Diabete e prediabete: non solo una questione semantica

giseppe fatatiSia nei Paesi industrializzati, sia in quelli in via di sviluppo, questa malattia desta allarme a causa della sua continua e inesorabile crescita

 

Il diabete mellito rappresenta una delle sfide più difficili per tutti i sistemi sanitari, sia nei Paesi industrializzati, sia in quelli in via di sviluppo, a causa della sua continua e inesorabile crescita. Il numero di persone che ne sono affette nel mondo sembrerebbe cresciuto dai 171 milioni del 2000 ai 415 milioni del 2015 e potrebbe raggiungere i 642 milioni nel 2040. I dati italiani sono altrettanto preoccupanti se è vero che ci sono 3.6 milioni di persone con diabete, di cui oltre il 90% affette da diabete di tipo 2, pari al 6.2% della popolazione. Non va, sottovalutato il fatto che per ogni tre persone con diabete noto, ce ne è una con diabete non diagnosticato, e che per ogni persona con diabete noto, vi è almeno una persona ad alto rischio di svilupparlo perché affetta da ridotta tolleranza al glucosio (IGT) o alterata glicemia a digiuno (IFG).

Una glicemia a digiuno tra 100 e 125 mg/dl è indicativa di alterata glicemia a digiuno o impaired fasting glucose(IFG), mentre una glicemia 2 ore dopo carico orale di glucosio di 140-199 mg/dl identifica la ridotta tolleranza al glucosio o impaired glucose tolerance, (IGT). In Italia oggi vi sono almeno 3.6 milioni di persone ad alto rischio di diabete; inoltre secondo il rapporto Diabetes Atlas dell’International Diabetes Federation (IDF), il diabete causa 73 morti al giorno nel nostro Paese e quasi 750 in Europa. Diversi comitati di esperti internazionali considerano i valore di HbA1c ≥42 e <48 mmol/mol (6,0- 6,49%) come non diagnostici di diabete, ma meritevoli di attenzione in quanto associati a un elevato rischio di sviluppare la malattia e li indicano con il termine prediabete. In presenza di tali condizioni viene raccomandato un attento monitoraggio, la valutazione della coesistenza di altri fattori di rischio per malattie cardiovascolari come obesità (soprattutto centrale), dislipidemia e ipertensione arteriosa e l’implementazione delle misure di prevenzione.

Negli Standard italiani si precisa che le condizioni di IFG  IGT non rappresentano situazioni di malattia, ma soltanto fattori di rischio per diabete tipo 2 e malattie cardiovascolari che possono coesistere nello stesso individuo, ma sono spesso presenti in forma isolata. Il termine prediabete non sembra appropriato alle Società Scientifiche italiane che hanno curato gli Standard e che sollevano due eccezioni.

Prima di tutto l’uso del termine prediabete potrebbe avere conseguenze psicologiche, sociosanitarie ed economiche e poi un’elevata percentuale di soggetti con IFG e/o IGT e/o con HbA1c non ottimale (valore fra 42-48 mmol/mol [6,00-6,49%]) non sviluppa il diabete; sottolineano il fatto che solo il 20- 25% dei soggetti con IFG e/o IGT sviluppa diabete nell’arco di 10 anni.
Nella pratica clinica consigliano pertanto di definire IFG e IGT come condizioni di “disglicemia” o di “alterato metabolismo glicidico”. Il termine prediabete è adottato in Italia solamente in ambito pediatrico per identificare bambini e adolescenti con evidenza di autoimmunità beta-cellulare, suscettibilità genetica al diabete tipo 1 e alterazione della secrezione insulinica. Comunque, indipendentemente dalle questioni semantiche, il diabete avanza.

 

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