Nelle parole dell’artista, l’arte si fa attraversamento, ascolto queer, identità che si frantuma. Nascono nuove forme di presenza e relazione quando l’arte rinuncia al compito di rappresentare il mondo
C’è un filo invisibile che si dipana, a partire dagli anni Sessanta fino alle pratiche artistiche contemporanee più radicali. È Fluxus, non un movimento ma un’onda lunga, che dissolve il confine tra arte e vita. Da questa soglia sfumata, in cui l’arte torna ad essere processo, relazione, esperienza interattiva e condivisa, desideriamo indagare il lavoro di Rac Montoro. Il giovane artista, che si muove tra Torino e Napoli, tesse suoni, algoritmi e astrologia in un’unica trama intermediale. Uno spazio liminale in cui i linguaggi si ibridano e si rigenerano. Montoro sembra agire esattamente lì, nelle fenditure, nelle crepe, dove si sciolgono categorie e gerarchie di senso e fioriscono nuove forme di presenza e relazione.
Una prospettiva che si rivela molto efficace, in una società liquida, dove le identità si dissolvono fino quasi a svanire. Montoro risponde a questa fuzziness non irrigidendosi in una forma, ma scegliendo la «disidentificazione come gesto politico», «il corpo come archivio in mutazione», «il rituale come strumento di indagine e dispositivo che rende possibile la mutazione», «lo spazio tecnologico come spazio di reincantamento».
Per non cadere nell’errore di incasellare l’opera dell’artista in schemi arbitrari e interpretazioni fallaci, abbiamo chiesto direttamente a lui di raccontarci qualcosa del suo lavoro artistico, così peculiare.
Di seguito l’intervista.
La nostra rubrica si intitola Fluxus, un omaggio al movimento artistico degli anni Sessanta che rifiutava la forma chiusa e celebrativa dell’opera, privilegiando una visione dell’arte come processo, relazione e pratica quotidiana e dissolvendo i confini tra arte e vita. Cercando di leggere il suo lavoro attraverso questa lente, in che modo la sua pratica artistica (tra gesto, rituale e trasformazione continua) reinterpreta l’eredità fluida e anti-istituzionale di Fluxus nel contesto odierno della società post-digitale?
Credo che la mia pratica non riprenda Fluxus nell’estetica, ma nel modo di spostare il baricentro: dal gesto minimo passo a un gesto che trasforma il corpo. Mi interessa pensare al corpo come un archivio vivente, che si modifica a ogni postura, scivolando, glitchando e sottraendosi alle forme rigide della soggettività.
Abbiamo spesso indagato il lavoro di artiste/i performativi e multimediali che utilizzano il corpo, proprio o dei partecipanti, come interfaccia artistica, anche attraverso l’uso delle nuove tecnologie digitali. Nel suo lavoro, in che modo il corpo entra nel processo creativo? E come dialoga con gli strumenti tecnologici, le piattaforme e i media digitali che utilizza?
Le tecnologie sono parte del processo creativo, alcuni dei miei lavori prevedono un allenamento dell’algoritmo come parte di un discorso profetico. Nella mia pratica è importante usare lo spazio tecnologico come spazio di reincantamento e quindi di trasformazione sensibile.
Il suo lavoro mostra un interesse costante per i rituali e le pratiche cerimoniali, che spesso coinvolgono sia lei che i partecipanti. Cos’è per lei la dimensione rituale? E perché è così centrale nel suo lavoro artistico?
Il rituale è uno strumento di indagine e diventa un dispositivo che rende possibile la mutazione, che permette a chi partecipa di attraversare un’esperienza. Nel mio lavoro il rituale è centrale perché mi permette di spostare il corpo fuori dai suoi ruoli abituali grazie al ruolo performativo del suono. L’ascolto diventa una pratica queer, perché redistribuisce il potere della parola e mette in discussione chi viene considerato degno di attenzione. Diventa queer quando destabilizza le gerarchie del senso e, invece di cercare ordine, accoglie rumore, fratture, silenzi e aperture come possibilità per forme diverse di relazione.
Nei suoi lavori emergono alter ego e identità multiple, spesso intrecciate a pratiche esoteriche e astrologiche. In una società, che Bauman definirebbe “liquida”, dove le identità sono fluide e in continuo divenire, cos’è per lei la ricerca d’identità? Quanto influisce sul suo lavoro artistico? E, viceversa, quanto il suo lavoro artistico plasma la sua identità?
Più che ragionare in termini di identificazione e identità, il mio pensiero rientra nel processo di disidentificazione. Mi chiedo spesso come si possa resistere dentro le logiche dominanti e cosa può fare la mia pratica, la risposta che mi sono dato è di non limitarmi a pensarmi come artista ma anche come attivista.
Nei suoi progetti coinvolge spesso il pubblico, sia come partecipante attivo sia come testimone delle performance. In che modo la relazione con chi osserva o prende parte alle sue opere contribuisce a creare esperienza e significato?
I miei processi rituali esistono grazie a chi decide di farne parte, immagino il lavoro a Fondazione Merz (“Sono un mostro che vi parla”), lì raccontavo la storia di un corpo senza genere e dei suoi incontri con gli arcani maggiori. Grazie al loro intervento (raccogliere la carta che emergeva dal gigantesco mostro) la storia andava avanti.
Se dovesse indicare un’opera che ritiene maggiormente rappresentativa della sua poetica fino ad oggi, quale indicherebbe e perché? In una prospettiva futura, quali direzioni vorrebbe esplorare e come pensa che evolverà il suo lavoro artistico nei prossimi anni?
Il radiodramma “For Identification Purposes” è un lavoro che rispecchia molto la mia pratica. Ho cominciato a scrivere questo lavoro lo scorso anno e non sapevo che sarebbe diventato un lavoro solo sonoro. Ho seguito le intuizioni e i tempi di gestazione e sono molto felice del risultato. Per i prossimi tre anni sarò impegnato in un lavoro di ricerca all’accademia albertina in cui creerò un archivio di voci trans+, quindi per il futuro spero di lavorare in questa direzione. Nelle parole di Montoro, dunque, l’arte si fa attraversamento, ascolto queer, identità che si frantuma. In un presente post-digitale che cerca di ricomporre il caos attraverso gli algoritmi, l’artista lascia che il caos esploda, che il glitch diventi grammatica e che le sue molteplici voci risuonino. E forse è proprio qui che ritroviamo il cuore della sua poetica, non nell’affermazione di un’identità, ma nel suo continuo scivolare nel gesto artistico che la mette in discussione.
Montoro ci suggerisce che, quando l’arte rinuncia al compito di rappresentare il mondo, può finalmente tornare a trasformarlo e a trasformarci, non offrendo una forma da abitare, ma un varco attraverso cui sfuggirle.
Nelle parole di Montoro, dunque, l’arte si fa attraversamento, ascolto queer, identità che si frantuma.