Siderurgico, un mercato in disequilibrio

Per Mauro Maccauro, AD di Euroflex spa, la politica protezionistica messa in atto dell’Unione Europea non ha giovato alle imprese del comparto 

 

L’acciaio è uno dei comparti più colpiti dall’aumento del prezzo delle materie prime. Con quali conseguenze?

Il settore siderurgico resta uno dei più strategici per la competitività complessiva del Paese, ultimamente messa a dura prova dalla pandemia di Covid-19. A destare preoccupazione, al momento, è lo squilibrio che tiene ostaggio il mercato con, da un lato, la penuria di scorte di materia prima e, dall’altro, il parallelo aumento dei prezzi. Ambedue i fenomeni sembrano essere tutt’altro che effimeri e transitori. Nel mondo dei coils la fiammata dei prezzi ha avuto avvio già a partire da ottobre 2020, fino ad arrivare a quotazioni record che sfiorano oggi addirittura un +150%, (livello mai registrato prima neanche nel biennio 2007/2008). A questa evidente dinamica vanno ad agganciarsi, amplificandola notevolmente, anche il mercato finanziario, con le sue speculazioni e la politica protezionistica messa in atto dall’Unione Europea ormai da oltre cinque anni.

Appunto. L’eventuale rinnovo delle misure di salvaguardia che impongono limitazioni all’importazione nel nostro Paese di prodotti siderurgici – in scadenza a giugno prossimo – avrebbe effetti peggiorativi?

È dal 2016 che, step dopo step, l’Unione Europea ha imposto diverse limitazioni alle importazioni da Paesi come la Russia, l’Iran, la Cina, il Brasile, l’Ucraina (abituali e importanti esportatori di coils). A queste ultime poi si sono aggiunte negli ultimi anni le quote di salvaguardia e sono stati introdotti i dazi alle acciaierie turche a partire da gennaio 2021. Non so se tali limitazioni saranno riviste al ribasso o se ci sarà una diversa rimodulazione, ma, in ogni caso, l’incidenza sul mitigarsi del fenomeno dell’aumento dei prezzi non credo sarà comunque tanto significativo nell’immediato. Nel breve, un tale squilibrio di mercato potrebbe portare alle aziende anche dei benefici in termini di incremento di marginalità. Tuttavia nel medio lungo periodo il solo aumento di domanda di materia prima, non seguito da un proporzionale aumento dell’offerta, finirebbe con il penalizzare fortemente le aziende di trasformazione che, se da un lato potrebbero trovarsi a rallentare la produzione o addirittura a fermare gli impianti, dall’altro si troverebbero soggette ad esposizioni finanziarie ragguardevoli nei confronti dei propri clienti. Anche quest’ultima situazione potrebbe costringere le aziende ad abbassare i propri volumi di vendita.

Come uscirne dunque? Quali le prospettive per le imprese del settore?

Un elemento determinante potrebbe e dovrebbe essere svolto dall’acciaieria di Taranto, da sempre regolatrice in qualche modo del mercato europeo per il suo peso dimensionale. A regime, lo stabilimento pugliese ha una capacità produttiva di circa 10 milioni di tonnellate. Lo scorso anno, però, ne ha prodotti solo quattro. Dal momento che in questo ultimo esercizio il trend è sempre uguale se non in diminuzione, basterebbe colmare anche solo in parte questo gap per determinare un riequilibrio tra la domanda e l’offerta. Diventa pertanto centrale che, proprio con l’Ilva, il nostro Paese possa tornare a giocare un ruolo di primo piano.

È auspicabile, pertanto, che la conclusione formale della prima fase del percorso di ingresso di capitale pubblico in ArcelorMittal attraverso Invitalia, possa essere il primo passo di un nuovo percorso che, in modo adeguato e sostenibile, rilanci le strategie industriali, ambientali e occupazionali prima del gruppo e successivamente dell’intero settore.

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