SALERNO DESIGN WEEK 2026, IN SCENA L’ALCHIMIA DEL FARE

Dai laboratori creativi per le nuove generazioni ai talk d’autore su filiere e visioni urbane, la Salerno Design Week raccontata dalle sue ideatrici Giovanna Basile, Stefania Rinaldi e la professoressa Vittoria Marino. Il progetto di comunicazione è stato ideato e coordinato da inCoerenze, che ha sviluppato l’identità visiva della manifestazione, il visual design e il coordinamento delle attività di comunicazione

 

Mettere insieme così tante firme ed eventi d’autore a Salerno significava correre il rischio di un rigetto da parte del tessuto locale. Oggi che la SDW ha dimostrato una maturità senza precedenti, qual è stato il momento esatto in cui ha capito che la città e le imprese stavano rispondendo con la qualità sperata?

La Salerno Design Week è stata concepita con una visione nitida: costruire una piattaforma orizzontale capace di far dialogare i grandi nomi del design globale – da Gensler a Zaha Hadid Architects, fino a Giugiaro, Damiani, Spagnulo, Quartz e Vassallo – con le migliori espressioni progettuali espresse dal nostro territorio. In quest’ottica, la manifestazione valorizza la produzione autoctona, genera percorsi culturali e innesta i grandi temi della rigenerazione urbana dentro la vita della città.

Mettere a sistema interlocutori apparentemente distanti poteva sembrare un azzardo. Tuttavia, la solidità delle relazioni costruite nel tempo e la trasparenza dei nostri intenti hanno generato un entusiasmo travolgente. Più che in un singolo momento, la svolta è emersa giorno dopo giorno, nel vedere svanire ogni linea di separazione tra chi raccontava e chi ascoltava, con tutti gli attori uniti dal desiderio di offrire il proprio contributo. La prova più tangibile di questo successo risiede nei segni permanenti rimasti sul territorio: la panchina al Parco Pinocchio, l’opera al Marina d’Arechi, i duecento alberi donati alla comunità. Convincere il mondo industriale a investire in lasciti collettivi è un atto di fiducia straordinario, che testimonia la serietà del progetto e sancisce il perfetto equilibrio tra l’eccellenza del singolo e il valore del gruppo.

 

Il successo è evidente, ma ora si apre la sfida più complessa. Crede che gli imprenditori salernitani abbiano compreso che il design è un asset strategico capace di generare margini reali?

Questa edizione ha gettato le basi per comprendere come la cultura del progetto possa permeare la dimensione personale e quella professionale. Il percorso affinché il design venga percepito come leva economica e strategica di sviluppo aziendale richiede tempo; la speranza è che nella mente dei colleghi imprenditori si sia accesa una scintilla capace di stimolare un’indagine sulla propria vocazione produttiva. I dati presentati da Symbola dimostrano che i comparti legati alla progettazione registrano crescite impressionanti su scala internazionale. Per il nostro tessuto industriale salernitano e campano, aprirsi al design è la via più diretta per conservare competitività, presidiare i mercati e incrementare i margini a parità di ogni altra condizione

 

Stefania Rinaldi, la presenza di colossi come Zaha Hadid Architects e Gensler fa a pezzi il cliché del Sud come periferia dell’innovazione. Cosa possono trovare davvero questi grandi studi quando guardano alla capacità manifatturiera delle nostre industrie?

Trovano la forza più autentica del vero Made in Italy. Studi di questa portata cercano partner capaci di custodire un’identità territoriale e una radicata cultura d’impresa, traducendole in un valore competitivo riconoscibile sui mercati mondiali. Le nostre aziende posseggono una forte attitudine all’internazionalizzazione che non le allontana mai dalle proprie radici: al contrario, il dialogo con il mondo ne amplifica la portata globale. Quando i grandi studi globali guardano a Salerno, trovano un intero sistema produttivo integrato – dal metalmeccanico al sistema casa, dal tessile al packaging – in grado di convertire la complessità del grande progetto internazionale in manifattura sartoriale su misura.

La SDW è stata pensata come un moltiplicatore, ma in che modo questa ondata di creatività cambierà la cultura delle nostre aziende nei prossimi mesi?

L’impatto sui luoghi dimostra che il progetto può cambiare radicalmente il modo in cui le persone percepiscono e usano lo spazio comune. Nei prossimi mesi, la cultura d’impresa delle nostre aziende beneficerà della straordinaria contaminazione di saperi attivata tra i diversi comparti merceologici di Confindustria. Questa manifestazione ha rotto gli schemi tradizionali: ha spinto le imprese a superare l’isolamento settoriale per aprirsi a nuovi linguaggi visivi, logiche di economia circolare e sistemi di comunicazione integrata, posizionando Salerno come un hub contemporaneo in cui l’industria fa attivamente scuola e territorio.

 

Vittoria Marino, a bilancio della manifestazione, dove si è compiuta la vera trasformazione della città e che direzione indica per il nostro futuro quotidiano?

L’alchimia, prima ancora di essere una pratica, è un pensiero secondo cui la materia attende sempre una reazione capace di trasformarla in qualcos’altro. Applicare questa visione al design ha significato chiedere alla città di diventare essa stessa laboratorio attraverso un format in grado di attivare un processo generativo. La trasformazione più autentica si è vista nei momenti diffusi sul territorio. Con il format degli Aperidesign abbiamo portato il progetto fuori dalle sale espositive, attivando una relazione endemica che nessuna mostra riesce a fare da sola. Il contatto diretto tra chi progetta e chi vive lo spazio si fa così materiale attivo di trasformazione sociale. Il design del futuro prossimo non sarà solo l’oggetto ben disegnato, ma la capacità di orchestrare relazioni tra persone, luoghi, imprese e istituzioni perché è lì, in quelle interazioni minime e quotidiane, che si misura la vera alchimia: la trasformazione dello stato attuale delle cose in un potenziale meraviglioso.