La riforma UE dello scorso settembre punta su digitalizzazione e analisi del rischio: per le aziende la compliance doganale diventa un pilastro strategico da integrare direttamente nella gestione della supply chain
Oggi le Autorità doganali europee sono chiamate a presidiare un sistema complesso, nel quale la tutela del mercato passa attraverso controlli sulla sicurezza dei prodotti, sulla conformità normativa, sulla sostenibilità ambientale e sul rispetto delle misure restrittive che regolano il commercio internazionale. La sfida nasce da un cambiamento profondo dei flussi commerciali.
L’e-commerce globale ha trasformato il modo in cui le merci entrano nel mercato europeo: non più solo grandi spedizioni industriali, ma milioni di “micro-spedizioni” destinate direttamente a imprese e a consumatori finali. Sul punto, si considerino le misure adottate per contrastare questo fenomeno mediante il Reg. (UE) 2026/382 che elimina la franchigia dai dazi all’importazione per le spedizioni di valore intrinseco non superiore a 150 euro. Tale misura mira a contrastare fenomeni di sottovalutazione, frazionamento artificiale delle spedizioni e distorsioni concorrenziali a danno degli operatori stabiliti nell’Unione.
Il rischio, quindi, riguarda oggi la possibilità che merci prive dei requisiti necessari entrino nel mercato unionale. A questa criticità si aggiunge un tema centrale per gli operatori: l’uniformità dei controlli alle frontiere esterne dell’Unione. La Commissione europea ha evidenziato come i livelli di verifica possano differire tra gli Stati membri. Una questione rilevante perché una merce immessa in libera pratica in uno Stato membro può circolare senza impedimenti in tutto il mercato interno.
In questo scenario, cambia anche il concetto stesso di “compliance doganale”. Classificazione tariffaria, origine della merce, valore in dogana e corretta liquidazione dei diritti restano fondamentali, ma non più sufficienti. Il commercio internazionale è condizionato dalle cosiddette barriere non tariffarie: requisiti tecnici, standard di sicurezza, certificazioni obbligatorie, norme ambientali, procedure di conformità e restrizioni regolatorie che possono determinare l’accesso o meno di un prodotto al mercato europeo.
La compliance diventa quindi un tema strategico. Un errore non comporta soltanto un possibile costo fiscale, ma può generare blocchi operativi, ritardi logistici, contestazioni e danni reputazionali. In riferimento all’aumento dei volumi commerciali, e alla necessità di verificare alla frontiera un numero sempre maggiore di adempimenti non fiscali, connessi alla sicurezza dei prodotti e, non ultimo, alle questioni ambientali, va inquadrata l’approvazione definitiva della riforma doganale, annunciata dalla Commissione UE il 3 settembre 2026. Per le imprese il messaggio è chiaro: le Autorità doganali dovranno affidarsi sempre più ad analisi del rischio, digitalizzazione e qualità dei dati disponibili.
Da qui si muoverà la “EU Customs Authority” – agenzia unionale – che dovrà coordinare la gestione dell’unione doganale. In particolare, mediante l’“EU customs data hub” si potrà considerare un’unica piattaforma dedicata ad importatori ed esportatori per condividere dati con la dogana. La compliance doganale deve nascere all’interno dell’azienda attraverso una conoscenza approfondita della supply chain, una qualificazione rigorosa dei fornitori, controlli documentali strutturati e processi di trade compliance integrati nella gestione quotidiana.