La cortesia gelida di chi, con l’arroganza tipica degli ex, sa spiegare solo il dolore altrui
La nuova religione del benessere ha prodotto una creatura insidiosa, convinta che basti darsi un tono quieto per diventare una persona risolta. La si incontra ovunque la fragilità venga trattata come una lingua straniera da usare solo quando conviene. Arriva con il suo bagaglio di parole terapeutiche e lo scarica sugli altri. Ha trasformato la calma in un salvacondotto e la usa per permettersi ciò che in bocca a una persona normale sembrerebbe soltanto arroganza.
Il suo capolavoro sta nel lessico. La fuga diventa cura di sé, la freddezza prende il nome di confine, la maleducazione viene imbellettata con una frase sul proprio percorso. C’è sempre una ragione nobile dietro il piccolo sfregio quotidiano.
Chi resta male ha capito poco; chi chiede chiarezza è pesante; chi pretende garbo viene invitato a lavorare sulle proprie ferite. La ferita appartiene sempre agli altri, perché questi apostoli del sé guarito riescono a uscire indenni dalle macerie che hanno appena prodotto.
Hanno imparato la lingua del benessere per coprire un carattere cattivo. Basta la parola giusta e il torto cambia abito. La sparizione diventa bisogno di silenzio; l’indifferenza si fa protezione; la pretesa si traveste da autenticità. Il conto lo paga chi resta vicino, perché la pace di certi illuminati richiede sempre un parafulmine, un destinatario educato del loro malumore lucidato a cera.
Questi devoti della pace interiore trasformano una conversazione semplice in una seduta punitiva, in cui la prepotenza indossa una veste chiara. Ti feriscono con l’aria di chi ti sta educando e ti liquidano con la compostezza di chi si sente superiore anche quando scappa da una richiesta elementare.
Parlano moltissimo di ascolto, ma ascoltano soltanto ciò che conferma la loro versione. Appena entra una delusione o un conto lasciato aperto, ti spiegano il tuo dolore con la precisione gelida di un tecnico. Sanno dare un nome alle crepe altrui, mentre sulle proprie passano una mano di vernice.
La gentilezza, nel loro mondo, è una parola da esporre, mica un gesto da praticare quando costa qualcosa. Perdonano se stessi con larghezza principesca e concedono agli altri briciole di comprensione amministrate col contagocce. Fanno male con voce pulita, poi chiamano equilibrio il sollievo di essersi tolti di dosso il peso degli altri. Nel frattempo chi sta loro vicino esce dalla scena più stanco, con addosso la polvere sottile che resta dopo le demolizioni.
La spiritualità, in queste mani, diventa un alibi elegante per evitare una scusa o dare una cornice nobile a una piccola vigliaccheria. Il mondo li premia, perché la maleducazione detta piano sembra profondità e la durezza nella carta del benessere passa per raffinatezza.
Resta il fatto che queste anime illuminate lasciano dietro di sé stanze buie e persone con la voglia precisa di aprire le finestre.