Camilla Caramico racconta la sfida per una GDO dal volto umano: dall’eredità del padre Gaetano al rifiuto dei pregiudizi sulla leadership, fino alla certezza che la tecnologia ha senso solo se libera il tempo e valorizza le persone
Lei lavora nella GDO che, per definizione, ha il termometro esatto delle abitudini di acquisto delle famiglie. Un settore, tra l’altro, storicamente caratterizzato da una fortissima presenza di forza lavoro femminile, ma spesso non nei posti di comando. Come vive e interpreta la leadership al femminile guidando una realtà complessa come il Gruppo Caramico?
Nella GDO la presenza femminile è forte, dai ruoli operativi fino ai vertici. Quello che manca, però, è la fiducia autentica nel dare loro un reale potere decisionale. La stessa che ha avuto in me il fondatore di questa impresa: il mio caro papà Gaetano. Per la mia esperienza, più che di una “leadership femminile” intesa come stile a sé stante, parlerei di sensibilità individuale e della centralità che si dà alle persone. Del resto, se l’ascolto e l’attenzione a chi ci circonda sono tratti considerati femminili, molti uomini guidano avendo esattamente questa “nota”, preferendo il confronto all’ordine verticale. Il mio vissuto mi dice però un’altra cosa: alle donne è ancora richiesto uno sforzo maggiore per dimostrare il proprio valore. Devono faticare di più perché venga loro riconosciuta l’autorevolezza. Troppo spesso si vedono professionisti di modesto valore – sia uomini, sia donne – godere di riconoscimenti ingiustificati, ma ammetto che questo accade più sovente agli uomini. Credo dipenda da un radicato pregiudizio culturale: l’idea che chi non ha una voce baritonale o non mostra i muscoli non sia capace di guidare un gruppo. Quanto al mio personale modo di guidare il Gruppo, il tutto parte da qui: le mie collaboratrici e collaboratori possono vedere chi è presente ogni giorno e testimoniare la disponibilità all’ascolto e al decidere collettivamente, quali principi per me inderogabili. In un settore così competitivo questo modo di impostare il lavoro quotidiano non è mera “sensibilità” ma vero e proprio vantaggio competitivo. Le amministratrici e gli amministratori delle imprese che perdono il contatto con chi lavora in prima linea, lo perdono anche con chi compra, che poi sono coloro che danno fiducia al duro impegno profuso nelle imprese stesse.
La sua è una storia legata a un’azienda di famiglia con oltre 70 anni di radici sul territorio, ma che ha saputo evolversi per restare competitiva. Qual è stata la sua sfida personale più grande nel traghettare una tradizione così poderosa verso le sfide della distribuzione moderna?
La sfida più grande non è stata tecnologica, né commerciale: è stata capire cosa della tradizione di mio padre andava difeso a tutti i costi e cosa invece innovato. Mio padre ha aperto uno dei primi Cash&Carry del Sud quando ancora sembrava un’idea strana; quel coraggio è la vera eredità, non un modello che va abbandonato per una pulsione irrazionale al cambiamento. Con lo stesso coraggio, ho dovuto imparare a dire “questo non lo facciamo più” a persone che alcune cose le facevano da trent’anni, e ho dovuto farlo senza spezzare il rapporto di fiducia che è il nostro capitale principale. Entrare in un sistema come VéGé, investire nel Centro di Distribuzione, portare insegne nazionali sui nostri territori: ogni passo è stato un negoziato tra il rispetto per chi c’era prima e il dovere verso chi ci sarà dopo. Un’azienda di famiglia si porta dietro un peso in più: non puoi sbagliare “solo” per te. Ed è questa, secondo me, la tensione più forte che vive ogni erede di un capostipite che è stato un’icona e i cui successi permangono nella mente di chi l’ha conosciuto personalmente.
Oggi le scelte d’acquisto sono analizzate da logiche predittive e dati di mercato. Eppure, per chi fa impresa, il rischio è che l’analisi asettica dei numeri tolga spazio a quella comprensione profonda che nasce solo dall’ascolto e dall’empatia. Nel suo quotidiano di donna manager, quanto pesa la certezza del dato e quanto invece quell’intuito esclusivamente umano capace di intercettare i desideri reali e i bisogni latenti del consumatore?
La capacità di distinguere i dati dai fatti, penso sia il lascito più grande di mio padre. Era solito dirmi che i dati ci dicono cosa è successo ma non perché, e quasi mai cosa succederà, specie quando ci sono cambiamenti, specie se indotti. Come lui, anche io uso i numeri ogni giorno, perché sono indispensabili: assortimento, rotazioni, marginalità, promozioni. Il dato è come la temperatura sul termometro: segnala il sintomo, ma non è il medico. Quando le vendite di un prodotto calano o un cliente riduce gli acquisti, il dato mi avvisa che c’è un problema. Capirne la causa, però, richiede altro. Per scoprire se si tratta del prezzo, del posizionamento sullo scaffale o di un cambiamento nelle abitudini d’acquisto, devo andare oltre i numeri. Se parlo di un cliente aziendale, la risposta nasce dal dialogo diretto; se parliamo del consumatore finale nei supermercati, lo scopro confrontandomi con la caporeparto e osservando la composizione reale dei carrelli della spesa. Non so se questo intuito sia “femminile”; so che è umano, e che posso allenarlo solo se resto fisicamente vicina alle persone. Il rischio vero della GDO di oggi è governare tutto dal cruscotto e dimenticare che dietro ogni ordine di acquisto c’è una persona anch’ella alle prese con i problemi della sua impresa o famiglia.
La grande distribuzione moderna si muove su ritmi implacabili, flussi logistici e una spinta fortissima verso l’innovazione, come dimostrano i vostri servizi smart – penso all’app “Salta la Fila” o ai canali digitali pensati per ottimizzare il tempo dei clienti. Ma qual è la formula per fare in modo che la tecnologia accorci i tempi d’attesa senza compromettere l’accoglienza che le persone ancora cercano tra gli scaffali?
La tecnologia è uno strumento prezioso quando ci restituisce tempo, automatizzando attività ripetitive che nessuno ama fare. Nessuno, ad esempio, entra in un supermercato per fare la fila: un’app che permette di saltare la coda risponde esattamente a questo bisogno. Tuttavia, nessuna tecnologia potrà mai sostituire il motivo profondo per cui le persone ci accordano fiducia. Quei minuti risparmiati alla cassa hanno senso solo se poi, tra gli scaffali, il cliente trova un dipendente che lo riconosce, gli consiglia un taglio di carne o gli chiede come sta la madre. Ben venga l’innovazione che ottimizza il tempo, ma rifiuto la tecnologia che si sostituisce alle relazioni umane. Per questo, quando mi propongono un nuovo strumento digitale, la mia domanda non è mai “quanto ci fa risparmiare”, ma “che cosa libera per i nostri collaboratori?”. L’obiettivo deve essere sempre quello di liberare tempo affinché le nostre persone possano dedicarsi a ciò che conta davvero: l’accoglienza del cliente in negozio e le proprie passioni nella vita privata.
Ultima domanda, rituale per la nostra rubrica: Camilla Caramico dove ha il suo baricentro e qual è il valore non negoziabile che porta ogni giorno con lei al lavoro?
Un aspetto del mio modo di essere è quello di “mettere vita nel tempo” e non già semplicemente avere più tempo a disposizione. Questo aspetto si ricollega a quanto accennavo in merito all’uso e all’adozione di tecnologie. Ma per me è importante che in quel tempo liberato ognuno di noi ci metta qualcosa da fare, anche semplici e piccoli progetti. Guidare un gruppo come il nostro è molto più di un progetto: è una vera e propria missione. E così il mio baricentro è posizionato tra le persone per le quali mi sento responsabile, in azienda e fuori, e le passioni personali che mi riportano a terra: la cucina, che è un modo per stare dentro il nostro mestiere senza fogli Excel, e gli animali, che non chiedono strategie, e le api con il loro miele e non solo, che sono insetti divini. Ma poi c’è la meditazione, lo yoga, la passeggiata serale, le visite ad amici, lo scrivere un diario e altre piccole cose che mi fanno sentire viva. Quanto al valore non negoziabile, mi ripeto: la relazione con gli altri e il rispetto reciproco rappresentano aspetti ai quali non riesco a rinunciare. In ogni aspetto della vita, dal progetto più piccolo alla conduzione di un’impresa, per me se si è in grado di relazionarsi positivamente con gli altri, anche in un mare in burrasca ci sarà qualcuno pronto a porgerti una mano.