Dalla trappola dei messaggi vocali alla reperibilità h24: guida alla sopravvivenza contro la maleducazione digitale
Il lavoro è diventato virtuale molto più in fretta della nostra educazione. Ci scriviamo su WhatsApp, ci incontriamo su Zoom, affidiamo richieste e decisioni a una mail spedita magari alle undici di sera e, protetti dalla distanza, finiamo per trattare colleghi e collaboratori con una disinvoltura che dal vivo ci sembrerebbe imbarazzante.
Lo schermo ha accorciato le distanze, ma qualcuno ne ha ricavato la curiosa convinzione che abbia abolito le buone maniere. Il Bon Ton professionale comincia proprio da ciò che sembra insignificante. Un messaggio di lavoro merita un saluto, una richiesta richiede un “per favore”, una risposta ricevuta merita un ringraziamento.
Anche il tempo altrui conserva un valore preciso. Scrivere a qualsiasi ora è possibile, pretendere una risposta immediata appartiene invece a quella maleducazione digitale che scambia la reperibilità tecnica per disponibilità personale. Poi ci sono i messaggi vocali interminabili, autentica tassa imposta al prossimo. Chi manda cinque minuti di registrazione per comunicare ciò che potrebbe scrivere in quattro righe decide arbitrariamente come l’altro dovrà impiegare il proprio tempo.
Anche le videochiamate hanno creato una piccola giungla domestico-professionale. Presentarsi a una riunione mentre si mangia, rispondere ad altre conversazioni, lasciare che rumori e persone attraversino continuamente l’inquadratura, significa dimenticare che dall’altra parte esiste qualcuno che ha riservato a quell’appuntamento una parte della propria giornata. C’è poi la questione più delicata, quella della confidenza.
Il fatto che un collega possieda il nostro numero privato gli concede un contatto, mica l’accesso illimitato alla nostra vita. Lo stesso vale per i social. Aggiungere qualcuno su Instagram o Facebook crea una connessione digitale, mentre la familiarità appartiene a un altro territorio e richiede tempo, reciprocità, misura.
Persino il silenzio ha le sue regole. Lasciare per giorni una domanda di lavoro visualizzata, ignorare una mail che richiede una risposta, sparire da una conversazione dopo aver chiesto qualcosa racconta molto più di qualsiasi curriculum. Bastano spesso due parole per dare un riscontro e stabilire un confine. La tecnologia può cambiare strumenti, abitudini e perfino orari, ma resta incapace di fornire educazione a chi ne era sprovvisto. Dietro una fotografia profilo o una casella di posta c’è sempre una persona che capisce perfettamente quando viene trattata con garbo e quando viene trattata da servitù digitale.
Il vantaggio dello schermo, per il maleducato, dura pochissimo: crede di essersi nascosto dietro un dispositivo e invece ha appena mandato per iscritto il proprio biglietto da visita.