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	<title>primo piano &#8211; Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero &#8211; Confindustria Salerno</title>
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	<description>Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero - Confindustria Salerno - Assindustria Salerno Service s.r.l. via Madonna di Fatima, 194 - 84129 Salerno</description>
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		<title>BIOMETANO, LA SFIDA VERDE DELLA CAMPANIA PARTE DA SALERNO</title>
		<link>https://www.costozero.it/biometano-la-sfida-verde-della-campania-parte-da-salerno/</link>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 09:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13617" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato.png" alt="" width="322" height="215" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/m_imparato-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" />Per la presidente di Legambiente Campania,&nbsp;Mariateresa Imparato, la provincia ha un&nbsp;grande potenziale inespresso: «Dalla filiera bufalina all’agroindustria,&nbsp;così possiamo trasformare i costi&nbsp;energetici in valore per il territorio e&nbsp;rigenerare i suoli con l’economia circolare»</strong><span id="more-13616"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il recente rapporto Biometano: una risorsa strategica per la transizione ecologica dell’Italia&#8221; di Legambiente e DAFNAE-UNIPD evidenzia un potenziale nazionale significativo. Quali sono le dimensioni del fenomeno a livello Paese e, più specificamente, quali le ricadute possibili in termini ambientali ed economici per la Campania e la provincia di Salerno?</strong></p>
<p>Lo studio dimostra che, se nella Penisola si accelerasse il percorso di produzione tramite digestione anaerobica di biometano da matrice agricola, si potrebbe arrivare a livello nazionale a oltre 5,7 miliardi di metri cubi (m³) di produzione di biometano all’anno. Se guardiamo i numeri a livello regionale, del Rapporto Agri-Energia (2025) di Legambiente Campania, emerge un ruolo da protagonista per la provincia di Salerno: su 64 biodigestori da scarti agricoli presenti in Campania, il 38% è collocato in provincia di Salerno grazie alla filiera bufalina e a quella agroalimentare che hanno intuito il potenziale ambientale ed economico di questa tipologia di impianti. Il potenziale di crescita e diffusione di queste tecnologie aumenta poi se facciamo riferimento alle 5 procedure attivate dal GSE attraverso il DM Biometano: in Campania risultano 52 le istanze presentate in circa due anni, depurate le candidature, ci sono 28 progetti in corso il 13,8% dei quali nel Salernitano. Qui il biometano può diventare il motore di una transizione che tiene insieme tre risultati: riduzione delle emissioni e degli odori, la gestione corretta dei reflui zootecnici e una nuova redditività per le aziende agricole e agroindustriali.</p>
<p><strong>Per il tessuto industriale salernitano l&#8217;energia è oggi una delle voci di costo più critica. In che modo il biometano può trasformarsi da semplice opportunità verde a soluzione strutturale per le nostre imprese e quale valore aggiunto specifico può generare per l&#8217;economia della provincia di Salerno, considerando la nostra forte vocazione agroalimentare?</strong></p>
<p>Il biometano rappresenta una delle principali opportunità a disposizione dell’Italia per accelerare la transizione ecologica, rafforzare l’economia circolare e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. In una provincia come Salerno, a forte vocazione agroalimentare, il valore aggiunto è dupli ce: da un lato le imprese possono conferire scarti e sottoprodotti a un biodigestore, riducendo i costi di smaltimento; dall’altro possono beneficiare di energia e, in alcuni casi, di calore di processo a km zero. In altre parole, rappresenta un modello di politica industriale capace di ridurre le emissioni climalteranti, tutelando i suoli agricoli e spingendo sulla decarbonizzazione dei settori più difficili da elettrificare, a partire dai trasporti e da alcune attività industriali. La produzione di biometano dentro un parametro di regole chiare, capaci di garantire la realizzazione di impianti efficienti e di qualità, significa filiere cote, accordi di territorio tra aziende agricole, trasformatori, logistica, industria alimentare. Salerno può diventare un laboratorio di simbiosi industriale in cui l’energia non è più solo un costo, ma un prodotto della stessa filiera dell’agroecologia che genera valore.</p>
<p><strong>Il report sottolinea che un impianto di biometano ben fatto deve essere al servizio dell&#8217;agricoltura e non viceversa. Per un territorio come quello di Salerno, in che modo l&#8217;uso del digestato può diventare un vantaggio competitivo reale, riducendo i costi per i concimi chimici e migliorando al contempo la qualità dei nostri suoli?</strong></p>
<p>L’Italia dispone di un patrimonio significativo di biomasse agricole, reflui zootecnici e sottoprodotti agroalimentari, distribuiti in modo capillare sul territorio. La digestione anaerobica consente di valorizzare questi flussi, migliorando la gestione degli scarti, riducendo l’inquinamento atmosferico e restituendo sostanza organica ai suoli attraverso l’utilizzo agronomico del digestato. Quest’ultimo rappresenta una risorsa fondamentale per contrastare il degrado dei terreni agricoli e ridurre l’uso di fertilizzanti chimici, con benefici ambientali ed economici per l’ambiente, le aziende agricole e i consumatori.</p>
<p>Per un territorio come quello salernitano, con suoli spesso stressati da colture intensive e dagli effetti della crisi climatica, questo rappresenta un vantaggio competitivo concreto sia in termini di riduzione dei costi di produzione nella logica di un’economia circolare applicata all’agricoltura, sia di rigenerazione dei terreni generando, così, benefici ambientali e miglioramento della qualità delle colture.</p>
<p><strong>Tra PNRR e nuove direttive europee, il quadro normativo si sta evolvendo rapidamente. In concreto, quali sono oggi gli incentivi e gli strumenti a disposizione di un&#8217;impresa salernitana che vuole investire nel biometano? Che istruzioni pratiche possiamo dare ai nostri imprenditori?</strong></p>
<p>Gli incentivi hanno accelerato la diffusione del biometano, ma serve pianificarne e sollecitarne la realizzazione. REPowerEU punta a 35 miliardi di m³ al 2030 (circa il 10% della domanda di gas). Il PNRR ha posto basi solide per una filiera agricola del biometano, ma la sfida è costruire gli impianti per centrare gli obiettivi del PNIEC. Per questo è cruciale non sprecare la proroga di 24 mesi approvata dal CdM del 29 gennaio. Con i 5 bandi del decreto sono entrati in graduatoria poco più di 500 progetti, per circa 247.000 Sm³/ora complessivi.</p>
<p><strong>Nonostante il potenziale, lo sviluppo degli impianti incontra spesso resistenze locali e rallentamenti burocratici. Il rapporto parla apertamente di “vuoti di conoscenza” e “vuoti partecipativi”. Quali sono le principali criticità che un imprenditore &#8211; ma penso anche a un Comune della nostra provincia &#8211; deve aspettarsi di affrontare oggi e come si supera la cosiddetta sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), spiegando ai cittadini salernitani che un impianto di biometano ben fatto è un presidio di legalità e non una minaccia per il territorio?</strong></p>
<p>Lo sviluppo del biometano, pur strategico, incontra spesso resistenze locali alimentate da scarsa informazione e trasparenza e processi partecipativi assenti o ridotti a mera comunicazione di progetti già autorizzati, generando impotenza e diffidenza. Per colmare il vuoto di conoscenza e di partecipazione, serve coordinare scelte legislative e amministrative con il comparto agricolo e industriale in una visione d’insieme, puntando su impianti sostenibili e integrati nei territori. Trasparenza, coinvolgimento degli attori economici e partecipazione delle comunità, accompagnate da formazione su tecnologie, norme e criteri ambientali e sociali, sono cruciali. In questo senso ribadiamo quanto sosteniamo da anni: è sempre più urgente una legge regionale sulla partecipazione, per creare consapevolezza, confronto e trasparenza, sia per le comunità sia per le imprese.</p>
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		<title>ENERGIA, IL NODO DEL COSTO ITALIANO</title>
		<link>https://www.costozero.it/energia-il-nodo-del-costo-italiano/</link>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 14:57:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Vittorio Chiesa, Energy &#38; Strategy Polimi, analizza i limiti strutturali del mercato, dall’Energy Release troppo selettiva al peso del gas: «Se al legislatore spetta correggere le distorsioni, alle imprese tocca accrescere la consapevolezza: l&#8217;efficienza oggi è un’esigenza competitiva» Professore, i dati del Centro Studi Confindustria sul differenziale di prezzo dell’energia sono allarmanti. Dal vostro osservatorio [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13612" style="width: 477px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13612" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa.png" alt="" width="477" height="318" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/V_chiesa-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /><figcaption class="wp-caption-text">Vittorio Chiesa, Energy &amp; Strategy Polimi</figcaption></figure>
<p><strong>Vittorio Chiesa, Energy &amp; Strategy Polimi, analizza i limiti strutturali del mercato, dall’Energy Release troppo selettiva al peso del gas: «Se al legislatore spetta correggere le distorsioni, alle imprese tocca accrescere la consapevolezza: l&#8217;efficienza oggi è un’esigenza competitiva»</strong></p>
<p><span id="more-13611"></span></p>
<p><strong>Professore, i dati del Centro Studi Confindustria sul differenziale di prezzo dell’energia sono allarmanti. Dal vostro osservatorio privilegiato, quali sono i driver strutturali che impediscono all&#8217;Italia di allinearsi ai competitor europei e quanto è reale il rischio che la decarbonizzazione si trasformi in deindustrializzazione per la nostra manifattura?</strong></p>
<p>Il nodo centrale è l’eccessivo peso del gas nel mix elettrico italiano. Dopo l’uscita dal nucleare e uno sviluppo delle rinnovabili meno incisivo rispetto ad altri Paesi, come la Spagna, il gas determina il prezzo dell’elettricità per molte ore rispetto al suo contributo effettivo alla produzione. Serve quindi un disaccoppiamento progressivo e razionale. Non vi è una soluzione unica, ma è necessario un approccio integrato: più rinnovabili, riapertura credibile del nucleare, reti più solide, accumuli, biometano.</p>
<p>Tutti strumenti da coordinare. Una quota di gas resterà necessaria per la stabilità del sistema, ma quella attuale ci espone a rischi di prezzo e geopolitici. Affidarsi solo a fornitori “amici” non è una strategia. Anche il tema degli oneri va contestualizzato: ogni tecnologia riceve sostegni. Le aste recenti mostrano rinnovabili competitive. La decarbonizzazione, se ben gestita, è la via per ridurre strutturalmente i costi e la dipendenza energetica.</p>
<p><strong>Per le nostre PMI il costo dell&#8217;energia è una variabile spesso fuori controllo. Al di là dei sussidi emergenziali, quali leve strutturali ritiene siano oggi sottoutilizzate dalle piccole e medie imprese italiane per ridurre questo gap?</strong></p>
<p>Le PMI operano in un contesto vincolato e non possono incidere sul mix energetico nazionale. Tuttavia, emerge un gap culturale nel modo di affrontare il tema energia. Molte non adottano audit strutturati, non mappano con precisione i consumi, non analizzano i profili di carico, né monitorano in modo sistematico le performance. L’energia è spesso vista come un costo inevitabile, su cui si può fare poco. Senza dati, però, non si individuano le aree di intervento. Ne derivano inefficienze: macchinari obsoleti, cicli non ottimizzati, recuperi di calore assenti. Restano sottoutilizzate leve come diagnosi periodiche, monitoraggi anche semplici, energy management condiviso, partecipazione alle comunità energetiche. Se al legislatore spetta correggere le distorsioni del sistema, alle PMI spetta accrescere la consapevolezza gestionale: ridurre l’intensità energetica è oggi un’esigenza competitiva.</p>
<p><strong>C’è molta attesa per l&#8217;Energy Release a prezzi calmierati. Guardando alla fisionomia del nostro sistema produttivo, questa misura riuscirà a impattare davvero sulla competitività o rischia di essere un beneficio limitato a una platea troppo ristretta?</strong></p>
<p>Nel 2024 gli energivori, cui è dedicata questa misura, hanno consumato circa 33 TWh di energia elettrica, su un totale di circa 125 TWh consumati dalle imprese industriali italiane, pagando nel 2025 in media tra i 93 euro/MWh e i 150 euro/MWh. Pertanto, il prezzo calmierato di 65 euro/MWh che, secondo i contratti stipulati con il GSE, riguarderà 22,5 TWh per tre anni può incidere in maniera tangibile sui costi di produzione degli energivori ma si tratta comunque di una misura limitata: infatti sono escluse le molte PMI che caratterizzano il tessuto industriale italiano; inoltre, dato l’orizzonte temporale limitato a 3 anni, questa misura non può risolvere il problema strutturale dell’Italia che caratterizza il costo elevato dell’energia e che comprime la competitività delle imprese italiane.</p>
<p><strong>Il Piano Transizione 5.0 è frenato da una burocrazia complessa, specie sulle certificazioni ex-ante ed ex-post. Dal punto di vista tecnico, esiste un modo per snellire questi processi senza sacrificare il rigore del controllo sul risparmio energetico reale?</strong></p>
<p>Il Piano Transizione 5.0 ha incontrato difficoltà iniziali a causa di procedure burocratiche, ma grazie ad alcune semplificazioni, anche in merito alle certificazioni, introdotte dal MIMIT nel 2025, le richieste sono aumentate. Tuttavia, a novembre 2025, 3,7 miliardi di euro sono stati ridistribuiti ad altre misure del PNRR e molte imprese sono così rimaste escluse dall’accesso all’incentivo. In risposta, la legge di bilancio 2026 ha rifinanziato Industria 4.0 con 1,3 miliardi di euro per gli investimenti effettuati entro il 31 dicembre 2025. A partire dal 2026, l&#8217;iperammortamento sostituirà le misure Transizione 4.0 e 5.0, offrendo incentivi per beni strumentali e sostenibilità energetica. Da un punto di vista tecnico per semplificare i controlli mantenendone il rigore, si configurano soluzioni come: certificazioni semplificate, digitalizzazione con sensori IoT e controlli selettivi. Sebbene la semplificazione riduca i costi a lungo termine, richiede investimenti iniziali in tecnologia e risorse.</p>
<p><strong>Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono state salutate come una rivoluzione necessaria, ma la loro adozione nei distretti industriali appare lenta. Cosa manca per trasformare le CER in uno strumento di efficienza collettiva per le imprese e per i territori?</strong></p>
<p>Le CER rappresentano un&#8217;opportunità innovativa per produrre e condividere energia da fonti rinnovabili a livello locale, favorendo la sostenibilità ambientale e la riduzione dei costi energetici. Tuttavia, la loro diffusione nei distretti industriali è ancora limitata. La normativa attuale non prevede la partecipazione diretta delle grandi imprese, il che costituisce un forte ostacolo alla loro diffusione nei distretti industriali. Inoltre, le CER non sono progettate per generare ritorni economici immediati. Sebbene offrano vantaggi a lungo termine in termini di riduzione dei costi energetici e promozione della sostenibilità, molte aziende non le considerano vantaggiose dal punto di vista finanziario, dato che i benefici economici diretti sono limitati. Le imprese che partecipano lo fanno principalmente come parte di una strategia a lungo termine, piuttosto che per ottenere ritorni immediati.</p>
<p><strong>L’Europa ci chiede di triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030: un traguardo ambizioso che richiede capitali privati massicci. Ma gli imprenditori investono solo se il quadro &#8211; fatto di tempi e norme &#8211; è stabile. Perché un imprenditore dovrebbe investire oggi in Italia? Quali sono le tre “certezze” che il quadro regolatorio dovrebbe garantire subito?</strong></p>
<p>In primis, è essenziale garantire regole stabili e una pianificazione affidabile. Cambiamenti repentini o la mancanza di programmazione riducono l’attrattività per gli investitori. Inoltre, il permitting rappresenta ancora un ostacolo. Abbiamo stimato che i tempi medi per ottenere le autorizzazioni in Italia sono di 3,6 anni per il fotovoltaico e 4,8 anni per l’eolico. Infine, gli incentivi devono garantire la redditività dei progetti. L’asta FER X Transitorio ha mostrato, per l’eolico, una partecipazione limitata, in parte legata a tariffe non sufficientemente elevate da stimolare l’interesse degli investitori.</p>
<p><strong>Il territorio salernitano vanta eccellenze nella meccanica, agroindustria e farmaceutico: settori energivori ma con profili di consumo molto diversi. Quale “mix tecnologico” consiglia a queste imprese per massimizzare il ritorno sull’investimento in questa fase di transizione?</strong></p>
<p>Il territorio salernitano esprime una manifattura eterogenea e questo suggerisce di abbandonare l’idea di una soluzione unica.</p>
<p>Meccanica, agroindustria e farmaceutico condividono l’obiettivo di ridurre costi energetici ed emissioni, ma hanno profili di consumo diversi. Il mix tecnologico più efficace deve quindi essere costruito sulla base dei profili di carico, sulla continuità dei processi e sulle infrastrutture disponibili. Senza dubbio la strategia più efficace combina efficienza energetica, gestione intelligente dei consumi e autoproduzione rinnovabile. Nella meccanica la priorità è l’efficientamento dei processi (motori efficienti, inverter, monitoraggio e recupero di calore), integrato con fotovoltaico e accumuli. Nell’agroindustria risultano strategiche cogenerazione o trigenerazione, pompe di calore e valorizzazione degli scarti tramite biogas o biometano.</p>
<p>Nel farmaceutico sono centrali continuità e qualità dell’energia, con UPS avanzati, storage e fotovoltaico in autoconsumo. Trasversalmente, digitalizzazione e la creazione di comunità energetiche industriali possono aumentare efficienza e ritorno degli investimenti.</p>
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		<title>Il modello di ENEA per un’Italia a energia sicura e competitiva</title>
		<link>https://www.costozero.it/il-modello-di-enea-per-unitalia-a-energia-sicura-e-competitiva/</link>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 08:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[amr]]></category>
		<category><![CDATA[competitivita]]></category>
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		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<category><![CDATA[mix rinnovabili]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Per la presidente Mariotti, il futuro si poggia su cinque pilastri: l&#8217;accelerazione di fotovoltaico ed eolico, la flessibilità del sistema (reti e accumuli), l&#8217;elettrificazione dell&#8217;industria, il nuovo programma nucleare e la stabilità dei prezzi a mercato, per slegare finalmente il costo dell&#8217;energia da quello del gas Presidente, ENEA è in prima linea nella definizione dei [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13609" style="width: 427px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13609" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti.png" alt="" width="427" height="285" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/mariotti-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /><figcaption class="wp-caption-text">Francesca Mariotti, presidente ENEA</figcaption></figure>
<p><strong>Per la presidente Mariotti, il futuro si poggia su cinque pilastri: l&#8217;accelerazione di fotovoltaico ed eolico, la flessibilità del sistema (reti e accumuli), l&#8217;elettrificazione dell&#8217;industria, il nuovo programma nucleare e la stabilità dei prezzi a mercato, per slegare finalmente il costo dell&#8217;energia da quello del gas</strong><span id="more-13608"></span></p>
<p><strong>Presidente, ENEA è in prima linea nella definizione dei modelli energetici nazionali. Dal suo osservatorio tecnico, qual è la combinazione tecnologica realistica che può garantire alle imprese italiane &#8211; storicamente penalizzate dal costo dell&#8217;energia &#8211; non solo la sostenibilità, ma una reale stabilità dei prezzi nel medio periodo?</strong></p>
<p>Un modello energetico competitivo si deve fondare su una strategia integrata basata su cinque pilastri interdipendenti. Il primo è l’accelerazione delle fonti rinnovabili, in particolare di fotovoltaico ed eolico. Il secondo è la flessibilità del sistema, in quanto l’intermittenza delle rinnovabili richiede una gestione dinamica della produzione e dei consumi attraverso accumuli, pompaggi, reti intelligenti e digitalizzazione. Il terzo punto è l’elettrificazione efficiente dei consumi industriali. Il quarto è lo sviluppo di un nuovo programma nucleare italiano all’insegna dei più alti standard tecnici e di sicurezza. E in questo settore ENEA rappresenta un punto di riferimento scientifico in Italia, ma anche a livello internazionale. Il quinto riguarda invece il mercato: occorre dare stabilità ai prezzi dell’energia per le imprese. Tuttavia, il vantaggio competitivo delle rinnovabili non si trasferirà pienamente a famiglie e imprese, senza un adeguamento del mercato elettrico, cioè fin quando il prezzo dell’elettricità resterà legato a quello del gas.</p>
<p><strong>Il tessuto produttivo salernitano è composto in larga parte da PMI. Oltre agli strumenti di “Release” dei prezzi, ENEA promuove modelli come le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e l&#8217;efficientamento dei processi. In che modo queste soluzioni possono proteggere concretamente la piccola manifattura dalla volatilità dei mercati energetici?</strong></p>
<p>Il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili richiede necessariamente di ripensare le modalità con cui l’energia viene prodotta e consumata, puntando su nuovi modelli, come le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) basate su autoproduzione e condivisione di energia. Nel caso specifico di una PMI, l’adesione a una CER può garantire una serie di vantaggi strategici, economici e ambientali, grazie all’autoproduzione da fonti pulite.</p>
<p>Questo riduce la dipendenza dai fornitori esterni, rende l’azienda meno esposta alla volatilità dei prezzi, migliorando la sostenibilità aziendale.</p>
<p><strong>Per un territorio come quello di Salerno, leader nell&#8217;agroalimentare e nella logistica portuale, il biometano rappresenta una risorsa strategica. Quali sono le innovazioni tecnologiche su cui ENEA sta puntando per rendere questa filiera un’alternativa di costo realmente competitiva rispetto al gas d’importazione, trasformando gli scarti in un asset economico?</strong></p>
<p>Per l’Italia lo sviluppo di filiere sostenibili dei biocarburanti, tra cui anche il biometano, assume senza dubbio una valenza strategica in termini di sicurezza energetica, valorizzazione delle risorse territoriali e rafforzamento della bioeconomia nazionale, soprattutto in riferimento all’utilizzo circolare delle risorse. Le tecnologie oggi disponibili per la produzione di biometano si basano sulla purificazione del biogas, mediante separazione dell’anidride carbonica (upgrading), ottenuto da processi di digestione anaerobica della frazione organica dei rifiuti urbani, di sottoprodotti agricoli e agroindustriali, di effluenti zootecnici e di fanghi di depurazione. La ricerca e l’innovazione si pongono come obiettivo quello di innalzare il contenuto di metano, rendendolo del tutto equivalente al gas naturale di origine fossile, anche attraverso l’utilizzo dell’idrogeno rinnovabile.</p>
<p><strong>Il Piano Mattei punta a fare del Mezzogiorno l’hub energetico del Mediterraneo. In che modo ENEA sta supportando la conversione dei grandi poli logistici e portuali, come quello di Salerno, in sistemi energetici intelligenti? Esistono tecnologie già mature per rendere i nostri porti autonomi e meno inquinanti attraverso l&#8217;integrazione di rinnovabili e idrogeno?</strong></p>
<p>ENEA sta supportando la trasformazione dei poli logistici e portuali in sistemi energetici intelligenti, attraverso un approccio strutturato che unisce pianificazione, analisi tecnica e innovazione tecnologica. Un esempio è rappresentato dal progetto europeo H2Ports, nell’ambito del quale ENEA, in collaborazione con ATENA e Grimaldi Group, ha contribuito allo sviluppo di un mezzo a idrogeno, successivamente testato in ambiente operativo presso il terminal portuale di Valencia, in Spagna.</p>
<p>Molte soluzioni tecnologiche, oltre all’idrogeno, sono già disponibili per ridurre le emissioni locali e aumentare l’autonomia e la resilienza energetica dei porti, tra queste la generazione da rinnovabili, le microreti smart e l’elettrificazione delle banchine. La combinazione tra rinnovabili, elettrificazione e idrogeno consente già oggi di rendere i porti meno inquinanti, più efficienti e autonomi. La sfida è l’integrazione delle diverse tecnologie con le infrastrutture esistenti, nel rispetto dei modelli operativi di ciascuna area portuale.</p>
<p><strong>Si parla molto di piccoli reattori nucleari come possibile soluzione per l&#8217;autonomia energetica industriale. ENEA è l&#8217;autorità tecnica di riferimento in Italia sul nucleare: sul tema siamo a buon punto o dobbiamo considerarli un obiettivo lontano nel tempo?</strong></p>
<p>ENEA, grazie a un patrimonio di competenze e infrastrutture sperimentali di eccellenza, partecipa attivamente allo sviluppo sia di reattori di III generazione, gli Small Modular Reactor (SMR), che di IV, gli Advanced Modular Reactor (AMR). In Occidente, il primo esemplare di SMR &#8211; un modello industriale innovativo che non richiede sostanziali avanzamenti tecnologici &#8211; è in costruzione in Canada, mentre alcuni impianti risultano già operativi in Russia e Cina.</p>
<p>Nel campo degli AMR, che impiegano prevalentemente refrigeranti a metalli liquidi e consentono di trasformare i rifiuti radioattivi (scorie) in risorse, ENEA svolge un ruolo di riferimento tecnico-scientifico a livello internazionale. La realizzazione degli AMR &#8211; che porterebbe a una significativa decarbonizzazione del settore energetico &#8211; è prevista entro il prossimo decennio.</p>
<p><strong>La tecnologia corre veloce e, al contempo, l’impianto normativo spesso cambia. In che modo ENEA può aiutare le nostre aziende a scegliere le soluzioni tecnologiche più “sicure” e a prova di futuro?</strong></p>
<p>Il sistema energetico del futuro sarà sempre più caratterizzato dalla crescita della generazione distribuita e questo rende necessario implementare tecnologie e soluzioni per una gestione integrata del sistema stesso, orientata alla flessibilità, alla protezione dell’ambiente e alla sicurezza negli approvvigionamenti. ENEA già ora supporta le aziende, e quindi lo sviluppo dell’intera filiera tecnologica, individuando le attività di ricerca e innovazione in grado di ridurre i costi delle tecnologie, l’utilizzo di materiali critici e l’impatto sull’ambiente. Per garantire la competitività occorre essere capaci di trasferire l’innovazione e migliorare la sinergia tra ricerca e industria e non ultimi i cittadini, che dovranno essere i principali beneficiari dell’innovazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>OLTRE L’EMERGENZA: UNA VISIONE STRATEGICA PER LA SOVRANITÀ ENERGETICA ITALIANA</title>
		<link>https://www.costozero.it/oltre-lemergenza-una-visione-strategica-per-la-sovranita-energetica-italiana/</link>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 08:10:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13595" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina-.png" alt="" width="339" height="226" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina-.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina--300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina--768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina--600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina--360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/regina--272x182.png 272w" sizes="(max-width: 339px) 100vw, 339px" />Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l&#8217;Energia e la Transizione energetica, indica la rotta per la competitività: «Equilibrio tra rinnovabili, gas e nucleare di nuova generazione per proteggere le imprese dalla volatilità»</strong><span id="more-13594"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente, l’industria italiana continua a pagare l’energia molto più dei competitor europei e americani. Lei sostiene da tempo la necessità di un mix energetico equilibrato: oggi, tra la spinta sulle rinnovabili e il ruolo del gas come vettore di transizione, qual è la combinazione realistica che può garantire alle nostre imprese prezzi stabili e forniture sicure nel medio periodo?</strong></p>
<p>Il mix energetico attuale deriva da alcune scelte del passato, alcune che sembravano corrette &#8211; come la decarbonizzazione degli impianti passando dal carbone e petrolio al gas quando questo era disponibile largamente e a buon mercato – e altre che sono da subito apparse critiche – come l’abbandono del nucleare con il referendum del 1987. Tutto questo oggi è la causa della nostra forte esposizione alla volatilità dei prezzi del gas e dello spread che ci penalizza fortemente rispetto a competitor europei che hanno fatto scelte diverse. Il mix energetico italiano deve puntare a un equilibrio tra rinnovabili competitive, gas come&nbsp;vettore di transizione e nuove tecnologie come il nucleare di nuova generazione.&nbsp;Oggi il gas rimane determinante per il prezzo dell’elettricità, ma con l’incremento delle rinnovabili&nbsp;più efficienti e l’introduzione di contratti a lungo termine si può stabilizzare il costo per le imprese. Questo approccio consente forniture sicure e prezzi più prevedibili, riducendo l’esposizione alla volatilità dei mercati globali e favorendo al contempo la decarbonizzazione senza compromettere la competitività industriale.</p>
<p><strong>Sull&#8217;Energy Release 2.0, Confindustria ha lavorato molto per ottenere volumi certi a prezzi calmierati specie per i grandi consumatori. Il tessuto produttivo salernitano però è fatto soprattutto di PMI. Questo strumento è sufficiente a proteggere l&#8217;intera manifattura dalla volatilità dei prezzi oppure sarebbe necessario e possibile un intervento più incisivo per separare finalmente il costo dell&#8217;elettricità da quello del gas?</strong></p>
<p>L’Energy Release 2.0 è un passo molto positivo di cui a breve vedremo i primi risultati stimati in complessivamente 3 miliardi di euro. Una misura che dà certezza di prezzo alle imprese energivore&nbsp;è alla base della competitività del nostro tessuto manifatturiero. Tuttavia, anche le altre imprese necessitano di strumenti aggiuntivi. La chiave è il disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas, attraverso PPA e garanzie pubbliche per l’accesso ai contratti a lungo termine. Solo così anche le piccole imprese possono avere stabilità di costo e pianificazione industriale. Il Decreto Energia interviene proprio su questo: lo spostamento dei costi ETS dal prezzo di borsa elettrica, l’eliminazione dello spread TTF-PSV, l’ampliamento dei PPA vanno nella direzione di accompagnare le grandi industrie e anche le PMI nella transizione, garantendo protezione dai picchi di mercato e favorendo l’elettrificazione dei processi produttivi.</p>
<p><strong>Il biometano è indicato come una risorsa chiave per decarbonizzare trasporti pesanti e industria senza stravolgere le infrastrutture esistenti. Per un territorio come Salerno, forte nell&#8217;agroalimentare e nella logistica grazie all’efficienza del porto, questa filiera può diventare un&#8217;opportunità di risparmio energetico reale? Cosa manca ancora per far decollare il mercato e renderlo competitivo rispetto al gas d’importazione?</strong></p>
<p>Promuovere l’autoconsumo di biometano da parte dei settori difficili da decarbonizzare è pienamente&nbsp;in linea con le proiezioni del Piano nazionale integrato energia e clima che al 2030 vuole destinare all’industria 4 Mld Smc di biometano, pari alla metà dei consumi di questi comparti. Il biometano può rappresentare un’opportunità concreta. Per ridurre il consumo di gas importato e far decollare il mercato serve maggiore disponibilità di materia prima, semplificazione del permitting, incentivi stabili e infrastrutture per l’autoconsumo industriale. Con una filiera ben organizzata, il biometano può tradursi in risparmi reali e in un rafforzamento della competitività locale.</p>
<p><strong>Il Piano Mattei punta a fare dell’Italia l’hub energetico del Mediterraneo, mettendo il Mezzogiorno al centro dei nuovi flussi verso l&#8217;Europa. In questa visione strategica, quale ruolo può giocare un polo logistico e portuale come Salerno e quali opportunità di sviluppo e stabilità energetica si aprono concretamente per le industrie del nostro territorio?</strong></p>
<p>A seguito della crisi Russo-Ucraina, l’Italia ha riconfigurato la sua geografia di approvvigionamento&nbsp;energetico spostando verso il Sud questo importante ruolo di hub energetico. Il Piano Mattei&nbsp;conferma il Mezzogiorno al centro dei flussi energetici europei, e un polo portuale e logistico&nbsp;come Salerno può svolgere sicuramente un ruolo strategico. Per spingere in questa direzione, che è strategica anche per i distretti manifatturieri locali, serve implementare infrastrutture efficienti di stoccaggio e distribuzione di gas e rinnovabili. Gli investimenti sul territorio devono essere integrati con le reti nazionali ed europee con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica, offrendo al territorio opportunità di sviluppo industriale sostenibile e competitività sul lungo periodo.</p>
<p><strong>Si parla molto di piccoli reattori nucleari (SMR). Per un imprenditore che deve pianificare gli investimenti oggi, si tratta di una soluzione concreta da valutare per l&#8217;autonomia energetica della propria azienda o è una prospettiva ancora troppo lontana nel tempo?</strong></p>
<p>Il nucleare è una tecnologia da affiancare il prima possibile alle misure che Confindustria considera indispensabili per fronteggiare l’emergenza energetica. I piccoli reattori di terza e quarta generazione&nbsp;sono già una realtà: il primo reattore di quarta generazione di Newcleo è previsto in funzione in Francia nel 2031, con l’obiettivo di realizzare il primo impianto commerciale nel 2032. I piccoli reattori rappresentano una prospettiva interessante per l’autonomia energetica e diversificare il portafoglio degli approvvigionamenti; tema cruciale per un Paese come il nostro povero di materie prime energetiche.</p>
<p>Per le imprese è cruciale monitorare l’evoluzione normativa e tecnologica, preparandosi a integrare&nbsp;questa fonte. In Italia esiste una filiera di eccellenza mondiale che continua a operare all’estero e che ci rende pronti a cogliere le opportunità. La legge delega del Governo sul nucleare è attualmente in discussione in Parlamento e auspichiamo possa essere approvata nei prossimi mesi.</p>
<p><strong>La transizione richiede investimenti che si ripagano in dieci o quindici anni, ma le norme e gli incentivi cambiano spesso. Cosa chiede Confindustria al Governo per garantire agli imprenditori quella stabilità normativa necessaria a investire oggi senza timore di futuri passi indietro?</strong></p>
<p>La prevedibilità normativa è essenziale: solo un quadro stabile permette di pianificare investimenti&nbsp;in decarbonizzazione ed efficienza, evitando incertezze che rallentano lo sviluppo e rendendo la transizione un’opportunità, non un rischio di deindustrializzazione. Serve però un cambio di direzione a livello europeo per correggere le storture che si sono accumulate con la scorsa legislatura e dirigerci verso un sistema energetico più competitivo e coerente con le esigenze industriali del Paese. Abbiamo chiesto alla Commissione Europea che si affronti in modo strutturale il tema degli ETS, una vera e propria tassa ambientale che dovrebbe essere sospesa per superare questo periodo di alta volatilità dei prezzi dell’energia. Abbiamo bisogno di politiche energetiche di medio-lungo periodo, riguardanti gli approvvigionamenti, le infrastrutture energetiche, il cambio del mix di produzione e la riforma delle politiche climatiche in ottica di competitività nel dialogo con l’Europa e con gli altri Paesi. Solo adottando una visione strategica per il Paese l’energia da punto di debolezza per la nostra competitività potrà tornare a essere un fattore abilitante dello sviluppo industriale, come è stato negli anni del boom economico.</p>
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		<title>SVIMEZ, la doppia fuga che impoverisce il Mezzogiorno</title>
		<link>https://www.costozero.it/svimez-la-doppia-fuga-che-impoverisce-il-mezzogiorno/</link>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 09:29:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13514" style="width: 427px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13514" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr.png" alt="" width="427" height="285" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /><figcaption class="wp-caption-text">il talk moderato dal direttore Luca Bianchi con il presidente della Consulta Anci Giovani,&nbsp;Domenico Carbone, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno&nbsp;Vincenzo Iennaco, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici,&nbsp;Virginia Libero e il giornalista di Will Media,&nbsp;Carlo&nbsp;Notarpietro.&nbsp;</figcaption></figure>
<p><strong class="Yjhzub" data-complete="true" aria-owns="action-menu-parent-container">Cresce la mobilità &#8220;ante-laurea&#8221; e l&#8217;esodo degli over 75, i &#8220;nonni con la valigia&#8221; che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, <strong>vivono stabilmente nel Centro-Nord: paradossale e amara la fotografia della&nbsp;Svimez&nbsp;emersa ieri nel corso del convegno &#8220;<em>Un Paese, due emigrazioni&#8221;</em>, presentato ieri a Roma in collaborazione con&nbsp;Save the Children</strong></strong><span id="more-13513"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Mezzogiorno continua a perdere <strong>giovani competenze qualificate</strong>, con una mobilità sempre più anticipata già al momento dell’iscrizione all’Università, che riduce strutturalmente le possibilità di rientro. Accanto a questa dinamica si afferma un fenomeno in rapida crescita: la mobilità “sommersa” degli anziani, i <em>“</em><strong>nonni con la valigia</strong><em>”</em>, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. Questi i principali dati del Report della&nbsp;<strong>Svimez</strong>&nbsp;<em>‘&#8221;Un Paese, due emigrazioni’&#8221;</em>&nbsp;presentato ieri a Roma in collaborazione con&nbsp;<strong>Save the Children</strong>.</p>
<p><strong>Laureati under 35: due decenni di emorragia dal Sud</strong></p>
<p><img class="wp-image-13515 alignleft" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez.png" alt="" width="454" height="255" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" />Dal <strong>2002 al 2024</strong> quasi <strong>350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord</strong>, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Nel periodo, <strong>la </strong><strong>quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata</strong>: dal 20% del 2002 a circa il 60% nel 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ai flussi migratori interni, si affianca la crescente scelta della rotta Sud-estero: <strong>tra il 2002 e il 2024 oltre 63mila under 35 laureati meridionali hanno lasciato il Paese</strong>. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel solo <strong>2024</strong>, i giovani qualificati del Mezzogiorno che si sono trasferiti al Centro-Nord sono 23mila, quelli che hanno “scelto” l’estero sono più di 8mila. In un anno la <strong>perdita netta</strong> di giovani laureati del Sud, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a <strong>24mila unità</strong>.<strong><img class="wp-image-13517 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05.png" alt="" width="441" height="248" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 441px) 100vw, 441px" /></strong></p>
<p>Il fenomeno delle migrazioni intellettuali è fortemente femminile: <strong>dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più&nbsp;</strong><strong>degli uomini</strong>. La quota di qualificati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta soprattutto tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024, contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il Nord guadagna dal Sud, ma perde verso l’estero<img class="wp-image-13518 alignleft" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06.png" alt="" width="409" height="230" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 409px) 100vw, 409px" /><br />
</strong></p>
<p>Anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: <strong>tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord</strong>. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10 mila).</p>
<p><strong>Il Centro‑Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno:</strong> +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il costo dell’emigrazione</strong></p>
<p>L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una <strong>dispersione dell’investimento pubblico</strong> sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione.</p>
<p>La SVIMEZ quantifica in <strong>6,8 miliardi di euro l’anno</strong> <strong>il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord</strong>: un <strong>trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche</strong> a favore delle aree più forti del Paese.</p>
<p>A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in <strong>1,1 miliardi di euro annui</strong>, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai <strong>3 miliardi di euro l’anno</strong> per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Università: la fuga inizia prima della laurea<img class="wp-image-13519 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07.png" alt="" width="486" height="273" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /></strong></p>
<p>La mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del Centro‑Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita.&nbsp;La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia‑Romagna e Lazio.</p>
<p>L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di <strong>avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali</strong>. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del <strong>Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La SVIMEZ evidenzia un segnale importante in controtendenza. Negli ultimi anni è <strong>migliorata la capacità attrattiva degli Atenei meridionali</strong>: a parità di immatricolazioni negli atenei meridionali (108mila), per i corsi di laurea triennali e a ciclo unico, gli immatricolati meridionali negli Atenei nel Centro-Nord si sono ridotti dai 24mila studenti nell’a.a. 2021/2022 a 17mila nell’a.a 2024/2025.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Futuro impossibile in Italia già dall’adolescenza</strong></p>
<p>Per i ragazzi che vivono in aree marginali e periferiche, come attestano i dati di Save the Children, già in età adolescenziale oltre un terzo dei giovanissimi che vivono nelle regioni del Sud e nelle Isole ritiene particolarmente importante spostarsi in futuro in un altro comune o città: 37,5% contro il 26,9% di chi vive al Centro o Nord Italia. I ragazzi e le ragazze che vivono nelle regioni meridionali sono anche i più propensi a valutare positivamente l’idea di andare a vivere all’estero (38,2% rispetto al 35,6% di chi vive al Centro o al Nord). Tra gli adolescenti figli di famiglie immigrate, il 58,7% dichiara di volersi trasferire in futuro in un altro paese, possibile testimonianza delle difficoltà incontrate nel percorso di crescita anche a causa di uno status giuridico incerto. L’aspirazione di trasferirsi all’estero è condivisa da un numero rilevante anche di 15-16enni di origine italiana, uno su tre (34,9%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="alignleft wp-image-13520" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08.png" alt="" width="452" height="254" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 452px) 100vw, 452px" />Bassi salari per i laureati e divari retributivi territoriali e di genere</strong></p>
<p>A tre anni dal conseguimento del titolo, <strong>i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia</strong>.&nbsp;All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest.&nbsp;Il differenziale retributivo tra una <strong>laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest</strong> ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (<strong>1.862 contro 1.487 euro</strong>).</p>
<p><strong>I nonni con la valigia: il nuovo volto della mobilità<img class="wp-image-13521 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09.png" alt="" width="481" height="270" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></strong></p>
<p>La SVIMEZ ha stimato il numero di <strong>over 75 meridionali</strong> che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, <strong>vivono stabilmente nel Centro-Nord</strong>. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana.</p>
<p>Secondo le stime SVIMEZ, tra il <strong>2002 e il 2024</strong> <strong>gli anziani formalmente residenti al Sud&nbsp; che vivono stabilmente al Centro-Nord (“nonni con la valigia”) sono</strong> <strong>quasi raddoppiati</strong>, passando da <strong>96 mila a oltre 184 mila unità</strong>. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il <strong>ricongiungimento familiare</strong> con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto die carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente <strong>difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno</strong>, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali.</p>
<p>L&#8217;incontro è stato aperto dalla direttrice Polo ricerche di Save the Children,&nbsp;<strong>Raffaela Milano</strong>, dal giornalista di Repubblica&nbsp;<strong>Antonio Fraschilla</strong>&nbsp;che ha presentato il video &#8216;<em>Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay&#8217;&nbsp;</em>e dalla ricercatrice della Svimez&nbsp;<strong>Serenella Caravella</strong>&nbsp;che ha illustrato i dati salienti del report.</p>
<p>Alla presentazione sono intervenuti il presidente della Consulta Anci Giovani,&nbsp;<strong>Domenico Carbone</strong>, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno&nbsp;<strong>Vincenzo Iennaco</strong>, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici,&nbsp;<strong>Virginia Libero</strong>, il giornalista di Will Media,&nbsp;<strong>Carlo</strong>&nbsp;<strong>Notarpietro</strong>.&nbsp;</p>
<p>Nel corso della presentazione il direttore della Svimez,&nbsp;<strong>Luca Bianchi</strong>&nbsp;ha sottolineato come «<strong><em>sono necessarie nuove politiche pubbliche per il diritto a restare, orientate a valorizzare le competenze formate nel Mezzogiorno, mutuando gli strumenti di incentivo al rientro dei cervelli. Le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. In questa prospettiva, la SVIMEZ propone l’introduzione, a livello europeo, di un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni di attività nelle regioni europee collocate nella trappola dei talenti. Il Graduate Staying Premium potrebbe configurarsi come uno degli strumenti innovativi delle politiche per l’occupabilità nella programmazione europea 2028-2034, intervenendo su uno dei principali fattori che alimentano la mobilità dei giovani qualificati. La misura consentirebbe infatti di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo il divario rispetto alle aree più forti e rendendo concretamente più praticabile il diritto a restare</em></strong>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="wp-image-13522 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10.png" alt="" width="509" height="286" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></strong></p>
<p>Per la responsabile analisi e ricerche di Save the Children,&nbsp;<strong>Antonella Inverno</strong>&nbsp;«<em><strong>sono proprio le ragazze e i ragazzi cresciuti nelle aree marginali e periferiche del Paese che faticano a immaginare un futuro in Italia e le loro aspirazioni trasformate in progetti di vita concreti. È invece in questi luoghi che dovrebbero concentrarsi politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere nei territori di origine, diventando così a loro volta fautori dello sviluppo di quegli stessi territori</strong></em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>VIVERE NELL&#8217;ETÀ SELVAGGIA</title>
		<link>https://www.costozero.it/vivere-nelleta-selvaggia/</link>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 11:23:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[censis]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[età selvaggia]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano valerii]]></category>
		<category><![CDATA[modello occidentale]]></category>
		<category><![CDATA[pietas]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto 2025]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 59esimo Rapporto Censis dipinge la nostra società come preda di pulsioni profonde che travalicano la razionalità economica. Nonostante a dominare il corso degli eventi siano paure ancestrali, il popolo italiano ancora resiste e non cede all’imperante retorica dell’apocalisse &#160; Il Censis nel suo ultimo Rapporto sulla società italiana al 2025 definisce il momento storico [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_11549" style="width: 469px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-11549" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii.jpg" alt="" width="469" height="313" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/M-Valerii-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /><figcaption class="wp-caption-text">Massimiliano Valerii, direttore generale Censis</figcaption></figure>
<p><strong>Il 59esimo Rapporto Censis dipinge la nostra società come preda di pulsioni profonde che travalicano la razionalità economica. Nonostante a dominare il corso degli eventi siano paure ancestrali, il popolo italiano ancora resiste e non cede all’imperante retorica dell’apocalisse</strong><span id="more-13400"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il Censis nel suo ultimo Rapporto sulla società italiana al 2025 definisce il momento storico attuale come «l’età selvaggia». Cosa racchiude questa suggestione?</strong></p>
<p>È la cornice in cui collochiamo la nostra analisi sulla situazione sociale del Paese. Quella che stiamo vivendo è un&#8217;età del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. Nel grande gioco politico, ormai, vincono la forza e l&#8217;aggressività, non il diritto e l&#8217;autorità degli organismi internazionali. Proprio la mattina del 5 dicembre scorso, quando abbiamo presentato il rapporto, sono state pronunciate le “ultime” parole contundenti dal presidente Trump &#8211; «L’Europa rischia la cancellazione», ndr &#8211; che prefigurano la fine della civiltà europea. Ecco, l&#8217;età selvaggia è l’esatto contrario dell&#8217;età civile.</p>
<p><strong>I modelli economici e di vita occidentali hanno smesso di essere un riferimento?</strong></p>
<p>Sicuramente ci siamo risvegliati dall&#8217;illusione che il destino dell&#8217;Occidente fosse di “farsi mondo”. Anzi, oggi abbiamo un Occidente diviso, in crisi di identità e in declino. La percezione è che la storia, per quanto ci riguarda, non sia più guidata dalle leggi del progresso.</p>
<p>Si ha la sensazione che il progresso appartenga solo a paesi entrati di recente sullo scenario internazionale, come la Cina e l&#8217;India. Un problema di certo non marginale perché nel momento in cui smettiamo di avere fiducia nel fatto che la storia sia guidata da un progresso razionale, quali forze entrano in gioco?</p>
<p>Tornano i miti per dare un senso al mondo.</p>
<p>Pensi al rinnovato mito della frontiera trumpiana, quando parla del Canada come cinquantunesimo stato a stelle e strisce, alle mire espansionistiche sul canale di Panama o sulla Groenlandia, o alla volontà di cambiare il nome sulle carte geografiche per cui il Golfo del Messico dovrebbe chiamarsi Golfo d&#8217;America, o addirittura l&#8217;idea di una futura colonizzazione di Marte.</p>
<p>Oppure, pensi al mito di un presunto destino egemonico del popolo russo con cui il nazionalismo imperialista putiniano giustifica una guerra sanguinaria ai danni dell’Ucraina.</p>
<p>Il motore della storia non è la pura razionalità economica &#8211; paradigma della globalizzazione negli ultimi trent&#8217;anni &#8211; ma antiche tensioni, ataviche pulsioni antropologiche, con la nostra Europa &#8211; costruita su libera concorrenza e moneta unica, senza però una Costituzione univoca a fissarne valori e principi &#8211; che stenta a riconoscersi, a trovare una nuova dimensione.</p>
<p><strong>Passando al nostro Paese, un dato su tutti cristallizza la fragilità dell’economia italiana: spendiamo più per interessi che per investimenti.</strong></p>
<p>Tutte le economie occidentali, in particolare quelle europee, sono contraddistinte da una crescita vertiginosa di quello che abbiamo chiamato il grande debito. Il rapporto debito pubblico/PIL dagli anni 2000, in Francia è raddoppiato, nel Regno Unito è triplicato.</p>
<p>Non è un problema dunque solo italiano. Gli interessi pagati sul debito nel nostro Paese &#8211; maggiori dell&#8217;intero ammontare degli investimenti pubblici &#8211; superano ad esempio di più di dieci volte la spesa per la protezione dell&#8217;ambiente.</p>
<p>In prospettiva, è chiaro che a risentirne sarà anche la spesa sociale, che &#8211; sommata all’invecchiamento della popolazione, accompagnato una crescita della domanda di prestazioni sanitarie &#8211; restituirà un sicuro ridimensionamento del sistema di welfare.</p>
<p><strong>Anno dopo anno, l’inverno demografico nel nostro Paese sta trasformando anche la fisionomia del mercato del lavoro, via via sempre più senile. Quali le cifre del fenomeno?</strong></p>
<p>La radicale transizione che stiamo attraversando sta cambiando anche il volto all&#8217;occupazione. Le variazioni positive del mercato del lavoro, nei primi dieci mesi del 2025, hanno riguardato esclusivamente le persone dai 50 anni in su. Nonostante il numero record di occupati &#8211; più di 24 milioni circa &#8211;&nbsp; sono diminuiti gli occupati tra i giovani con meno di 35 anni. Non solo. Ad essere calati sono anche i disoccupati e gli inattivi, ovvero persone che non hanno un lavoro ma neanche lo cercano.</p>
<p>Il lavoro, dunque, non è più visto come la dimensione minima attraverso cui accrescere la propria prosperità economica e migliorare il proprio posizionamento sociale. Una sfiducia spiegata dalle cifre: se confrontiamo i dati del 2024 con quelli del 2007 &#8211; l&#8217;anno precedente la grande crisi economica, finanziaria e internazionale &#8211; notiamo come il valore medio reale delle retribuzioni in Italia risulti dell&#8217;8,7% più basso. Il lavoro si è così svalorizzato, proprio a causa della lunga depressione della domanda interna, di consumi e investimenti che trova il suo riscontro in una profonda stagnazione del valore reale delle retribuzioni.</p>
<p><strong>Nel Rapporto si legge che viviamo un lungo autunno industriale, con tanti comparti produttivi in calo, fatta eccezione per quello della fabbricazione armi. Che inverno è lecito dunque attendersi?</strong></p>
<p>Questa è l&#8217;altra grande preoccupazione emersa dal nostro Rapporto. Stiamo vivendo questo lungo autunno industriale che rischia di scivolare un gelido inverno della deindustrializzazione. Dal 2023 ai primi 9 mesi del 2025, la produzione industriale è caratterizzata dal segno meno; un problema che riguarda l&#8217;Italia, seconda manifattura d&#8217;Europa, ma anche la Germania. La crescita al lumicino preoccupa anche per le implicazioni sociali, basti guardare ad esempio a cosa è accaduto al di là dell&#8217;Atlantico, nel Midwest americano, in quella che loro chiamano la rust belt, la cintura della ruggine: quei territori che hanno vissuto negli anni passati una profonda deindustrializzazione si sono spopolati diventando la fucina del trumpismo.</p>
<p><strong>Delusione e frustrazione &#8211; lo dicono i fatti &#8211; determinano inevitabilmente una torsione della domanda politica come quella che sta avvenendo, da mesi, negli Stati Uniti.&nbsp;A queste spinte contrarie, come stiamo reagendo? Siamo ancora tramortiti, spaventati, sonnambuli come qualche anno fa o siamo diventati sostenitori affascinati di egoismi personali e nazionali?</strong></p>
<p>Da una parte siamo consapevoli delle minacce incombenti, soprattutto quelle che minano la tenuta del ceto medio, forza di coesione sociale anche del nostro Paese, cui 3 italiani su 10, risponderebbero affidandosi ad autocrazie e non più a democrazie liberali come la nostra, più adatte allo spirito dei tempi; dall’altra complice la debolezza dell’Europa, per cui 6 italiani su 10 la ritengono marginale nello scacchiere della competizione &#8211; per 4 italiani su 10 le tensioni tra le grandi potenze del mondo potranno risolversi solo mediante conflitti armati, che fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. A fare da sfondo gli allarmi quotidiani dei leader europei che profetizzano l&#8217;apocalisse, guerre imminenti con la Russia, perdita di competenza del Continente, collasso climatico; non soluzioni ma richiami ansiogeni che però non destabilizzano il popolo italiano che resiste e si adatta, senza cedere del tutto a tensioni di radicalizzazione.</p>
<p><strong>Lei ha concluso la presentazione con un messaggio di speranza. In cosa credono ancora gli italiani? Cosa li spinge a nutrire fiducia?</strong></p>
<p>Ho concluso la presentazione ricordando una delle lezioni più alte dell’Iliade, il poema omerico all&#8217;origine della cultura occidentale. In questa età selvaggia, in cui abbiamo smarrito la fiducia nel progresso razionale, dovremmo tornare a focalizzarci su caratteri umani come compassione e pietà alla stregua di Achille. L’eroe greco, pur vittorioso, si lascia commuovere dalle lacrime di Priamo, acconsentendo così a restituirgli il corpo del figlio Ettore per dargli giusta sepoltura. Attraverso questo incontro, Omero ci conduce oltre la brutalità della guerra, mostrando come il dolore condiviso possa avvicinare anche gli avversari più irriducibili. Il monito è allora quello di riscoprire la nostra capacità empatica di provare <em>pietas</em>, perché è quello che, in fondo, ci rende veramente umani.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Bianchi, Svimez: «Il Sud perde 132 miliardi di euro di capitale umano in 4 anni»</title>
		<link>https://www.costozero.it/bianchi-svimez-il-sud-perde-132-miliardi-di-euro-di-capitale-umano-in-4-anni/</link>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 10:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Dal Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno la proposta perché i giovani siano motivati a restare: attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13387" style="width: 277px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13387" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi.jpg" alt="" width="277" height="185" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /><figcaption class="wp-caption-text">Presentazione del Rapporto Svimez, 27 novembre 2025 credit Stefano Segati</figcaption></figure>
<p><strong>Dal Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno la proposta perché i giovani siano motivati a restare: attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze di vita e di lavoro altrove</strong><span id="more-13385"></span></p>
<p><strong>Direttore, i contenuti salienti del Rapporto Svimez 2025 restituiscono un Mezzogiorno preda di trappole e paradossi: la prima riguarda l’occupazione, in crescita sì, ma senza che questo equivalga anche a un calo della povertà. A ben guardare, continua a essere precario e poco qualificato l’incremento di posti di lavoro?</strong></p>
<p>I dati restituiscono esattamente questa contraddizione: nel triennio 2021-2024 gli under 35 occupati sono aumentati di 461mila unità a livello nazionale, di cui 100mila nel Sud. Il tasso di occupazione giovanile cresce più al Sud (+6,4 punti), ma riguarda prevalentemente settori a basso valore aggiunto, nonostante alcuni segnali importanti anche in settori più innovativi. Gran parte dell&#8217;occupazione creata è in settori come il turismo e le costruzioni, caratterizzati da bassi salari.&nbsp; Al Mezzogiorno avere un lavoro, dunque, non basta per essere al riparo dal rischio di povertà.</p>
<p><strong>Altra contraddizione, tra le più rivelanti: la perdita perdurante di capitale umano qualificato. Come si difende la libertà di muoversi garantendo, al contempo, ai giovani il diritto a restare nei propri luoghi di origine?</strong></p>
<p>Nel nostro Paese troppo spesso la mobilità non è una scelta, ma una necessità dovuta all&#8217;assenza di opportunità lavorative gratificanti e adeguate alle competenze nel proprio territorio di origine. Tra i due trienni 2017-2019 e 2022-2024 le migrazioni dei 25-34enni italiani sono aumentate del 10%: nell’ultimo triennio 135mila giovani hanno lasciato il nostro Paese e 175mila il Sud per il Nord e l’estero. Si è dunque creato più lavoro ma non migliori condizioni di vita, indispensabili per scegliere di restare al Mezzogiorno. Il risultato più evidente è un sempre più preoccupante disallineamento tra l’investimento formativo, dei giovani e della scuola, e le caratteristiche dell&#8217;occupazione che gli viene offerta sul territorio. Ed è uno spreco spaventoso, anche in termini di risorse investite per la formazione. Un altro dato ne definisce i contorni: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno ha perso, in termini di investimenti, 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord.</p>
<p>Attorno alla cospicua dotazione di capitale umano al Sud andrebbe, invece, costruita una politica forte di attrazione degli investimenti esteri, per valorizzarla come autentico vantaggio localizzativo del Mezzogiorno. Dovrebbe diventare una sorta di nostro nuovo “patrimonio Unesco”, su cui puntare con slancio e prospettiva.</p>
<p>Perché i giovani siano motivati a restare, andrebbero attivate filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzata la base industriale innovativa e integrate tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze di vita e di lavoro altrove.</p>
<p><strong>Dal 2027 finirà l’effetto moltiplicatore del PNRR per il Sud e tornerà ad allargarsi la forbice con il resto del Paese. Come salvaguardare, invece, l’eredità positiva legata al Piano Nazionale Ripresa e Resilienza?</strong></p>
<p>Partiamo dal primo dato positivo: il Sud ha giocato la partita del PNRR al pari del resto del Paese e questo non era affatto scontato.&nbsp;Il Sud reagisce dunque agli investimenti, rivela di non essere un vuoto a perdere ma una realtà in cui se si investi si creano opportunità. Pensiamo alle buone performance dei Comuni alla prova del PNRR, nonostante le tante difficoltà.</p>
<p>Il PNRR ha indirizzato 27 miliardi di opere pubbliche al Sud. Tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva, con il 16,2% dei progetti pronti al collaudo (25% al Centro-Nord).</p>
<p>Ma cosa accadrà esaurita la spinta propulsiva del PNRR? Probabilmente si innescheranno 2 effetti negativi: il mancato completamento del processo di ammodernamento previsto dal PNRR e l’arresto della crescita, con il serio rischio di tornare al tradizionale divario di sviluppo tra Nord e Sud del Paese.&nbsp;Si dovrebbe invece proseguire nell’eredità del PNRR non solo continuando a garantire risorse al Sud ma destinandole soprattutto alla creazione e sviluppo di&nbsp;&nbsp;&nbsp; infrastrutture sociali che, oltre ad avere un impatto sulla crescita, migliorano la qualità della vita delle persone.</p>
<p><strong>Pasquale Saraceno, fondatore della Svimez, affermava che tra le urgenze del Mezzogiorno in cima ci fosse la necessità di accumulare capitale sociale per crescere in produttività. Ad oggi quanto siamo migliorati rispetto a questo punto dolente specifico?</strong></p>
<p>Grazie al PNRR sono cresciuti i posti negli asili nido pubblici ed è parimenti aumentata la quota di alunni che frequentano scuole dotate di mensa, due indicatori fondamentali del diritto di cittadinanza all’istruzione. Lo stato di avanzamento delle opere poi fa registrare un avvicinamento nell’offerta pubblica di asili nido tra le due macro-aree. Se entro il 2026 saranno ultimati tutti i cantieri avremmo un sostanziale riequilibrio di offerta pubblica tra Nord e Sud.</p>
<p>In questo quadro, noi alla Svimez riteniamo che la politica di coesione possa diventare una leva industriale territoriale, io dico un bazooka di politica industriale, capace di rendere compatibile l’obiettivo della competitività con quello della convergenza territoriale andando a rafforzare al Sud settori strategici. Ne gioverebbe il Paese intero.</p>
<p>Per il Mezzogiorno sarebbe questa la strada da imboccare: un approccio orientato alla performance, con risorse europee integrate a quelle della politica industriale nazionale e ai driver della transizione verde e digitale, può concretamente metterci nelle condizioni di tornare a competere e a essere un luogo di elezione per i giovani.</p>
<p><strong>Nel Rapporto si sottolinea anche l’importanza di valorizzare la grande impresa del Mezzogiorno. Su quali settori secondo lei sarebbe opportuno investire?</strong></p>
<p>La grande impresa rappresenta il luogo in cui si fa più innovazione. I dati presentati mostrano che le grandi imprese al Mezzogiorno hanno livelli di produttività e performance di redditività assolutamente in linea con il resto del Paese e anche perché in esse è possibile attivare processi di sviluppo nei settori innovativi che poi si trasferiscono al tessuto delle medie imprese.</p>
<p>Dopo una lunga stagione in cui si è teorizzato che il piccolo era bello e che gli interventi in favore delle grandi imprese avrebbero spiazzato lo sviluppo locale, i dati dell’ultimo Rapporto Svimez dimostrano invece l’esatto contrario. Dobbiamo accompagnare il rafforzamento di grandi player industriali nel Mezzogiorno, alla guida delle transizioni digitale e green, una sfida enorme specie per due settori in particolare: l&#8217;automotive e l&#8217;acciaio. Il Sud, anche grazie al potenziale delle energie rinnovabili, può diventare l&#8217;avamposto giusto per l&#8217;attuazione e la sperimentazione di trasformazioni green di settori tradizionali. Occorre però un progetto di lungo periodo, il grande assente, ad esempio, nella storia recente dell&#8217;Ilva, capace di mettere in moto una nuova stagione di crescita e di trasformazione.</p>
<p>Qui si produce già più energia verde di quanta se ne consumi (copertura al 115,1%). L&#8217;ulteriore incremento della produzione energetica determinerà una riduzione dei prezzi energetici più marcata nelle regioni del Mezzogiorno (-20%) rispetto al resto del Paese (-14%), attraendo investimenti in settori energivori e in filiere innovative come fotovoltaico, eolico, batterie e data center. Un elemento di notevole valore per fare dello sviluppo delle rinnovabili una formidabile leva per il rilancio industriale e digitale del Sud.</p>
<p><strong>La riapertura del cantiere normativo sull’autonomia differenziata nel nostro Paese non va in netto contrasto con l&#8217;idea obiettivo di un&#8217;Europa sempre più coesa e integrata? E, in più, stando anche alle risultanze operative del vostro studio, sarebbe davvero una buona mossa puntare tutto sul protagonismo delle Regioni?</strong></p>
<p>L&#8217;autonomia differenziata è in totale contrapposizione con tutto lo sforzo fatto dal PNRR, perché se da un lato investiamo per creare nuove infrastrutture sociali così da erogare nuovi servizi, rilanciare l&#8217;autonomia differenziata che tende a standardizzare le differenze e a confermare la spesa storica, creerà nuovi contenitori fisici ma non le risorse per mantenerli attivi.</p>
<p>Una contraddizione enorme e anacronistica sia rispetto agli obiettivi di coesione del PNRR nato per ridurre i divari territoriali, migliorare i servizi essenziali e rafforzare la capacità amministrativa delle aree più fragili, soprattutto nel Mezzogiorno, sia riguardo alle sfide e alle grandi crisi che stiamo vivendo a livello globale e che richiedono politiche coordinate in cui la dimensione regionale è assolutamente insufficiente. A questo aggiungo un’altra evidenza del Rapporto: non esiste alcuna efficienza straordinaria delle Regioni. Come dicevamo, nel Mezzogiorno i cantieri PNRR per infrastrutture sociali dei Comuni sono in fase avanzata progetti per il 51,5% del valore complessivo delle risorse contro solo il 33% di quelli delle Regioni. Proseguire sulla strada dell’autonomia ci pare dunque un passo falso. Definire i Livelli essenziali delle prestazioni sociali &#8211; cioè i servizi minimi da assicurare in modo uniforme su tutto il territorio per garantire i diritti sociali fondamentali dei cittadini &#8211; finanziandoli a parità di risorse e senza stabilire nuovi criteri di riparto equivale a riproporre il criterio della spesa storica, ovvero a cristallizzare i divari di cittadinanza tra Nord e Sud.</p>
<p><strong>La Legge di Bilancio 2026 ha rafforzato il credito d’imposta Zes Unica fino al 2028, con uno stanziamento complessivo di oltre 4 miliardi. Quali saranno gli effetti?</strong></p>
<p>Bene che si sia passati a un finanziamento pluriannuale della misura, così da avere maggiori certezze per gli investimenti.</p>
<p>La Zes Unica è uno strumento potenzialmente interessante ma, posto che la semplificazione amministrativa resti per il solo Mezzogiorno &#8211; dovrebbe diventare, con l’aggiornamento del Piano strategico nel 2026, un laboratorio di integrazione tra coesione e politica industriale, incrociando filiere europee strategiche &#8211; dalla difesa all’energia, dalle tecnologie critiche agli ecosistemi produttivi emergenti. Ma l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità di indirizzare gli incentivi verso filiere coerenti con l’agenda politica industriale europea e con le potenzialità dei territori meridionali.</p>
<p>La parola d’ordine dovrà essere selettività.</p>
<p><strong>Il momento è ora: come è possibile volgere a nostro vantaggio la fortuna di poter trasformare il Mezzogiorno d’Italia nella cerniera sostenibile tra Europa e Mediterraneo?</strong></p>
<p>Il tema del Mediterraneo è spesso infarcito di vuota retorica, perché le potenzialità ventilate del Mezzogiorno non sono mai state messe a sistema in un progetto reale di valorizzazione.</p>
<p>Un piano che dovrebbe passare anche per un necessario rafforzamento e un migliore coordinamento delle nostre aree portuali, al momento non rilevati. Più di ogni altra fattore occorre però che il Mezzogiorno assuma rilevanza politica e per la politica: questo dipende dalle scelte europee, tenuto conto che la partita dello sviluppo si gioca, sempre più, sull’inclusione delle aree periferiche nelle filiere strategiche e negli ecosistemi industriali continentali, ma anche dalla nostra capacità di rafforzare la cooperazione europea con i paesi al nord del Mediterraneo. Per il nostro Paese si traduce in quello che dovrebbe essere oramai un punto fermo: senza il Mezzogiorno integrato nelle catene del valore europee, l’intero sistema Paese resta debole.</p>
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		<title>LA RICCHEZZA DELLA CONTAMINAZIONE</title>
		<link>https://www.costozero.it/la-ricchezza-della-contaminazione/</link>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 07:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
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		<category><![CDATA[coesione]]></category>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[premio best practices per l'innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[salvio capasso]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Agricoltura che dialoga con il digitale, aerospazio che integra sostenibilità, imprese che coniugano produttività e benessere dei lavoratori. Per Salvio Capasso, responsabile servizio territorio &#38; imprese, SRM: «È questa la chiave per trasformare il sistema produttivo in un laboratorio avanzato di sviluppo, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica, tecnologica e industriale e di [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13187" style="width: 505px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13187" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio.jpg" alt="" width="505" height="337" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/salvio-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 505px) 100vw, 505px" /><figcaption class="wp-caption-text">Salvio Capasso, responsabile servizio territorio &amp; imprese, SRM</figcaption></figure>
<p><strong>Agricoltura che dialoga con il digitale, aerospazio che integra sostenibilità, imprese che coniugano produttività e benessere dei lavoratori. Per Salvio Capasso, responsabile servizio territorio &amp; imprese, SRM: «È questa la chiave per trasformare il sistema produttivo in un laboratorio avanzato di sviluppo, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica, tecnologica e industriale e di contribuire al rilancio dell’intero Paese»</strong></p>
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<p><strong>Anche quest’anno SRM è stato partner scientifico del Premio Best Practices per l’Innovazione di Confindustria Salerno, elaborando un’analisi di scenario per ciascuna delle quattro filiere oggetto di indagine dell’edizione 2025: agrinext, aerovision, digital transformation e sustainable. Quali i principali esiti dello studio?</strong></p>
<p>Agricoltura, industria avanzata, digitale e sostenibilità condividono oggi la stessa logica: integrare innovazione tecnologica, capitale umano e responsabilità sociale per generare valore. L’agroalimentare evolve in chiave di bioeconomia, fondendo tradizione e pratiche di precisione; l’aerospazio mostra la forza di una manifattura ad alta intensità tecnologica proiettata sui mercati globali; la trasformazione digitale fornisce strumenti e linguaggi comuni che attraversano ogni comparto; la sostenibilità, infine, diventa il collante che orienta imprese e istituzioni a ripensare processi, modelli organizzativi e rapporti con la collettività.</p>
<p>Ne emerge un quadro in cui le filiere non sono percorsi paralleli, ma parti di un ecosistema innovativo che funziona quando ricerca, imprese e infrastrutture si incontrano. Cloud, intelligenza artificiale, Internet of Things, energie rinnovabili, economia circolare, welfare aziendale: tutti questi elementi concorrono a definire una stessa traiettoria di sviluppo, che non vede nella transizione un ostacolo, ma un’opportunità per aumentare competitività, attrarre investimenti e generare inclusione sociale.</p>
<p>L’analisi di SRM dimostra così che il vero motore di crescita sta nella capacità di contaminazione: agricoltura che dialoga con il digitale, aerospazio che integra sostenibilità, imprese che coniugano produttività e benessere dei lavoratori. È questa la chiave per trasformare il sistema produttivo in un laboratorio avanzato di sviluppo, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica, tecnologica e industriale e di contribuire al rilancio dell’intero Paese.</p>
<p><strong>Dalle vostre analisi recenti, il Mezzogiorno- per la sua collocazione geografica &#8211; ha ancora molto da offrire in termini di leve di sviluppo. Mezzogiorno uguale Mediterraneo, è così?</strong></p>
<p>Il Mezzogiorno, per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, rappresenta molto più di una parte del territorio nazionale: è una piattaforma naturale di connessioni tra Europa, Africa e Medio Oriente. In questo senso, dire “Mezzogiorno uguale Mediterraneo” significa riconoscere che il futuro del Sud si gioca proprio sulla capacità di valorizzare questa collocazione, trasformandola in una leva geo-economica capace di incidere non solo sullo sviluppo italiano ma anche sugli equilibri europei.</p>
<p>Le analisi condotte da SRM mostrano come tre grandi filoni produttivi &#8211; le filiere industriali del Mezzogiorno, l’Economia Marittima e l’Energia &#8211; siano accomunati da un elemento trasversale: le connessioni. I porti meridionali, con oltre il 45% del traffico container nazionale e punte di eccellenza come Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno, sono snodi fondamentali delle rotte globali, integrati nelle catene logistiche che collegano il Mediterraneo ai mercati europei.</p>
<p>L’Economia del Mare, con cantieristica, logistica e blue economy, diventa così un settore strategico non solo per la competitività del Sud, ma per la sicurezza e la resilienza delle forniture europee. Lo stesso vale per l’energia: i gasdotti e i futuri corridoi dell’idrogeno che approdano sulle coste meridionali fanno del Mezzogiorno la “porta verde” dell’Europa, in grado di attrarre investimenti, garantire approvvigionamenti diversificati e accelerare la transizione ecologica. Qui la geografia diventa geo-economia: la collocazione mediterranea si traduce in capacità di generare valore e autonomia strategica per l’intero continente. Le filiere produttive, dall’agroalimentare all’aerospazio, trovano forza proprio nell’essere interconnesse ai mercati globali attraverso porti, infrastrutture energetiche e reti digitali.</p>
<p>Per questo il rilancio del Mezzogiorno passa da un investimento deciso nelle connessioni &#8211; fisiche, energetiche e tecnologiche &#8211; che lo rendano hub di scambi, innovazione e sostenibilità. È in questa chiave che il Sud può diventare un vero motore di crescita europea, trasformando la sua posizione geografica in un vantaggio competitivo strutturale.</p>
<p><strong>E la nostra regione, la Campania, rispetto ai 4 ambiti approfonditi anche in occasione del Premio BPI, come si posiziona?</strong></p>
<p>La Campania emerge dalle analisi condotte da SRM in occasione del Premio Best Practices come una delle regioni più dinamiche del Mezzogiorno, capace di intrecciare tradizione e innovazione lungo tutte le filiere considerate. L’agricoltura resta un pilastro identitario, non solo per il valore delle produzioni di eccellenza, ma anche per la crescente capacità di introdurre pratiche di precisione e soluzioni digitali che aprono la strada alla bioeconomia.</p>
<p>Questa vitalità si riflette anche nel settore aerospaziale, in cui la Campania è riconosciuta come uno degli hub nazionali di riferimento: qui convivono grandi imprese, PMI e centri di ricerca di livello internazionale, all’interno di un distretto che ha fatto della collaborazione tra industria e ricerca un modello di sviluppo.</p>
<p>La spinta tecnologica e l’apertura ai mercati globali, caratteristiche dell’aerospazio, dialogano con quanto avviene sul fronte della trasformazione digitale, che vede la Campania tra le aree più vivaci del Sud per numero di imprese, startup e capacità di adottare cloud, intelligenza artificiale e piattaforme digitali. La crescita è evidente, ma per consolidarsi richiede investimenti in infrastrutture e soprattutto in competenze, così da permettere alle PMI di compiere un salto di scala.</p>
<p>A fare da cornice trasversale è il tema della sostenibilità, che non rappresenta più un vincolo ma un’opportunità: raccolta differenziata ed economia circolare mostrano progressi concreti, mentre il welfare aziendale si diffonde anche tra le realtà di piccola e media dimensione, segno di una crescente attenzione al benessere dei lavoratori e alla responsabilità sociale.</p>
<p>In questo intreccio di percorsi, la Campania mostra dunque una forte capacità di posizionarsi come protagonista delle grandi transizioni digitale, verde e industriale. Restano da affrontare alcune fragilità strutturali, ma il tessuto imprenditoriale, la qualità della ricerca e la propensione all’innovazione confermano la regione come uno dei poli trainanti non solo del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese.</p>
<p>La dinamica positiva che la Campania sta sperimentando negli ultimi anni sul piano economico ne è una prova tangibile: un risultato che riflette proprio il ruolo propulsivo di queste quattro filiere, oggi veri motori di competitività, occupazione e sviluppo sociale per l’intero territorio regionale.</p>
<p><strong>Di cosa ha bisogno il sistema dell’innovazione italiano per creare valore e realtà imprenditoriali che possano avere futuro, mercato e tempo?</strong></p>
<p>Per creare valore e dare futuro al sistema dell’innovazione italiano non bastano iniziative isolate: occorre un ecosistema aperto, integrato e capace di mettere in rete attori, competenze e risorse. Le analisi di SRM individuano in tre direttrici fondamentali &#8211; <strong>le 3C, ovvero Connessione, Coesione e Competenza</strong> &#8211; i fattori essenziali per fare dell’innovazione un motore stabile di sviluppo. La Connessione riguarda la capacità di costruire reti tra università, imprese, finanza e istituzioni, creando filiere innovative e canali efficaci di trasferimento tecnologico.</p>
<p>La Coesione è legata alla governance e alla fiducia tra i soggetti dell’ecosistema: senza collaborazione e stabilità, l’innovazione rischia di rimanere frammentata e incapace di generare impatto duraturo. La Competenza, infine, è il pilastro su cui poggia tutto: capitale umano qualificato, specialisti ICT, ricercatori e manager innovativi sono indispensabili per trasformare tecnologie e idee in imprese solide.</p>
<p>L’Italia, pur migliorando negli ultimi anni, resta un innovatore “moderato” in Europa, con punti di debolezza proprio nell’istruzione terziaria e nella disponibilità di profili digitali. Nel Mezzogiorno il divario è ancora più evidente: la spesa in R&amp;S è pari solo allo 0,96% del PIL, contro l’1,37% nazionale; appena il 62,6% delle imprese raggiunge un livello base di digitalizzazione, a fronte del 70,7% della media italiana</p>
<p>Eppure, segnali positivi non mancano: dal 2019 al 2025 le PMI innovative nel Sud sono cresciute del 180% (contro il +155% della media nazionale), mentre le startup innovative hanno registrato un +34%, quasi il doppio rispetto alla media italiana. Questi dati dimostrano che il potenziale c’è, ma va coltivato. Perché il sistema dell’innovazione possa creare imprese con futuro, mercato e tempo servono investimenti in infrastrutture tecnologiche, politiche di sostegno mirate e capitale umano di qualità.</p>
<p>Solo così l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, potranno trasformarsi in veri laboratori di crescita e competitività europea.</p>
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		<title>«Distruggi la tua idea preferita per fare spazio a quella giusta»</title>
		<link>https://www.costozero.it/distruggi-la-tua-idea-preferita-per-fare-spazio-a-quella-giusta/</link>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 13:04:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">https://www.costozero.it/?p=13179</guid>
		<description><![CDATA[<p>Progettata non solo per il settore spaziale, l’innovazione di Astradyne, arrivata sul podio, ha convinto tutti per la capacità di unire la leggerezza e la portabilità dei pannelli flessibili con l’efficienza di quelli rigidi, creando un prodotto che oggi non ha veri equivalenti sul mercato. A raccontarci peculiarità e obiettivi Giammarco Alessandrino, System Engineering Manager [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13180" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra.jpg" alt="" width="423" height="282" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" />Progettata non solo per il settore spaziale, l’innovazione di Astradyne, arrivata sul podio, ha convinto tutti per la capacità di unire la leggerezza e la portabilità dei pannelli flessibili con l’efficienza di quelli rigidi, creando un prodotto che oggi non ha veri equivalenti sul mercato. A raccontarci peculiarità e obiettivi Giammarco Alessandrino, System Engineering Manager della startup</strong><span id="more-13179"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La “sua” innovazione come nasce, a quale bisogno concreto risponde e a chi è rivolta?</strong></p>
<p>La nostra innovazione nasce da un’esigenza chiara: portare molta più potenza su satelliti sempre più piccoli, senza aumentare massa, volume e costi. I pannelli per satelliti sono pesanti, voluminosi, costosissimi e complessi da dispiegare (partono chiusi nel razzo e poi si aprono in orbita). Nel frattempo, anche i satelliti piccoli ospitano payload (telecamere, radar, antenne, telescopi, AI onboard…) sempre più energivori: con i pannelli classici è impraticabile fornire la potenza richiesta senza penalizzare la piattaforma.</p>
<p>Da qui nasce il nostro primo prodotto, inizialmente SolarCube, concepito per dare a un CubeSat 3U (≈10×10×30 cm) la stessa potenza tipica di un 12U. Come? Reinventando l’ala fotovoltaica: abbandoniamo la catena di moduli rigidi con cerniere meccaniche e adottiamo un’unica ala continua in materiale tessile; tramite circuiti rigido-flessibili posizioniamo le celle e l’elettronica di controllo. Questo approccio ci rende fino a 10 volte più sottili, con peso dimezzato e costi sensibilmente ridotti.</p>
<p>Oggi SolarCube è evoluto in Solar Z: un sistema meno vincolato al formato CubeSat, che scala su piattaforme più grandi, ma ne mantiene la semplicità di integrazione. In parallelo, abbiamo creato Solar Y, la declinazione terrestre/nautica che porta a terra le stesse value proposition: leggerezza, trasportabilità, modularità e robustezza.</p>
<p>I casi d’uso vanno dal dual-use all’agrivoltaico, dalla nautica da diporto alla logistica e al campeggio. A chi è rivolta? A costruttori e operatori di smallsat/microsat che vogliono massimizzare potenza e payload performance, e &#8211; sul lato terrestre &#8211; ad attori che necessitano di generazione portatile e rapida da distribuire in scenari off-grid o dinamici.<img class="size-full wp-image-13181 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra2.png" alt="" width="406" height="252" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra2.png 406w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra2-300x186.png 300w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></p>
<p><strong>C’è stato un momento di “svolta” nel percorso dall’idea al prodotto?</strong></p>
<p>Sì. In fase iniziale abbiamo esplorato architetture di dispiegamento ispirate all’origami per minimizzare lo spazio occupato in fase chiusa. Sulle piattaforme piccole il beneficio di volume si è rivelato inferiore al costo in termini di complessità tecnica e rischi.</p>
<p>Il momento di svolta è stato accettare di “uccidere la nostra idea preferita”: abbandonare lo schema origami e adottare una chiusura a Z (tipo fisarmonica), meno esotica ma più lineare e ripetibile.</p>
<p>Il risultato: integrazione e test più rapidi, affidabilità di dispiegamento più alta e costi/lead time più prevedibili &#8211; tutto ciò senza sacrificare la potenza specifica che ci eravamo prefissati. Su piattaforme più grandi, dove i vincoli cambiano, il trade-off potrebbe cambiare; non lo escludiamo.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni il comparto ampio del green è, finalmente, esploso. Rispetto ad applicativi concorrenti in cosa la vostra soluzione è più avanti?</strong></p>
<p>Negli ultimi anni si parla molto di “green”, ma nel settore spaziale il fotovoltaico è da sempre la principale &#8211; e spesso unica &#8211; fonte di energia. Fin dai primi satelliti, ogni sistema mandato in orbita e destinato a restarci per più di pochi giorni, ha dovuto fare affidamento sull’energia solare. Per questo preferisco raccontare il nostro ruolo nella “rivoluzione green” pensando a Solar Y, il nostro prodotto terrestre: per valutarne davvero il valore è importante chiarire bene a quali concorrenti ci riferiamo.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-13182" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra3.png" alt="" width="284" height="190" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra3.png 284w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra3-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 284px) 100vw, 284px" />Possiamo dividerli in due grandi categorie: (i) i pannelli rigidi, i classici che tutti immaginiamo sui tetti o nei campi fotovoltaici; (ii) i pannelli portatili e flessibili, spesso pieghevoli, molto meno diffusi e più vicini concettualmente al nostro approccio. Rispetto ai pannelli rigidi, Solar Y è circa dieci volte più leggero, perché non ha la pesante cornice in alluminio che normalmente incornicia e sostiene le celle. Al confronto invece di pannelli portatili attualmente sul mercato, utilizziamo celle ad altissima efficienza, le stesse impiegate nei pannelli rigidi, e questo ci permette di offrire molta più potenza a parità di peso e dimensioni. In sintesi, uniamo la leggerezza e la portabilità dei pannelli flessibili con l’efficienza dei pannelli rigidi, creando un prodotto che oggi non ha veri equivalenti sul mercato.</p>
<p><strong>Convincere l’ecosistema intorno a lei a investire sulla sua visione è stato complicato? Quanto tempo ha richiesto e quante energie ha raccolto intorno a sé?</strong></p>
<p>Il settore spaziale è notoriamente prudente: tende a non abbandonare soluzioni consolidate e ampiamente testate se non di fronte a innovazioni che rappresentino un salto netto in termini di prestazioni. Per questo, farsi conoscere e conquistare la fiducia di grandi aziende del settore è stato inizialmente molto complesso.</p>
<p>Ma alla fine ce l’abbiamo fatta: proprio la settimana scorsa abbiamo chiuso un round di investimento seed da 2 milioni di euro con Primo Space Venture Capital, un risultato che conferma la fiducia di questo ecosistema nelle nostre idee, nei nostri prodotti e soprattutto nel team di Astradyne. Un team che oggi sta crescendo, ma che fin dall’inizio è stato la vera forza propulsiva della nostra innovazione.</p>
<p><strong>Di quali talenti “intorno” avrebbe bisogno per fare ancora meglio?</strong></p>
<p>Per continuare a crescere e accelerare lo sviluppo di Astradyne abbiamo bisogno di persone con competenze molto verticali ma anche con grande curiosità e flessibilità mentale. In particolare, ci servono ingegneri specializzati in materiali e sistemi energetici, e figure con forte esperienza nel business development, per portare le nostre soluzioni sul mercato in modo sempre più rapido e capillare. Ma, soprattutto, cerchiamo talenti che credano davvero nella nostra visione e abbiano voglia di mettersi in gioco fuori dai percorsi già battuti: è questo tipo di energia che fa davvero la differenza.</p>
<p><strong>C’è più tecnologia o più “umanità” nella sua innovazione?<img class="alignleft size-full wp-image-13183" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-4.png" alt="" width="316" height="182" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-4.png 316w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/astra-4-300x173.png 300w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" /></strong></p>
<p>Alla base di Astradyne c’è sicuramente molta tecnologia avanzata, frutto di anni di ricerca e di competenze ingegneristiche di altissimo livello. Ma sarebbe riduttivo pensare che l’innovazione nasca solo da lì. La vera scintilla è umana: nasce dalla curiosità, dal desiderio di superare i limiti, dal coraggio di provare strade nuove e dall’entusiasmo di un team che condivide la stessa visione. Anche l’innovazione più tecnologica non ha senso senza le persone che la immaginano, la costruiscono e la fanno vivere ogni giorno.</p>
<p><strong>Due vizi e due virtù dell’ecosistema dell’innovazione italiano.</strong></p>
<p>In Italia abbiamo creatività e resilienza da vendere: sappiamo trovare soluzioni ingegnose anche con pochi mezzi e non molliamo facilmente. Ma spesso ci frenano la burocrazia e la paura del rischio, che rendono difficile scommettere su idee davvero ambiziose. Se riuscissimo a sciogliere questi due nodi, l’innovazione italiana potrebbe correre molto più veloce.</p>
<p><strong>Qual è la sua idea di “mondo migliore”?</strong></p>
<p>La mia idea di mondo migliore è un mondo in cui innovazione, sostenibilità e diritti civili non siano tre strade parallele, ma una sola direzione comune.</p>
<p>Un mondo in cui la tecnologia sia al servizio delle persone e dell’ambiente, capace di migliorare la vita senza consumare il futuro, e in cui il progresso venga misurato anche dalla capacità di garantire pari opportunità, rispetto e libertà a tutti. Solo così l’innovazione può essere davvero duratura: se è sostenibile per il pianeta e giusta per chi lo abita.</p>
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			</item>
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		<title>FOAMFLEX, UN’INNOVAZIONE SENZA EGUALI</title>
		<link>https://www.costozero.it/foamflex-uninnovazione-senza-eguali/</link>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 07:38:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[foam flex]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[oli]]></category>
		<category><![CDATA[premio best practices per l'innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[spugna]]></category>
		<category><![CDATA[t1 solutions]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13171" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli.jpg" alt="" width="406" height="271" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/ottelli-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" />A vincere la diciottesima edizione del Premio Best Practices per l’Innovazione di Confindustria Salerno è&nbsp; stata T1Solutions per la categoria imprese con la sua schiuma poliuretanica brevettata, oleofila e idrofobica, capace di assorbire fino a 30 volte il proprio peso, riutilizzabile fino a 200 volte e selettiva sull’olio. Luca Ottelli, account executive della società: «Non solo risparmio economico, dunque, ma un atto di tutela verso le generazioni future»</strong></p>
<p><span id="more-13170"></span></p>
<p><strong>La “sua” innovazione come nasce, a quale bisogno concreto risponde e a chi è rivolta?</strong></p>
<p>FoamFlex nasce da un’esigenza concreta: rendere la gestione degli sversamenti di oli e idrocarburi più efficace, sostenibile e sicura. Oggi, la maggior parte degli assorbenti &#8211; come il polipropilene &#8211; è monouso, produce enormi quantità di rifiuti speciali e non consente di recuperare l’olio assorbito. FoamFlex, invece, è una schiuma poliuretanica brevettata, oleofila e idrofobica, capace di assorbire fino a 30 volte il proprio peso, riutilizzabile fino a 200 volte e selettiva sull’olio (meno del 5% di acqua). È rivolta a settori strategici: oil &amp; gas, porti e marine, industria, shipping e utility, ma anche a piccole e medie imprese che ogni giorno affrontano micro-sversamenti.</p>
<p><strong>C’è stato un momento di “svolta” nel percorso dall’idea al prodotto?</strong></p>
<p>Sì. La svolta è arrivata quando, grazie a LCA-GHG certificata dal RINA, è emersa la maggiore performance di FoamFlex di ridurre del 99,8% le emissioni di CO₂ rispetto al benchmark di mercato, mantenendo costanza di performance dopo centinaia di utilizzi. Quel dato scientifico ha sancito che non avevamo soltanto un buon prodotto, ma una vera tecnologia di discontinuità capace di trasformare un problema ambientale e industriale in una risorsa.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni il comparto ampio del green è, finalmente, esploso. Rispetto ad applicativi concorrenti in cosa la vostra soluzione è più avanti?</strong></p>
<p>FoamFlex unisce tre vantaggi unici:</p>
<ul>
<li>Ambientale: riduce quasi a zero i rifiuti speciali, azzerando l’impatto su flora e fauna, e promuove il recupero integrale dell’olio.</li>
<li>Economico: consente risparmi fino al 93% sui costi di bonifica e smaltimento.</li>
<li>Tecnologico: mentre gli assorbenti tradizionali recuperano una minima frazione dell’olio disperso, FoamFlex consente un recupero completo. Non è un “competitor migliorato”, è una categoria a sé.</li>
</ul>
<p><strong>Convincere l’ecosistema a investire sulla sua visione è stato complicato? Quanto tempo ha richiesto e quante energie ha raccolto intorno a sé?<img class="wp-image-13172 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna1.jpg" alt="" width="469" height="343" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna1.jpg 1393w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna1-300x219.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna1-768x561.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna1-1024x748.jpg 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna1-600x438.jpg 600w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></strong></p>
<p>Convincere non è mai semplice perché significa cambiare abitudini consolidate. Tuttavia, i dati hanno parlato per noi. Pubblicazioni scientifiche, interventi sul campo, università e centri di ricerca internazionali hanno validato e comunicato i risultati, e player principali di diversi settori di riferimento hanno integrato la nostra visione negli obiettivi di sostenibilità. Oggi la nostra energia è moltiplicata da un ecosistema che va dalle istituzioni ai grandi operatori industriali, fino al retail, come dimostra la collaborazione con Leroy Merlin. La collaborazione con Leroy Merlin nasce dalla volontà di portare la nostra tecnologia anche nel mondo B2C, avvicinando il pubblico a soluzioni innovative e sostenibili per la gestione degli oli e degli idrocarburi.</p>
<p>L’obiettivo è sensibilizzare i cittadini e le famiglie sull’importanza di adottare pratiche di tutela ambientale anche nella vita quotidiana, offrendo strumenti concreti, semplici da utilizzare e adatti anche a piccole esigenze domestiche o professionali.</p>
<p>In questo modo, accanto alle grandi partnership industriali e istituzionali, costruiamo un ponte con la società civile, contribuendo a diffondere una cultura della sostenibilità che parte dal basso e si riflette in un cambiamento collettivo.</p>
<p><strong>Di quali talenti “intorno” avrebbe bisogno per fare ancora meglio?</strong></p>
<p>Il nostro è un progetto multidisciplinare. Per crescere ancora abbiamo bisogno di talenti in data analysis ambientale, per misurare in tempo reale l’impatto; di ingegneri di processo, per scalare la produzione; e di comunicatori esperti in sostenibilità, capaci di tradurre la complessità tecnica in valore percepito da aziende e cittadini.</p>
<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13173" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna-3.png" alt="" width="275" height="260" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna-3.png 938w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna-3-300x283.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna-3-768x725.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/10/spugna-3-600x566.png 600w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />C’è più tecnologia o più “umanità” nella sua innovazione?</strong></p>
<p>La tecnologia è lo strumento, ma l’umanità è la direzione. FoamFlex è nato per rispondere a un bisogno sociale: proteggere mari, coste e comunità dai danni degli sversamenti. Ogni litro di olio recuperato non è solo un risparmio economico, ma un atto di tutela verso le generazioni future.</p>
<p><strong>Due vizi e due virtù dell’ecosistema dell’innovazione italiano.</strong></p>
<p>Tra i vizi, cito la lentezza burocratica che spesso rallenta la sperimentazione e la scarsità di investimenti pazienti. Le virtù, però, sono straordinarie: la capacità di fare squadra tra pubblico e privato e la creatività tecnica che ci permette di competere nel mondo anche partendo da risorse limitate.</p>
<p><strong>Qual è la sua idea di “mondo migliore”?</strong></p>
<p>Un mondo in cui tecnologia ed etica camminano insieme. In cui l’innovazione non è fine a sé stessa, ma riduce le disuguaglianze e protegge l’ambiente. Nel nostro piccolo, immaginiamo un futuro in cui incidenti ambientali restino soltanto pagine di storia: non perché non accadranno mai più, ma perché saremo pronti a trasformare ogni emergenza in un’occasione di rigenerazione.</p>
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