Per la presidente di Legambiente Campania, Mariateresa Imparato, la provincia ha un grande potenziale inespresso: «Dalla filiera bufalina all’agroindustria, così possiamo trasformare i costi energetici in valore per il territorio e rigenerare i suoli con l’economia circolare»
Il recente rapporto Biometano: una risorsa strategica per la transizione ecologica dell’Italia” di Legambiente e DAFNAE-UNIPD evidenzia un potenziale nazionale significativo. Quali sono le dimensioni del fenomeno a livello Paese e, più specificamente, quali le ricadute possibili in termini ambientali ed economici per la Campania e la provincia di Salerno?
Lo studio dimostra che, se nella Penisola si accelerasse il percorso di produzione tramite digestione anaerobica di biometano da matrice agricola, si potrebbe arrivare a livello nazionale a oltre 5,7 miliardi di metri cubi (m³) di produzione di biometano all’anno. Se guardiamo i numeri a livello regionale, del Rapporto Agri-Energia (2025) di Legambiente Campania, emerge un ruolo da protagonista per la provincia di Salerno: su 64 biodigestori da scarti agricoli presenti in Campania, il 38% è collocato in provincia di Salerno grazie alla filiera bufalina e a quella agroalimentare che hanno intuito il potenziale ambientale ed economico di questa tipologia di impianti. Il potenziale di crescita e diffusione di queste tecnologie aumenta poi se facciamo riferimento alle 5 procedure attivate dal GSE attraverso il DM Biometano: in Campania risultano 52 le istanze presentate in circa due anni, depurate le candidature, ci sono 28 progetti in corso il 13,8% dei quali nel Salernitano. Qui il biometano può diventare il motore di una transizione che tiene insieme tre risultati: riduzione delle emissioni e degli odori, la gestione corretta dei reflui zootecnici e una nuova redditività per le aziende agricole e agroindustriali.
Per il tessuto industriale salernitano l’energia è oggi una delle voci di costo più critica. In che modo il biometano può trasformarsi da semplice opportunità verde a soluzione strutturale per le nostre imprese e quale valore aggiunto specifico può generare per l’economia della provincia di Salerno, considerando la nostra forte vocazione agroalimentare?
Il biometano rappresenta una delle principali opportunità a disposizione dell’Italia per accelerare la transizione ecologica, rafforzare l’economia circolare e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. In una provincia come Salerno, a forte vocazione agroalimentare, il valore aggiunto è dupli ce: da un lato le imprese possono conferire scarti e sottoprodotti a un biodigestore, riducendo i costi di smaltimento; dall’altro possono beneficiare di energia e, in alcuni casi, di calore di processo a km zero. In altre parole, rappresenta un modello di politica industriale capace di ridurre le emissioni climalteranti, tutelando i suoli agricoli e spingendo sulla decarbonizzazione dei settori più difficili da elettrificare, a partire dai trasporti e da alcune attività industriali. La produzione di biometano dentro un parametro di regole chiare, capaci di garantire la realizzazione di impianti efficienti e di qualità, significa filiere cote, accordi di territorio tra aziende agricole, trasformatori, logistica, industria alimentare. Salerno può diventare un laboratorio di simbiosi industriale in cui l’energia non è più solo un costo, ma un prodotto della stessa filiera dell’agroecologia che genera valore.
Il report sottolinea che un impianto di biometano ben fatto deve essere al servizio dell’agricoltura e non viceversa. Per un territorio come quello di Salerno, in che modo l’uso del digestato può diventare un vantaggio competitivo reale, riducendo i costi per i concimi chimici e migliorando al contempo la qualità dei nostri suoli?
L’Italia dispone di un patrimonio significativo di biomasse agricole, reflui zootecnici e sottoprodotti agroalimentari, distribuiti in modo capillare sul territorio. La digestione anaerobica consente di valorizzare questi flussi, migliorando la gestione degli scarti, riducendo l’inquinamento atmosferico e restituendo sostanza organica ai suoli attraverso l’utilizzo agronomico del digestato. Quest’ultimo rappresenta una risorsa fondamentale per contrastare il degrado dei terreni agricoli e ridurre l’uso di fertilizzanti chimici, con benefici ambientali ed economici per l’ambiente, le aziende agricole e i consumatori.
Per un territorio come quello salernitano, con suoli spesso stressati da colture intensive e dagli effetti della crisi climatica, questo rappresenta un vantaggio competitivo concreto sia in termini di riduzione dei costi di produzione nella logica di un’economia circolare applicata all’agricoltura, sia di rigenerazione dei terreni generando, così, benefici ambientali e miglioramento della qualità delle colture.
Tra PNRR e nuove direttive europee, il quadro normativo si sta evolvendo rapidamente. In concreto, quali sono oggi gli incentivi e gli strumenti a disposizione di un’impresa salernitana che vuole investire nel biometano? Che istruzioni pratiche possiamo dare ai nostri imprenditori?
Gli incentivi hanno accelerato la diffusione del biometano, ma serve pianificarne e sollecitarne la realizzazione. REPowerEU punta a 35 miliardi di m³ al 2030 (circa il 10% della domanda di gas). Il PNRR ha posto basi solide per una filiera agricola del biometano, ma la sfida è costruire gli impianti per centrare gli obiettivi del PNIEC. Per questo è cruciale non sprecare la proroga di 24 mesi approvata dal CdM del 29 gennaio. Con i 5 bandi del decreto sono entrati in graduatoria poco più di 500 progetti, per circa 247.000 Sm³/ora complessivi.
Nonostante il potenziale, lo sviluppo degli impianti incontra spesso resistenze locali e rallentamenti burocratici. Il rapporto parla apertamente di “vuoti di conoscenza” e “vuoti partecipativi”. Quali sono le principali criticità che un imprenditore – ma penso anche a un Comune della nostra provincia – deve aspettarsi di affrontare oggi e come si supera la cosiddetta sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), spiegando ai cittadini salernitani che un impianto di biometano ben fatto è un presidio di legalità e non una minaccia per il territorio?
Lo sviluppo del biometano, pur strategico, incontra spesso resistenze locali alimentate da scarsa informazione e trasparenza e processi partecipativi assenti o ridotti a mera comunicazione di progetti già autorizzati, generando impotenza e diffidenza. Per colmare il vuoto di conoscenza e di partecipazione, serve coordinare scelte legislative e amministrative con il comparto agricolo e industriale in una visione d’insieme, puntando su impianti sostenibili e integrati nei territori. Trasparenza, coinvolgimento degli attori economici e partecipazione delle comunità, accompagnate da formazione su tecnologie, norme e criteri ambientali e sociali, sono cruciali. In questo senso ribadiamo quanto sosteniamo da anni: è sempre più urgente una legge regionale sulla partecipazione, per creare consapevolezza, confronto e trasparenza, sia per le comunità sia per le imprese.