Turismo, l’onda lunga della crisi

Il valore aggiunto prodotto si è fermato a 67,6 miliardi di euro (64 in meno rispetto al 2019), riportando il settore indietro di 10 anni. Per la presidente di Confindustria Alberghi, Maria Carmela Colaiacovo: «Le buone performance estive fanno ben sperare ma non possono cancellare 14 mesi di fermo pressoché totale di tutte le attività»

 

Presidente, numeri in ripresa per il comparto grazie al buon andamento turistico estivo. Nei fatti quanto si è recuperato e quanto, invece, è andato definitivamente perso?

Nel corso dell’estate qualcosa ha iniziato a muoversi, alcune località sono andate bene ma per tante si è confermata la grandissima difficoltà come per le città d’arte e tutte le destinazione vocate al turismo internazionale. Ricordo che le perdite accumulate da un albergo non possono in alcun modo essere colmate. Nel settore alberghiero non esiste “magazzino”, la camera che non viene venduta è persa e non potrà più essere recuperata. A metà settembre, l’Istat ha diffuso i dati sul Conto Satellite del Turismo 2020 che riportano alla luce la drammaticità della crisi che il settore ha vissuto in questi mesi, confermando le analisi che avevamo condotto e la debolezza degli interventi di sostegno rispetto ad un quadro così difficile. Il valore aggiunto prodotto dal turismo si ferma a 67,6 miliardi di euro (64 miliardi in meno rispetto al 2019), riportando il settore indietro di 10 anni. Il comparto alberghiero ha sofferto la totale assenza di domanda internazionale con un calo dei pernottamenti di oltre il 70% tenuto conto che il dato Istat ricomprende anche le strutture extralberghiere che, come noto, hanno sofferto meno degli hotel. Ad impattare negativamente su tutte le destinazioni anche la diminuzione della componente interna (-36%). Quanto registrato questa estate è una ventata di ottimismo che ci lascia ben sperare. Certamente i risultati ottenuti e quelli che prevediamo non potranno cancellare 14 mesi di fermo pressoché totale di tutte le attività.

Hanno recuperato anche le città d’arte, particolarmente colpite dalla pandemia?

Purtroppo no. I primi 6 mesi del 2021 sono partiti con grande difficoltà ma grazie alla campagna vaccinale sono arrivati i primi segnali positivi a luglio e agosto. Alcuni timidissimi segnali di recupero per le città d’arte hanno visto chiudere Roma con un’occupazione del 40%, Firenze del 50% e Venezia del 55%. Valori migliori rispetto al passato recente ma decisamente ancora troppo lontani dal periodo pre-crisi (Roma, nell’estate 2019 registrava un’occupazione del 75%, Firenze dell’80% e Venezia dell’85%) come testimoniano le strutture ancora chiuse da marzo dello scorso anno. Dalle nostre analisi, positivo il bilancio delle destinazioni mare che mediamente hanno segnato un’occupazione delle camere del 70%, con un boom di presenze in Liguria e in Toscana (oltre l’80% l’occupazione delle camere). Buono anche il dato sulla montagna che, dopo aver sofferto le cancellazioni durante l’inverno 2020 a causa della chiusura degli impianti sciistici, fa ben sperare sulla prossima stagione fredda. Molto bene le strutture del Trentino che hanno registrato un 70% di occupazione camere. Positivi i segnali anche per le aree interne cui si è rivolta molta della domanda post-covid con un’occupazione superiore al 60%.

Oltre al turismo italiano, quali mercati internazionali hanno scelto il nostro Paese? Ci sono stati “nuovi” arrivi?

I viaggi per turismo purtroppo sono autorizzati ancora da pochissimi paesi e il turismo italiano soffre dell’assenza dei viaggiatori internazionali che costituiscono ben oltre il 50% delle presenze. Un’assenza che condiziona profondamente il segmento lusso e nel complesso tutto il territorio. Il turismo internazionale è ancora sostanzialmente fermo con effetti molto seri sulle città d’arte che, come già detto, sono ancora in grande sofferenza. I primi segnali registrati ad agosto sono stati migliori del 2020, ma sideralmente lontani dai livelli 2019. A settembre – tradizionalmente alta stagione per le città d’atre – il turismo europeo è stato ancora molto ridotto e benché si siano affacciati dei viaggiatori dagli USA, i dati di occupazione registrati rimandano a numeri che a fatica si avvicinano a quelli di un gennaio pre-pandemia. Questo anche perché alcuni mercati fondamentali per le grandi città d’arte sono tuttora – e lo saranno ancora per un bel po’ di tempo – completamente chiusi ai viaggi per turismo. È il caso di Cina e Russia, ma anche dell’India e di diverse altre provenienze che concorrevano a costruire la forza del turismo italiano, soprattutto nei segmenti di fascia più alta.

Quali cambiamenti avutisi in questi mesi sono destinati, secondo lei, a durare sia nella fruizione, sia nella proposta da parte degli operatori?

Tra le priorità “ante-covid” c’è sempre stata quella di osservare e anticipare le nuove tendenze del mercato. Questo vale ancora di più oggi con le aziende alberghiere chiamate a reinventare i propri spazi tra distanziamento e pandemia. Un percorso che va incontro alle nuove sensibilità dei viaggiatori e a modelli di vita/lavoro che l’esperienza di questi mesi ha profondamente modificato. L’industria alberghiera ancora soffre l’onda lunga della crisi ma deve comunque guardare avanti e riorganizzarsi in funzione delle nuove necessità della clientela post Covid. Soluzioni che richiedono attenzione e investimenti per garantire un soggiorno sereno e in totale sicurezza. Per compensare le perdite avute nelle ultime due stagioni le strutture ricettive allungheranno i tempi di attività? E per il futuro? Cosa occorre per tutelare e progettare il turismo nel nostro Paese? Destagionalizzazione, distribuzione dei flussi turistici, attivazione di attrattori di destinazioni ancora poco conosciute, sono questi gli elementi su cui puntare per incrementare la crescita del turismo anche e soprattutto in chiave di sostenibilità. Sarà sempre più importante rendere il nostro prodotto fruibile nel corso dell’intero anno, su tutto il territorio e con un’offerta sempre più diversificata. Un’alchimia che può tradursi in una serie di ricadute positive per l’intero settore.

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