un videogioco, e non siamo capaci di raccontare il plot di un’opera lirica con mappe affettive, né di mostrarne il “dietro le quinte” nei cambi di scena, o di inquadrare in primo piano il viso di chi sta per essere trucidato.

Le opzioni digitali hanno un potenziale narrativo che può offrire al visitatore e allo spettatore uno spettro esteso di informazioni e di conoscenza (ciò che finora ciascuno di noi fa “artigianalmente” consultando libri e interrogando amici più esperti); in questo modo non soltanto si intensifica il dialogo culturale con i fruitori, ma al tempo stesso si incoraggia l’interesse verso esperienze culturali meno mordi-e-fuggi e più dense, il piacere di condividere e partecipare, la disponibilità a pagare e a donare.

È l’ennesimo paradosso virtuoso, che richiede soltanto una visione laica della cultura.

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