La digitalizzazione delle PMI, opportunità e urgenza del Paese

elio cataniaPer il presidente di Confindustria digitale, Elio Catania, il voucher per le piccole e medie imprese resta essenziale perché queste possano intraprendere e completare la loro trasformazione

 

Dopo i documenti strategici su banda larga e crescita digitale il governo Renzi ha cambiato verso ancora e, con l’articolo 29 della Legge di Stabilità 2015, decurta del 50% i budget dedicati alla spesa informatica. Un’incoerenza giustificabile secondo lei o, quanto meno, riparabile?
Si trattava di una misura talmente incoerente che sappiamo si sta lavorando per porvi rimedio. Il governo ha dichiarato di importanza fondamentale il digitale e, con esso, la trasformazione del Paese.
Sarebbe pertanto stato incomprensibile se, come primo atto legislativo, avesse portato avanti una riduzione di tale spessore. Immaginiamo che il presidente del Consiglio Renzi volesse piuttosto
intendere la necessità di razionalizzare la spesa, di utilizzare meglio le tecnologie per avere economie di scala, monito sul quale ci trova d’accordo. Allo stesso tempo, sono così tanti gli investimenti da fare – banda larga, agenda digitale, anagrafe unica, fascicolo sanitario elettronico e altri – che è impossibile pensare a una riduzione di risorse economiche.

Al momento ancora nulla di fatto per il voucher alle PMI sul digitale. Perché dovrebbe essere ripresa la sua proposta?
Il voucher per le piccole e medie imprese resta per noi essenziale perché queste possano intraprendere e completare la loro trasformazione. I numeri parlano da soli e parlano chiaro. Meno del 5 per cento delle nostre piccole e medie imprese fa transazioni economiche sul web contro la media europea che sfiora il 20% e l’80% delle PMI andate fuori mercato lo scorso anno non aveva neanche un sito web. La digitalizzazione delle piccole e medie imprese è quindi sia una opportunità da non lasciarsi sfuggire, sia – al tempo stesso – l’urgenza più grande che abbiamo. Spesso la struttura delle nostre imprese non consente di avere capacità autonome per cavalcare l’innovazione, la Rete, i processi che le nuove tecnologie mettono a disposizione. Ecco perché il poter disporre di una agevolazione economica – che consenta di poter investire su competenze e professionalità che coadiuvino l’imprenditore nelle attività, o per acquistare nuovi mezzi tecnologici, riteniamo resti fondamentale.

Restando in tema di direzioni politiche del governo, Industria 4.0 ha visto la partecipazione di Confindustria digitale alla stesura del documento. Quali sono gli obiettivi del piano per rendere concreta la rivoluzione digitale nel nostro Paese?
L’Italia è il secondo Paese manifatturiero in Europa, come dimostrato dal 16,5 del Pil legato alla manifattura. L’obiettivo – alla nostra portata – è di far crescere questa quota fino al 20% proprio attraverso l’utilizzo delle tecnologie. Bene ha fatto, quindi, il governo – attraverso il Mise e Palazzo Chigi – ad attivare dei gruppi di lavoro, di cui Confindustria è parte ed ente promotore, per identificare una policy proprio nell’area di trasformazione manifatturiera. Il punto di partenza è alto. Le imprese italiane sono tra le più robotizzate, in termini di macchine utensili e di automazione. Il passaggio fondamentale da compiere a questo punto è di farle dialogare tra loro, interagire meglio e di più con il mercato, i clienti e i fornitori. Se utilizzando le nuove tecnologie saremo capaci di mettere al centro la conoscenza avremo grandi benefici in termini di time to market, qualità dei prodotti e di innovazione per la creazione di nuovi. Siamo pertanto molto favorevoli all’interesse del mondo confindustriale sul tema Industria 4.0. Dobbiamo però trovare la via italiana. Non possiamo seguire la lezione tedesca perché la Germania non solo è più avanti di noi ma ha una struttura industriale diversa, basata su grandi imprese. Nel nostro Paese, invece, 4milioni e 300mila aziende hanno meno di 10 dipendenti. Dobbiamo cercare e trovare quali sono i criteri e i modi con cui far fare questo salto culturale e industriale alle nostre microimprese. Al momento abbiamo individuato tanti esempi positivi che, se messi a sistema, ci incoraggiano nel credere che ce la possiamo fare.

Digitalizzazione della PA e digitalizzazione delle imprese: a che punto siamo? Quanta distanza ancora ci separa dalla media europea?
Siamo ancora indietro rispetto alla media europea, anche se dobbiamo registrare negli ultimi 12 mesi dei progressi. Dal fondo della pista l’aereo si messo in moto ma ora deve decollare. Il governo con i documenti programmatici su banda ultralarga e servizi digitali ha mostrato di avere attenzione e interesse per il digitale ma occorre di più. È ormai indispensabile una politica industriale unitaria per il digitale, che acceleri sulla costruzione della rete e che veda la Pubblica Amministrazione diventare una best practice che investe su elementi abilitanti come i centri di innovazione territoriali e che incentiva la trasformazione digitale con defiscalizzazioni mirate. Ci aspettiamo che su questo obiettivo il governo venga fuori in modo determinato e convincente.

Un’ultima domanda: cosa pensa dello smart working? Siamo pronti?
Io direi di sì. L’Italia è da sempre il Paese più avanti nell’uso dei dispositivi mobili e lo smart working porta con sé il fatto che la gente operi in maniera autonoma, flessibile e condivisa. Siamo quindi per attitudine già pronti. Bisogna però – punto fondamentale perché questa nuova modalità trovi concreta applicazione – ammodernare e adeguare gli impianti legislativi, formativi e organizzatori a questa forma di lavoro molto ambita dai giovani perché possa essere meglio regolata.

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