Filiera agroalimentare italiana e meridionale, le sfide future

L’obiettivo sarà quello di migliorare le pratiche di produzione del cibo, preservando la qualità dei suoli, diversificando le colture, minimizzando l’utilizzo di fertilizzanti, promuovendo l’agricoltura organica supportata da quella di precisione, riducendo il consumo di acqua ed energia e l’emissione di gas serra

 

Il sistema agroalimentare italiano, come evidenziano gli studi di SRM, si dimostra uno dei cardini dell’economia nazionale; l’insieme del valore aggiunto di agricoltura e industria alimentare è di oltre 64 mld di euro e supera di poco il 4% del PIL nazionale. Includendo anche i settori a valle, tale incidenza sale notevolmente, raggiungendo il 15%.

In particolare, il valore aggiunto dell’Agricoltura, Silvicultura e Pesca dell’Italia è di 32.878 mln euro al 2020, posizionandosi al terzo posto in Europa, dopo Turchia e Francia, mentre quello dell’alimentare, bevande e tabacco è di 31.194 mln euro al 2020, ed è 4° in Europa dopo Germania, Francia, Regno Unito. L’agroalimentare ha dimostrato di essere tra i settori dell’economia nazionale più resilienti di fronte alla crisi in corso: nel 2020, il valore aggiunto ha registrato una variazione rispettivamente di -3,8% e +1,8% (prezzi correnti) contro una media generale di oltre il -7%. I prodotti Made in Italy si confermano particolarmente attrattivi. A livello globale l’Italia è il sesto esportatore del settore alimentare, con una quota di mercato che raggiunge il 4%. Nel 2020 l’export agroalimentare è di oltre 46 mld, il 71% verso l’Europa, il 14% verso l’America, l’11,2% verso l’Asia, 1,8% verso l’Africa.

Anche il Mezzogiorno dimostra di essere una forza importante per il Paese. Con un valore aggiunto del settore agro-alimentare (al 2019) di circa 19,5 mld di euro rappresenta quasi un terzo del dato complessivo nazionale. Nel 2020 l’export dell’agro-alimentare meridionale è di 8,2 mld euro, il 18% del dato nazionale, il 68% verso l’Europa, il 16,5% verso l’America, il 9,9% verso l’Asia, 3,4% verso l’Africa. L’area registra performance migliori: nel 2020 export +6,7% contro un dato Italia del +1,7%. Inoltre, esporta in 192 dei 207 Paesi nei quali sono presenti prodotti italiani. Oltre al commercio internazionale, il Mezzogiorno alimenta anche gli scambi interregionali, sostenendo le filiere lunghe nazionali attraverso le interdipendenze produttive che sviluppa con le altre aree italiane.

In particolare, il Mezzogiorno risulta fornitore di prodotti primari del Centro-Nord e importatore di prodotti lavorati e industriali. Guardando al futuro, agricoltura, trasformazione degli alimenti, trasporto e distribuzione, consumo alimentare e nutrizione si trovano a fronteggiare sfide di carattere globale, legate al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento di risorse naturali quali acqua e suoli fertili, alla crescita demografica e all’invecchiamento della popolazione, alla urbanizzazione e alla trasformazione degli stili di vita, all’impatto delle nuove tecnologie informatiche.

Di fronte ad un tale scenario quali possono essere le strade future che l’agroalimentare italiano può avere avanti a sé?

Una prima direttrice è rappresentata dal ruolo e dall’importanza della tradizione e del Made in Italy nella produzione e nei mercati tradizionali, sia interni che contigui. Il nostro “brand” è ampiamente riconosciuto e va alimentato e difeso.

Se da un lato la combinazione vincente dell’offerta cibo-vino italiano, dell’attrattività degli agriturismi e dei borghi rurali, della leadership alberghiera e della ristorazione, fa della gastronomia italiana una esperienza di eccellenza assoluta e di grande impatto economico sul territorio, non possiamo non ricordare tutto ciò va costantemente difeso con policy volte sia a valorizzare il territorio italiano, sia a contrastare l’Italian Sounding.

Il falso Made in Italy (Stati Uniti, in Canada, in Australia, in America latina e in diversi altri mercati, inclusi quelli europei) danneggia una parte sempre più consistente dell’economia italiana e delle esportazioni agroalimentari. Una seconda direttrice è quella dell’innovazione, che interessa la bioeconomia e nuovi mercati (health, beauty, bioenergie, biocarburanti).

Se l’agro-alimentare è sempre stato trattato come un settore maturo in realtà ben sappiamo che tutto sta cambiando in maniera radicale e il settore agricolo, in particolare, sta assorbendo degli elementi tecnologici nella sua attività. La filiera agro-alimentare rappresenta inoltre uno dei motori della Bioeconomia; il suo peso è di oltre il 60% (La Bioeconomia in Europa, N.7 Intesa Sanpaolo).

In riferimento ai nuovi comparti della filiera che si stanno imponendo sul mercato occidentale, citiamo la cosmetica e la nutraceutica che al momento sono già ben sviluppati in Italia con un buon margine rispetto agli altri paesi europei.

Vanno inoltre in questa stessa direzione anche gli investimenti in termini di economia circolare e sostenibilità che interessano i campi delle bioenergie, della manutenzione boschiva e del riciclo dei rifiuti agroalimentari, che rispondono in modo ottimale anche agli Obiettivi energia-clima 2030. Affinché l’Italia possa seguire con successo le suddette sfide, deve puntare in modo decisivo su alcuni fattori abilitanti.

Rientra tra questi la “sostenibilità delle produzioni” che assume una valenza reciproca rispetto all’agroalimentare.

Sappiamo che ogni livello della filiera agroalimentare produce rifiuti di diversa natura e in quantità mutevoli. A ciò si aggiungono i danni ambientali provocati dalle emissioni di CO2 e consumi idrici inutili ed evitabili. Tuttavia, occorre riconoscere all’agricoltura il merito di riutilizzare le terre incolte e quindi di consentire una rigenerazione dei terreni.

Diversi sono gli strumenti e gli interventi previsti a livello europeo per favorire produzioni sostenibili come European Green Deal (Mille miliardi di euro in dieci anni per azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050), la PAC per un uso efficiente e razionale delle risorse naturali e quindi percorso strategico di crescita e ristrutturazione del settore.

Un altro fattore abilitante è la “Tecnologia applicata”. Sistemi avanzati di gestione dell’informazione, agricoltura di precisione, automazione agricola e robotica, diventeranno presto la norma e una necessità competitiva nelle economie più sviluppate.

L’obiettivo sarà quello di migliorare le pratiche di produzione del cibo, preservando la qualità dei suoli, diversificando le colture, minimizzando l’utilizzo di fertilizzanti, promuovendo l’agricoltura organica supportata dall’agricoltura di precisione, riducendo il consumo di acqua ed energia e l’emissione di gas serra.

Servono poi competenze specifiche e diverse per crescere ed ecco che la formazione fa da anello di congiunzione del cambiamento. Occorre puntare sull’istruzione poiché l’Italia è ancora lontana dall’Europa: nel secondo trimestre 2020, il 62,6% delle persone di 25-64 anni ha almeno il diploma superiore contro una media Ue del 79%. Un ruolo rilevante è assunto dagli I.T.S. e dall’Area STEM per la domanda delle imprese di nuove ed elevate competenze tecniche. Infine, per rilanciare il posizionamento dell’Italia e del Mezzogiorno nella filiera internazionale serve un nuovo piano localizzativo caratterizzato da una governance che faciliti e non ostacoli la trasformazione e che punti su una corretta gestione dei fondi nazionali ed europei (programmazione 2021/27, Recovery fund..), un rafforzamento della logistica per rendere centrale il ruolo dell’Italia in Europa e quello del Mezzogiorno in Italia (ruolo strategico delle ZES), lo sviluppo delle tecnologie e digitalizzazione per lo sviluppo delle nuove specializzazioni dei distretti o riqualificazione di quelli esistenti ed una ridefinizione delle competenze e della qualità del lavoro.

Con questi presupposti, il settore sarà in grado di dare risposte intelligenti e innovative alla crescente spinta verso la sostenibilità ambientale e climatica delle produzioni agroalimentari e, contando sui punti di forza, potrà superare con successo le numerose sfide future.

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