Meno burocrazia per sbloccare gli investimenti: il passaggio cruciale verso un sistema di aiuti trasparente, accessibile e orientato alle priorità industriali
Il Governo chiude il percorso sul riordino degli incentivi alle imprese e prova a dare una forma più semplice a un sistema che, negli anni, è diventato difficile da leggere anche per gli operatori. Il decreto legislativo approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri il 22 giugno 2026 attua la legge delega 160 del 2023 e affianca il Codice degli incentivi, già operativo dal 1° gennaio. La novità non consiste nell’arrivo immediato di un nuovo contributo, ma nella riscrittura della mappa degli strumenti pubblici a disposizione delle aziende.
Il tema è concreto. Oggi un’impresa che cerca un aiuto per investire, innovare, comprare macchinari, crescere sui mercati o superare una fase delicata deve orientarsi tra fondi, sportelli, crediti d’imposta, garanzie e procedure diverse. Il decreto nasce per ridurre questa dispersione. La linea scelta è quella di mantenere alcuni strumenti centrali e far confluire attorno a essi le misure che hanno finalità simili. In questo modo l’amministrazione dovrebbe programmare meglio gli interventi e le imprese dovrebbero capire con maggiore facilità dove cercare il sostegno più adatto.
Il cuore del nuovo assetto è il Fondo per la crescita sostenibile.
Questo Fondo, già esistente, viene rafforzato e diventa il punto di raccolta di molte politiche gestite dal ministero delle Imprese e del made in Italy. Accanto a esso restano altri quattro strumenti: il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, il Fondo nazionale per l’innovazione dedicato al venture capital, la Nuova Sabatini per l’acquisto di beni strumentali e gli interventi per l’aerospazio. La scelta del legislatore, quindi, non è azzerare tutto, ma tenere i canali più usati e organizzarli meglio.
Il Fondo per la crescita sostenibile sarà diviso in quattro aree.
La prima riguarda ricerca, sviluppo e innovazione: qui rientrano i grandi progetti europei, i bandi per attività di ricerca, il trasferimento tecnologico e la tutela della proprietà industriale.
La seconda area guarda alla nascita di nuove imprese, comprese le startup innovative, le cooperative e le iniziative promosse da giovani e donne.
La terza area finanzia gli investimenti produttivi legati alla transizione digitale e ambientale, anche attraverso i contratti di sviluppo e bandi mirati.
La quarta area è dedicata al credito e ai capitali, con strumenti pensati per sostenere continuità aziendale, ristrutturazioni e tutela dei posti di lavoro nei casi di difficoltà temporanea.
Un punto da non sottovalutare riguarda i destinatari. Il decreto usa una definizione larga di impresa, che può comprendere anche lavoratori autonomi e professionisti, se il singolo bando lo prevede. Non significa che ogni misura sarà aperta automaticamente a tutti. Significa però che il nuovo impianto lascia spazio a bandi costruiti anche per soggetti che non hanno la forma classica della società commerciale. La platea effettiva sarà decisa, di volta in volta, dalle discipline quadro e dagli avvisi attuativi. Per le aziende l’effetto più immediato è soprattutto informativo e organizzativo. Il decreto non dice ancora quanti soldi saranno disponibili per ogni linea, né apre da solo finestre per presentare domande. Il passaggio decisivo sarà la prossima legge di Bilancio, chiamata a definire come le risorse dovranno confluire nel Fondo per la crescita sostenibile e quali stanziamenti saranno assegnati alle sue sezioni. Dopo quel passaggio, il Mimit dovrà adottare i decreti che fisseranno le regole generali dei bandi: obiettivi, beneficiari, forme dell’aiuto, modalità di pagamento, controlli e revoche. Il termine indicato è di 180 giorni dall’entrata in vigore della legge di Bilancio che disciplinerà la confluenza delle risorse. Nel frattempo alcune misure vengono eliminate. Il decreto sopprime il voucher per l’internazionalizzazione con Temporary export manager e competenze digitali, due crediti d’imposta ambientali collegati a materiali di recupero e prodotti da riciclo o riuso, e le misure del Fondo rotativo nazionale self-employment. La cancellazione non travolge però le pratiche già partite. I procedimenti avviati prima dell’entrata in vigore del decreto continueranno con le vecchie regole fino alla loro conclusione, comprese le fasi di erogazione e gli eventuali recuperi. La riforma ha anche una ragione europea. Il riordino è collegato agli impegni del Pnrr e risponde all’esigenza di rendere il sistema italiano degli aiuti più trasparente, controllabile e orientato ai risultati.
L’idea di fondo è passare da una lunga serie di interventi spesso piccoli e separati a strumenti più stabili, capaci di seguire priorità industriali definite: innovazione, crescita dimensionale, transizione verde, digitale, accesso alla finanza e gestione delle crisi. Il successo, però, dipenderà dall’attuazione.
Una struttura più ordinata può aiutare solo se sarà accompagnata da bandi chiari, tempi prevedibili, istruttorie non eccessivamente lunghe e piattaforme digitali davvero funzionanti. Le imprese non chiedono soltanto incentivi più facili da trovare, ma anche procedure comprensibili, documenti proporzionati e risposte certe. La semplificazione, in altre parole, dovrà misurarsi non sul testo del decreto, ma sul modo in cui gli sportelli saranno aperti e gestiti. Per consulenti e imprese la priorità, nei prossimi mesi, sarà seguire tre passaggi.
Il primo è la legge di Bilancio, perché lì si capirà quanta capacità finanziaria avrà il nuovo schema. Il secondo è l’adozione dei decreti quadro, che diranno come funzioneranno i bandi tematici. Il terzo è la pubblicazione degli avvisi, unico momento in cui sarà possibile verificare requisiti, spese ammesse, percentuali di agevolazione e scadenze. Il decreto, quindi, va letto come una riforma della macchina degli incentivi, più che come un pacchetto di aiuti già pronto.
La direzione è chiara: meno frammentazione, più coordinamento e maggiore attenzione alla valutazione degli effetti.
Resta da vedere se il nuovo disegno riuscirà a trasformarsi in un vantaggio reale per chi investe. La prova sarà tutta amministrativa: meno passaggi inutili, meno incertezza e strumenti accessibili anche alle imprese che non dispongono di strutture interne dedicate alla finanza agevolata.