Antonio Calabrò: «La nostra industria non è finita»

A CALABRO

Con una sinergia tra riforme, investimenti pubblici e intraprendenza privata l’impresa può ripartire e con essa il Paese

Il suo ultimo libro “La morale del tornio” è un’efficace arma di contrasto contro chi vuole la nostra industria in declino. Oltre all’ottimismo della volontà, quali sono le politiche e gli strumenti da mettere in campo con urgenza e quali nel lungo periodo? Lo Stato cosa deve fare?
«Non c’è ripresa senza impresa», sostiene giustamente Confindustria. Le imprese migliori, più dinamiche, aperte alla cultura del mercato (e sono moltissime, in Italia, anche tra le piccole e medie) proprio in questi anni di crisi si sono ristrutturate, hanno puntato sull’innovazione, hanno migliorato sistemi di produzione e prodotti, organizzazione, relazioni industriali, rapporti con i clienti e con i territori. Bisogna consentire alle imprese di fare sempre meglio il loro mestiere, di rafforzare la competitività.
Dunque, un fisco più leggero e semplice, una burocrazia efficiente e poco invasiva, una giustizia rapida ed efficace, una battaglia severa contro corruzione e criminalità organizzata. E un rafforzamento della spesa pubblica in ricerca, innovazione, inflastrutture tecnologiche: non si può affrontare la sfida di Industry4.0 e del digital manifacturing, la “quarta rivoluzione industriale”, senza un’adeguata diffusione della “banda larga”.
Il Governo ha annunciato interventi. Speriamo sia di parola. Siamo il secondo Paese manifatturiero europeo, dopo la Germania. Una posizione da difendere. Con una sinergia tra riforme e investimenti pubblici e intraprendenza privata.

E le aziende al loro interno?
Cambiamento, è la parola chiave. Dunque maggior efficienza. Qualità. Sicurezza. E consapevolezza dell’importanza di insistere sulla crescita, per riuscire a occupare posizioni di rilievo nelle nicchie a maggior valore aggiunto, sui mercati internazionali. Fondamentale puntare sulle persone: migliorare la loro formazione e qualificazione, il senso d’appartenenza all’azienda. E insistere su un mix virtuoso tra le competenze dell’esperienza degli anziani e l’energia e la spinta innovativa delle nuove generazioni, cui dare spazio.

Tre vizi e tre virtù della nostra industria.
Imprese spesso chiuse, familiste, refrattarie ai cambiamenti, ostinate nel difendere l’ideologia del “piccolo è bello” e dunque ostili a nuovi metodi, nuovi mercati, nuove azionisti, nuove alleanze.
Le virtù, invece, stanno in una straordinaria capacità a essere flessibili, “resilienti”, abili a percepire tempestivamente le mutazioni dei mercati e ad agire di conseguenza.
Un grande storico dell’economia, Carlo Maria Cipolla, ha parlato di «italiani abituati, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo». Un’abilità che si conferma nell’eccellenza delle cosiddette 4 A (automazione meccanica, arredamento, abbigliamento e agro-alimentare) che insieme alla chimica, alla gomma-plastica, alla farmaceutica di nicchia, all’automotive hanno avuto un ruolo centrale per generare quei 128 miliardi di surplus manifatturiero che hanno tenuto in piedi, anche negli anni di crisi, il sistema Italia.

Una delle sfide più difficili per il Governo pare essere rimettere in piedi e poi al centro il Sud del Paese. Quale sarebbe la strada da seguire? Sarebbe favorevole ad una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno?
Sfida difficile, ma essenziale per lo sviluppo dell’intero Paese. Da affrontare su tutti i piani: una politica migliore, anche a livello locale; una pubblica amministrazione trasparente per una spesa produttiva e orientata alla crescita e non alle clientele; una diffusione della cultura della competizione, del mercato, del merito; un fisco che, attraverso il credito d’imposta, sostenga le imprese che investono.
E infrastrutture che migliorino l’attrattività del Sud per le sue vocazioni: manifattura, turismo, cultura.
E agricoltura legata all’agroindustria: se il futuro dell’economia è green, il Sud ha un ruolo chiave da giocare.

Per lei, che tra le altre cose è responsabile del Gruppo Cultura di Confindustria e Senior Advisor Cultura della Fondazione Pirelli, la cultura può essere uno dei fattori di rilancio del Paese, nonostante la recessione globale sia arrivata a lambire anche i settori della cultura, riducendo ulteriormente i consumi culturali degli italiani già piuttosto bassi se paragonati alla media europea?
Naturalmente sì. È il nostro vero vantaggio competitivo. Penso a una “cultura politecnica” che metta insieme le consapevolezze critiche delle culture umanistiche con i valori e i metodi della scienza, come peraltro è avvenuto nella migliore storia italiana, dal Rinascimento all’illuminismo radicato a Milano e a Napoli, sino ai successi della ricerca più innovativa, segnati dal Nobel per la chimica a Giulio Natta, nel 1963. Abbiamo grandi eccellenze, nelle università e nei centri di ricerca, anche nel Mezzogiorno. Da mettere a sistema, in un dialogo fertile con l’impresa. Anche perché, “impresa è cultura”, fare impresa innovativa è una grande e vincente scelta culturale.

Secondo lo scrittore Ernesto Ferrero “un buon libro deve regalare un momento di felicità”. Secondo lei, invece, quali sono le peculiarità irrinunciabili – sia per lo scrittore, sia per il lettore – perché uno scritto possa rimanere nel tempo?
Sono d’accordo con Ferrero: innanzitutto il piacere del testo. Un buon libro deve dirti cose che non sai, farti entrare in altre vite e altre storie, aprire orizzonti. Rafforzare l’intelligenza del cuore. E aiutarti a fare un sorriso, di ironia e felicità.

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