Leone X e i governi del fare

sanzioLa storia insegna che nel nostro Paese a lungo pubblico e privato si sono dati battaglia nella tutela del patrimonio, danneggiando in primo luogo proprio i beni culturali. Oggi, finalmente, potrebbe essere tempo di rinascita per l’economia della cultura in Italia

«(…) Però, essendo io stato assai studioso di queste antiquità e avendo posto non picciola cura in cercarle minutamente e misurarle con diligenza, e, leggendo i buoni autori, confrontare l’opere con le scritture, penso di aver conseguito qualche notizia dell’architettura antica. Il che in un punto mi dà grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato…Non deve adunque, Padre Santissimo, essere tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità lo aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della grandezza italiana, per testimonio del valore e della virtù di quegli animi divini, che pur talor con la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato, e guasto dalli maligni e ignoranti; che purtroppo si sono infin qui fatte ingiurie a quelle anime che col loro sangue partoriscono tanta gloria al mondo. Ma più presto cerchi Vostra Santità, lasciando vivo il paragone degli antichi, agguagliarli e superarli, come ben fa con grandi edifici, col nutrire e favorire le virtuti, risvegliare gl’ingegni, dar premio alle virtuose fatiche, spargendo
il santissimo seme della pace tra li principi cristiani. Perché come dalla calamità della guerra nasce la distruzione e ruina di tutte le discipline ed arti, così dalla pace e concordia nasce la felicità a’ popoli,
e il laudabile ozio per lo quale ad esse si può dar opera e farci arrivare al colmo dell’eccellenza, dove per lo divino consiglio di Vostra Santità sperano tutti che si abbia da pervenire al secolo nostro…».

Questo brano – tratto dalla Lettera di Raffaello Sanzio a papa Leone X del 1519 – è prefazione alla raccolta di disegni degli edifici della Roma imperiale eseguita dal pittore su incarico del papa Leone X, nato a Firenze, governatore e mecenate degli artisti del Rinascimento, finalizzata a celebrare lo studio e la catalogazione del patrimonio classico ed è esempio di attenzione alla tutela del patrimonio culturale di uno Stato. La lettera parla di quanto siano gravi le conseguenze della guerra. Mi diverte considerarla dal ‘500 all’attualità e considerare gli anni di guerra tra il pubblico e il privato nel settore dei Beni Culturali italiani. Una guerra combattuta sul campo della tutela e valorizzazione che ha lasciato le macerie in cui si trovano oggi i beni storici e paesaggistici nazionali. Battaglie memorabili sono state le riforme del ministero: Veltroni (1998), Melandri (2001), Urbani (2003), Rutelli (2007), Bondi (2009). Scontri ormai nell’epoca del mito: il D.P.R. 14 gennaio 1972 n. 3 che trasferiva alle Regioni le funzioni in materia di “biblioteche di enti locali”, il successivo D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616 che trasferiva alle Regioni la competenza in materia di interventi per la protezione della natura, le riserve e i parchi naturali, la legge 2 agosto 1982, n. 512 sul sistema d’esenzioni e agevolazioni tributarie, finalizzate a promuovere un’attiva partecipazione dei proprietari privati alla conservazione, restauro e apertura al pubblico godimento dei beni culturali (l’arte come petrolio dell’Italia) o nel 1986 la catalogazione informatica dei beni, lanciata dall’allora Ministro del lavoro De Michelis sotto lo slogan di “giacimenti culturali”, per recuperare quelle risorse culturali dimenticate e non sfruttate in maniera adeguata. 

Ma guerra è anche quella tra le sovrintendenze, oggi accorpate e ridimensionate o snellite e modernizzate, e i costruttori e gli imprenditori che hanno preteso negli ultimi anni di cementificare ampie zone di un Paese dove ricostruire una strada franata non è, per lo Stato, cosa corrente. O forse la guerra è quella sacrosanta dei cittadini: professionisti, imprenditori o agricoltori, impotenti di fronte a una kafkiana macchina statale, spesso inadempiente agli obblighi di legge, che di fatto nega il sacrosanto ius aedificandi ma permette la generalizzata cementificazione e l’impermeabilizzazione del suolo ed è il partner peggiore con cui mettersi in affari (leciti). In un paese alle prese con l’annosa mancanza di fondi pubblici, in ogni campo dei settori culturali, si spera davvero che le innovative riforme del ministero possano garantire la tutela di quei Beni che costituiscono l’identità dei cittadini italiani? O il Paese è in vendita come dicono i critici della riforma? Ancora guerra tra gli apparati dello Stato e chi li governa e la società civile. Raffaello, pittore e architetto tra i più celebri del Rinascimento, mi dà la speranza che l’uscita da una terribile crisi economica sia l’occasione per una rinascita dell’economia della cultura in Italia. Una concezione efficace e contemporanea di tutela e conservazione deve necessariamente considerare la ricerca e la formazione nel campo culturale, per avere la consapevolezza del valore storico, culturale e paesaggistico dei Beni da tutelare. Né la conservazione può prescindere da una valorizzazione del progetto di conservazione, che ai tempi nostri dovrebbe essere anche capace di sostenersi economicamente.

Le università e i centri di ricerca hanno bisogno di attrarre fondi. Possono farlo se lavorano con rigore, in campi attrattivi e competitivi anche a livello internazionale come sono quelli dei vari ambiti culturali italiani. Le imprese private o le associazioni possono e devono entrare in questo circolo virtuoso se riescono a garantire quegli stessi standard di qualità che caratterizzano il Made in Italy, potendo colloquiare con uno Stato che, unico e solo garante della tutela dei Beni Comuni, riesca a far proprie procedure semplici e trasparenti che a costo zero garantiscono legalità e rispetto della legge. Il paese è maturo perché le migliori forze dell’economia, bisognose di identità sul mercato globale, possano trovare nelle sterminate risorse culturali nazionali quelle materie prime cui attingere per creare economia e lavoro.

Purtroppo l’Europa in Italia fa capolino solo a imporre l’ennesimo balzello o la prossima, inutile, certificazione. Ma in campo europeo è normale per lo Stato affidarsi a privati per affiancare la gestione di musei o teatri, è normale che la ricerca di un’università sia supportata dal territorio e l’arte, lo spettacolo e la cultura riescono a generare lavoro e economia. In un sistema economico aperto ai privati, le imprese possono partecipare attivamente alla conservazione e valorizzazione di un Bene Culturale, promuovendo attività di formazione, ricerca e comunicazione di attività culturali ove ve ne fosse un ritorno economico o soggetti passivi sostenendo economicamente le associazioni o lo stato o gli enti locali in tutte le fasi della tutela.  
Senza dimenticare la lezione di Giovanni Carbonara che a proposito di restauro dice: «Fra i doveri di verità (nel restauro, ndr), esiste anche quello di garantire il godimento delle opere d’arte, che sono per alcuni espressione di bellezza pura, per altri modello d’una conoscenza intuitiva e forse più sostanziale di altre, per altri ancora esperienza che modifica realmente chi la fa».

 

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