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	<title>svimez &#8211; Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero &#8211; Confindustria Salerno</title>
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		<title>SUD, LA FUGA DELLE LAUREATE E L’ADDIO ALLE ASPIRAZIONI: UN CONTO DA 7 MILIARDI L’ANNO</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 08:03:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalla discriminazione nelle carriere STEM al welfare dei “nonni con la valigia”.&#160;Le analisi di SVIMEZ e Save the Children rivelano un Mezzogiorno che esporta&#160;competenze e capitale sociale, spegnendo le speranze dei giovanissimi ancor prima del&#160;loro ingresso nel mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Serenella Caravella, ricercatrice Svimez L’ultimo report Svimez evidenzia che dal 2002 [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13606" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella.png" alt="" width="358" height="239" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" />Dalla discriminazione nelle carriere STEM al welfare dei “nonni con la valigia”.&nbsp;</strong><strong>Le analisi di SVIMEZ e Save the Children rivelano un Mezzogiorno che esporta&nbsp;</strong><strong>competenze e capitale sociale, spegnendo le speranze dei giovanissimi ancor prima del&nbsp;</strong><strong>loro ingresso nel mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Serenella Caravella, ricercatrice Svimez</strong><span id="more-13605"></span></p>
<p><strong>L’ultimo report Svimez evidenzia che dal 2002 al 2024 quasi 350.000 laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno. In particolare, il fenomeno migratorio è &#8211; negli ultimi anni &#8211; fortemente a trazione femminile, con 195.000 donne laureate emigrate dal Sud al Centro-Nord. Quali sono i fattori strutturali che rendono l&#8217;emigrazione una scelta quasi obbligata per le giovani donne qualificate del Sud? Esiste una motivazione “donna” a suo parere?</strong></p>
<p>Esiste più di una motivazione “donna” o, detto altrimenti, ci sono diversi fattori che, nelle scelte migratorie, condizionano molto più le donne degli uomini. In generale dobbiamo riflettere sul fatto che l’impostazione tradizionale della nostra società, ancora fortemente incardinata su stereotipi di genere che relegano l’immaginario femminile all’interno di determinate mansioni e ruoli, si sta progressivamente scontrando con le aspirazioni delle nuove generazioni. Dalle millennial in poi, è già maturo un processo di consapevolezza sulle potenzialità e sulle qualità del “nuovo femminile” che si va a sovrascrivere al vecchio immaginario, assumendo un carattere di “riscatto” non solo generazionale, ma anche professionale e personale. Un processo che però, a livello collettivo, si trova ad uno stadio ancora embrionale, specialmente nelle aree del nostro Mezzogiorno, in cui la discrasia tra le “vecchie” aspettative sulle donne e le “nuove” aspirazioni delle donne incide fortemente sulle scelte di vita, e sulle decisioni migratorie.</p>
<p><strong>Dicevamo che ad andare via sono soprattutto le laureate: la quota tra le migranti meridionali è passata dal 22% a quasi il 70% nel 2024. È possibile dunque tracciare oggi un identikit dell’emigrante differente dal passato?</strong></p>
<p>Nell’ultimo report SVIMEZ spieghiamo come «ad oggi, le donne partano in cerca di uno sbocco professionale che valorizzi, anche a livello retributivo, le loro competenze, mentre in passato si spostavano principalmente a seguito di genitori o mariti». Significa che il fatto stesso di possedere titoli e competenze avanzate non assicura loro lo stesso futuro professionale degli uomini. Questo ragionamento assume maggiore fondatezza per il caso meridionale. In primo luogo, c’è un tema di domanda di lavoro: l’economia meridionale, anche in questa eccezionale stagione di crescita, continua ad espandersi in settori a bassa produttività (es. turismo e costruzioni) in cui la richiesta di competenze specializzate e qualificate rimane relativamente scarsa. Inoltre, laddove richiesti, questi profili professionali tendono ad essere assorbiti in maniera predominante dalla componente maschile, nonostante non ci sia un uguale divario di genere nei percorsi formativi. Il caso STEM è lampante: in tutte le regioni italiane, la percentuale femminile nei corsi universitari STEM supera il 40%, tra i valori più alti in Europa, eppure le posizioni STEM aperte dalle imprese meridionali, specialmente nei profili associati al mondo digitale e informatico, sono appannaggio quasi esclusivo degli uomini. Questa evidenza dimostra che la scarsità di domanda si traduce in una corsia preferenziale per il genere maschile perché, tra gli altri fattori, queste aree sono più vulnerabili anche sotto il profilo sociale. Ciò riguarda in primo luogo l’offerta e la qualità dei servizi di cura e conciliazione famiglia-lavoro, attività che, come detto in principio, continuano a ricadere in maniera preponderante sulle donne. L’effetto è duplice. Oltre a disincentivare la partecipazione al mercato del lavoro per le donne che restano in loco, soprattutto se madri (ricordiamo che il tasso di occupazione femminile al Mezzogiorno è fermo al 36,9%, quasi la metà del Nord dove raggiunge il 62,4%), vengono condizionate anche le aspirazioni delle giovani meridionali che, ancora prima di “sistemarsi” sotto il profilo familiare, cercano realizzazione e autonomia nell’ambito lavorativo, spostandosi altrove per cercare un impiego che ne valorizzi pienamente il potenziale.</p>
<p><strong>Questo fenomeno ha implicazioni dirette sul costo annuo dell&#8217;investimento formativo disperso, stimato dalla Svimez in 6,8 miliardi di euro per il Mezzogiorno. Oltre al calcolo economico, come incide la migrazione di intere famiglie sul capitale sociale e sul tessuto comunitario delle regioni del Sud?</strong></p>
<p>È un effetto di impoverimento complessivo che ambia gli equilibri e le proporzioni della società, ridefinendo l’intera piramide sociale. Con le partenze della parte più giovane e dinamica della società, le aree di svuotano di dinamismo, innovazione, idee, futuro, progettualità e, nuovamente, vorrei tornare sul tema importante delle aspirazioni. Perché un effetto progressivo di spopolamento si riversa anche ui progetti dei giovanissimi, che crescono maturando sia da piccoli una disaffezione “innaturale” verso il proprio luogo di nascita. Già in età adolescente sono consapevoli che per potersi realizzare dovranno emigrare. Save the Children ci dice che oltre quasi il 40% degli adolescenti del Mezzogiorno immagina un futuro lontano da casa, a questo si aggiunge un dato ancora più allarmante: questa consapevolezza interessa quasi un adolescente su due tra coloro che hanno background migratorio.</p>
<p><strong>Oltre alla &#8220;fuga di cervelli&#8221;, il report introduce il fenomeno in crescita dei “nonni con la valigia”: anziani che, pur mantenendo la residenza al Sud, si trasferiscono temporaneamente al Centro-Nord per supportare figli e nipoti emigrati. Quali sono le cifre e che tipo di fragilità sociali e infrastrutturali del Mezzogiorno vengono messe in luce da questa dinamica familiare “a fisarmonica”?</strong></p>
<p>Stimiamo che quasi 300mila over75 attualmente hanno lasciato il Mezzogiorno per vivere temporaneamente, ma c’è anche chi lo fa stabilmente, al Centro-Nord: si tratta di quasi il 10% della popolazione ultrasettantacinquenne residente al Sud. Ancora più chiaramente significa che 1 giovane laureato su 4, tra coloro che da Sud emigrano al Nord, porta con sé almeno un genitore. Li abbiamo quindi chiamati “nonni” per evidenziare, da un lato quanto il loro sostegno sia una forma di “welfare” familiare che consente ai propri figli, diventati a loro volta genitori, di bilanciare vita lavorativa e familiare. Da un’altra prospettiva, questa forma di ricongiungimento familiare consente agli anziani di avere a loro volta supporto dai figli per fare fronte alle difficoltà fisiologiche che affiorano con l’avanzare degli anni, un supporto che sarebbe loro negato se fossero rimasti a vivere in solitudine nel Mezzogiorno. Ultima osservazione: spostandosi, questi nonni possono beneficiare di un’offerta di servizi sanitari qualitativamente migliore di quella che avrebbero ricevuto al Sud, dove ricordiamo, i sistemi sanitari continuano a soffrire di una carenza strutturale di risorse, finanziarie e umane, che non consente di garantire un livello quantitativamente e qualitativamente sufficiente di servizi di assistenza e di cura. Ma ci sono anche altri tipi di servizi, ricreativi, e culturali, verde pubblico, di cui i nonni del Sud riescono a godere migrando al Centro-Nord. Sono condizioni che fanno la differenza nella qualità della vita degli anziani.</p>
<p><strong>Considerando che la Svimez da quasi 80 anni studia le trasformazioni economiche e sociali del Mezzogiorno, quali sono, a suo avviso, le tre azioni prioritarie e non più procrastinabili che il Governo dovrebbe implementare nell&#8217;immediato futuro per invertire questi trend demografici e sociali negativi?</strong></p>
<p>Partire dai giovani, metterli al centro di una programmazione di lungo periodo che investe sul futuro per cambiare il futuro. Da troppo tempo assistiamo a crescenti forme di discriminazione intergenerazionale che penalizzano i giovani, sul mercato del lavoro in primo luogo. È bene ricordare come in Italia le retribuzioni dei giovani laureati siano sensibilmente più basse rispetto alla media europea, con un differenziale negativo di quasi 600 euro netti mensili. A questo gap si aggiungono i divari territoriali: al Sud un laureato può guadagnare oltre 800 euro mensili netti in meno rispetto a un laureato expat, e se è donna il differenziale negativo si avvicina ai 900 euro. Seconda linea di intervento: i territori. Non è solo un divario macro-territoriale, Nord-Sud quello che caratterizza il nostro Paese, ma c’è un tema centro-periferia, un’emergenza aree interne. Il rischio spopolamento interessa soprattutto queste ultime, si estende alle periferie, si acuisce nelle Isole. Occorre prendere atto che tutti i territori hanno il medesimo valore, ma su quelli più fragili e marginali bisogna investire in maniera più massiccia. Una linea di intervento utile a tenere insieme il Paese passa sicuramente per la riscoperta e valorizzazione delle città medie: anelli di connessione tra grandi e piccoli centri che oltre a decongestionare le metropoli consentirebbero, allo stesso tempo, di mantenere in vita le aree più periferiche, offrendo tutti quei servizi (sociali, sanitari e ambientali) che restituiscono attrattività anche alle realtà più piccole e marginali. Infine, bisogna investire sulla connettività, materiale e immateriale. Avvicinare i territori con infrastrutture di trasporto, sociali, e di assistenza è una scelta di coesione che consente di restituire dignità ed eguali prospettive di sviluppo a tutte le aeree, e pone le condizioni necessarie affinché quella di emigrare non sia più una costrizione ma, piuttosto, una scelta volontaria.</p>
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		<title>Salerno ospita la SVIMEZ: domani tour tra le aziende, venerdì il focus sul Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 11:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13536" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei.png" alt="" width="451" height="301" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/coverficei-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 451px) 100vw, 451px" />Due giorni dedicati a industria, lavoro e sviluppo nel Mezzogiorno. Domani, giovedì 19 febbraio, il vicepresidente di Svimez, Gian Paolo Manzella, sarà nel Salernitano per una visita a una serie di imprese manifatturiere e agroindustriali del territorio. Venerdì mattina, invece, si terrà invece la presentazione del Rapporto Svimez 2025 presso la Camera di Commercio&nbsp;promossa in collaborazione con ASI Salerno e FICEI</strong><span id="more-13534"></span></p>
<p>La visita di domani rappresenta un momento di confronto diretto con alcune realtà produttive significative dell’area, attive nei settori dell’agroindustria, della meccanica e del food tech.</p>
<p>Nel corso della giornata Manzella visiterà <strong>La Doria ad Angri</strong> (ore 11.00), <strong>De Iuliis Macchine a Fisciano</strong> (ore 13.30), <strong>Caffè Trucillo</strong>&nbsp;(ore 15.30) e <strong>CTI FoodTech&nbsp;a Salerno</strong> (ore 17.30), realtà attive sui mercati nazionali e internazionali e rappresentative di un tessuto imprenditoriale dinamico e orientato all’innovazione.</p>
<p>Un’occasione di ascolto e approfondimento sul campo, per raccogliere elementi utili a leggere le dinamiche dello sviluppo industriale locale, tra investimenti, formazione, internazionalizzazione e rapporto tra imprese e politiche pubbliche.</p>
<p>Il lavoro sul territorio anticipa idealmente la tappa salernitana della presentazione del Rapporto Svimez 2025, promossa in collaborazione con ASI Salerno e FICEI, in programma venerdì 20 febbraio dalle ore 9.30, presso la Camera di Commercio di Salerno, dal titolo “La libertà di partire, il diritto di restare. Industria, lavoro e sviluppo nel Mezzogiorno”.</p>
<p>Il Rapporto sarà presentato da Luca Bianchi, direttore Svimez.</p>
<p>Nel corso dell’iniziativa verrà inoltre raccontato il Quaderno Svimez n. 73, “Tra competitività e coesione. Vicende della politica industriale europea (1958–2025)”, a cura di Gian Paolo Manzella e Marcella Panucci, che sarà al centro di una tavola rotonda con rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo e dell’università.</p>
<p>«La lettura dei dati – sottolinea Manzella – ha senso solo se accompagnata dalla conoscenza diretta dei territori e delle imprese che li animano. Il confronto con le realtà produttive del Salernitano è parte integrante del lavoro di analisi che Svimez porta avanti sullo sviluppo del Mezzogiorno».</p>
<p>Qui il programma completo:</p>
<p><img class="alignleft  wp-image-13537" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/ficei.jpg" alt="" width="486" height="684" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/ficei.jpg 966w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/ficei-213x300.jpg 213w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/ficei-768x1080.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/ficei-728x1024.jpg 728w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/ficei-600x843.jpg 600w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /></p>
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		<title>SVIMEZ, la doppia fuga che impoverisce il Mezzogiorno</title>
		<link>https://www.costozero.it/svimez-la-doppia-fuga-che-impoverisce-il-mezzogiorno/</link>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 09:29:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13514" style="width: 427px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13514" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr.png" alt="" width="427" height="285" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/svimez_csz_corr-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /><figcaption class="wp-caption-text">il talk moderato dal direttore Luca Bianchi con il presidente della Consulta Anci Giovani,&nbsp;Domenico Carbone, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno&nbsp;Vincenzo Iennaco, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici,&nbsp;Virginia Libero e il giornalista di Will Media,&nbsp;Carlo&nbsp;Notarpietro.&nbsp;</figcaption></figure>
<p><strong class="Yjhzub" data-complete="true" aria-owns="action-menu-parent-container">Cresce la mobilità &#8220;ante-laurea&#8221; e l&#8217;esodo degli over 75, i &#8220;nonni con la valigia&#8221; che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, <strong>vivono stabilmente nel Centro-Nord: paradossale e amara la fotografia della&nbsp;Svimez&nbsp;emersa ieri nel corso del convegno &#8220;<em>Un Paese, due emigrazioni&#8221;</em>, presentato ieri a Roma in collaborazione con&nbsp;Save the Children</strong></strong><span id="more-13513"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Mezzogiorno continua a perdere <strong>giovani competenze qualificate</strong>, con una mobilità sempre più anticipata già al momento dell’iscrizione all’Università, che riduce strutturalmente le possibilità di rientro. Accanto a questa dinamica si afferma un fenomeno in rapida crescita: la mobilità “sommersa” degli anziani, i <em>“</em><strong>nonni con la valigia</strong><em>”</em>, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord. Questi i principali dati del Report della&nbsp;<strong>Svimez</strong>&nbsp;<em>‘&#8221;Un Paese, due emigrazioni’&#8221;</em>&nbsp;presentato ieri a Roma in collaborazione con&nbsp;<strong>Save the Children</strong>.</p>
<p><strong>Laureati under 35: due decenni di emorragia dal Sud</strong></p>
<p><img class="wp-image-13515 alignleft" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez.png" alt="" width="454" height="255" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/1_svimez-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" />Dal <strong>2002 al 2024</strong> quasi <strong>350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord</strong>, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Nel periodo, <strong>la </strong><strong>quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata</strong>: dal 20% del 2002 a circa il 60% nel 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ai flussi migratori interni, si affianca la crescente scelta della rotta Sud-estero: <strong>tra il 2002 e il 2024 oltre 63mila under 35 laureati meridionali hanno lasciato il Paese</strong>. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel solo <strong>2024</strong>, i giovani qualificati del Mezzogiorno che si sono trasferiti al Centro-Nord sono 23mila, quelli che hanno “scelto” l’estero sono più di 8mila. In un anno la <strong>perdita netta</strong> di giovani laureati del Sud, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a <strong>24mila unità</strong>.<strong><img class="wp-image-13517 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05.png" alt="" width="441" height="248" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_05-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 441px) 100vw, 441px" /></strong></p>
<p>Il fenomeno delle migrazioni intellettuali è fortemente femminile: <strong>dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più&nbsp;</strong><strong>degli uomini</strong>. La quota di qualificati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta soprattutto tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024, contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il Nord guadagna dal Sud, ma perde verso l’estero<img class="wp-image-13518 alignleft" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06.png" alt="" width="409" height="230" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_06-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 409px) 100vw, 409px" /><br />
</strong></p>
<p>Anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: <strong>tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord</strong>. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10 mila).</p>
<p><strong>Il Centro‑Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno:</strong> +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il costo dell’emigrazione</strong></p>
<p>L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una <strong>dispersione dell’investimento pubblico</strong> sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione.</p>
<p>La SVIMEZ quantifica in <strong>6,8 miliardi di euro l’anno</strong> <strong>il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord</strong>: un <strong>trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche</strong> a favore delle aree più forti del Paese.</p>
<p>A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in <strong>1,1 miliardi di euro annui</strong>, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai <strong>3 miliardi di euro l’anno</strong> per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Università: la fuga inizia prima della laurea<img class="wp-image-13519 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07.png" alt="" width="486" height="273" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_07-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /></strong></p>
<p>La mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del Centro‑Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita.&nbsp;La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia‑Romagna e Lazio.</p>
<p>L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di <strong>avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali</strong>. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del <strong>Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La SVIMEZ evidenzia un segnale importante in controtendenza. Negli ultimi anni è <strong>migliorata la capacità attrattiva degli Atenei meridionali</strong>: a parità di immatricolazioni negli atenei meridionali (108mila), per i corsi di laurea triennali e a ciclo unico, gli immatricolati meridionali negli Atenei nel Centro-Nord si sono ridotti dai 24mila studenti nell’a.a. 2021/2022 a 17mila nell’a.a 2024/2025.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Futuro impossibile in Italia già dall’adolescenza</strong></p>
<p>Per i ragazzi che vivono in aree marginali e periferiche, come attestano i dati di Save the Children, già in età adolescenziale oltre un terzo dei giovanissimi che vivono nelle regioni del Sud e nelle Isole ritiene particolarmente importante spostarsi in futuro in un altro comune o città: 37,5% contro il 26,9% di chi vive al Centro o Nord Italia. I ragazzi e le ragazze che vivono nelle regioni meridionali sono anche i più propensi a valutare positivamente l’idea di andare a vivere all’estero (38,2% rispetto al 35,6% di chi vive al Centro o al Nord). Tra gli adolescenti figli di famiglie immigrate, il 58,7% dichiara di volersi trasferire in futuro in un altro paese, possibile testimonianza delle difficoltà incontrate nel percorso di crescita anche a causa di uno status giuridico incerto. L’aspirazione di trasferirsi all’estero è condivisa da un numero rilevante anche di 15-16enni di origine italiana, uno su tre (34,9%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="alignleft wp-image-13520" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08.png" alt="" width="452" height="254" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_08-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 452px) 100vw, 452px" />Bassi salari per i laureati e divari retributivi territoriali e di genere</strong></p>
<p>A tre anni dal conseguimento del titolo, <strong>i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia</strong>.&nbsp;All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest.&nbsp;Il differenziale retributivo tra una <strong>laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest</strong> ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (<strong>1.862 contro 1.487 euro</strong>).</p>
<p><strong>I nonni con la valigia: il nuovo volto della mobilità<img class="wp-image-13521 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09.png" alt="" width="481" height="270" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_09-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></strong></p>
<p>La SVIMEZ ha stimato il numero di <strong>over 75 meridionali</strong> che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, <strong>vivono stabilmente nel Centro-Nord</strong>. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana.</p>
<p>Secondo le stime SVIMEZ, tra il <strong>2002 e il 2024</strong> <strong>gli anziani formalmente residenti al Sud&nbsp; che vivono stabilmente al Centro-Nord (“nonni con la valigia”) sono</strong> <strong>quasi raddoppiati</strong>, passando da <strong>96 mila a oltre 184 mila unità</strong>. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il <strong>ricongiungimento familiare</strong> con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto die carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente <strong>difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno</strong>, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali.</p>
<p>L&#8217;incontro è stato aperto dalla direttrice Polo ricerche di Save the Children,&nbsp;<strong>Raffaela Milano</strong>, dal giornalista di Repubblica&nbsp;<strong>Antonio Fraschilla</strong>&nbsp;che ha presentato il video &#8216;<em>Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay&#8217;&nbsp;</em>e dalla ricercatrice della Svimez&nbsp;<strong>Serenella Caravella</strong>&nbsp;che ha illustrato i dati salienti del report.</p>
<p>Alla presentazione sono intervenuti il presidente della Consulta Anci Giovani,&nbsp;<strong>Domenico Carbone</strong>, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno&nbsp;<strong>Vincenzo Iennaco</strong>, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici,&nbsp;<strong>Virginia Libero</strong>, il giornalista di Will Media,&nbsp;<strong>Carlo</strong>&nbsp;<strong>Notarpietro</strong>.&nbsp;</p>
<p>Nel corso della presentazione il direttore della Svimez,&nbsp;<strong>Luca Bianchi</strong>&nbsp;ha sottolineato come «<strong><em>sono necessarie nuove politiche pubbliche per il diritto a restare, orientate a valorizzare le competenze formate nel Mezzogiorno, mutuando gli strumenti di incentivo al rientro dei cervelli. Le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. In questa prospettiva, la SVIMEZ propone l’introduzione, a livello europeo, di un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni di attività nelle regioni europee collocate nella trappola dei talenti. Il Graduate Staying Premium potrebbe configurarsi come uno degli strumenti innovativi delle politiche per l’occupabilità nella programmazione europea 2028-2034, intervenendo su uno dei principali fattori che alimentano la mobilità dei giovani qualificati. La misura consentirebbe infatti di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo il divario rispetto alle aree più forti e rendendo concretamente più praticabile il diritto a restare</em></strong>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="wp-image-13522 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10.png" alt="" width="509" height="286" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10.png 2000w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-300x169.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-768x432.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-1024x576.png 1024w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/02/2_Pagina_10-600x338.png 600w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></strong></p>
<p>Per la responsabile analisi e ricerche di Save the Children,&nbsp;<strong>Antonella Inverno</strong>&nbsp;«<em><strong>sono proprio le ragazze e i ragazzi cresciuti nelle aree marginali e periferiche del Paese che faticano a immaginare un futuro in Italia e le loro aspirazioni trasformate in progetti di vita concreti. È invece in questi luoghi che dovrebbero concentrarsi politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere nei territori di origine, diventando così a loro volta fautori dello sviluppo di quegli stessi territori</strong></em>».</p>
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		<title>Bianchi, Svimez: «Il Sud perde 132 miliardi di euro di capitale umano in 4 anni»</title>
		<link>https://www.costozero.it/bianchi-svimez-il-sud-perde-132-miliardi-di-euro-di-capitale-umano-in-4-anni/</link>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 10:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[primo piano]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Dal Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno la proposta perché i giovani siano motivati a restare: attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13387" style="width: 277px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13387" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi.jpg" alt="" width="277" height="185" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/bianchi-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /><figcaption class="wp-caption-text">Presentazione del Rapporto Svimez, 27 novembre 2025 credit Stefano Segati</figcaption></figure>
<p><strong>Dal Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno la proposta perché i giovani siano motivati a restare: attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze di vita e di lavoro altrove</strong><span id="more-13385"></span></p>
<p><strong>Direttore, i contenuti salienti del Rapporto Svimez 2025 restituiscono un Mezzogiorno preda di trappole e paradossi: la prima riguarda l’occupazione, in crescita sì, ma senza che questo equivalga anche a un calo della povertà. A ben guardare, continua a essere precario e poco qualificato l’incremento di posti di lavoro?</strong></p>
<p>I dati restituiscono esattamente questa contraddizione: nel triennio 2021-2024 gli under 35 occupati sono aumentati di 461mila unità a livello nazionale, di cui 100mila nel Sud. Il tasso di occupazione giovanile cresce più al Sud (+6,4 punti), ma riguarda prevalentemente settori a basso valore aggiunto, nonostante alcuni segnali importanti anche in settori più innovativi. Gran parte dell&#8217;occupazione creata è in settori come il turismo e le costruzioni, caratterizzati da bassi salari.&nbsp; Al Mezzogiorno avere un lavoro, dunque, non basta per essere al riparo dal rischio di povertà.</p>
<p><strong>Altra contraddizione, tra le più rivelanti: la perdita perdurante di capitale umano qualificato. Come si difende la libertà di muoversi garantendo, al contempo, ai giovani il diritto a restare nei propri luoghi di origine?</strong></p>
<p>Nel nostro Paese troppo spesso la mobilità non è una scelta, ma una necessità dovuta all&#8217;assenza di opportunità lavorative gratificanti e adeguate alle competenze nel proprio territorio di origine. Tra i due trienni 2017-2019 e 2022-2024 le migrazioni dei 25-34enni italiani sono aumentate del 10%: nell’ultimo triennio 135mila giovani hanno lasciato il nostro Paese e 175mila il Sud per il Nord e l’estero. Si è dunque creato più lavoro ma non migliori condizioni di vita, indispensabili per scegliere di restare al Mezzogiorno. Il risultato più evidente è un sempre più preoccupante disallineamento tra l’investimento formativo, dei giovani e della scuola, e le caratteristiche dell&#8217;occupazione che gli viene offerta sul territorio. Ed è uno spreco spaventoso, anche in termini di risorse investite per la formazione. Un altro dato ne definisce i contorni: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno ha perso, in termini di investimenti, 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord.</p>
<p>Attorno alla cospicua dotazione di capitale umano al Sud andrebbe, invece, costruita una politica forte di attrazione degli investimenti esteri, per valorizzarla come autentico vantaggio localizzativo del Mezzogiorno. Dovrebbe diventare una sorta di nostro nuovo “patrimonio Unesco”, su cui puntare con slancio e prospettiva.</p>
<p>Perché i giovani siano motivati a restare, andrebbero attivate filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzata la base industriale innovativa e integrate tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze di vita e di lavoro altrove.</p>
<p><strong>Dal 2027 finirà l’effetto moltiplicatore del PNRR per il Sud e tornerà ad allargarsi la forbice con il resto del Paese. Come salvaguardare, invece, l’eredità positiva legata al Piano Nazionale Ripresa e Resilienza?</strong></p>
<p>Partiamo dal primo dato positivo: il Sud ha giocato la partita del PNRR al pari del resto del Paese e questo non era affatto scontato.&nbsp;Il Sud reagisce dunque agli investimenti, rivela di non essere un vuoto a perdere ma una realtà in cui se si investi si creano opportunità. Pensiamo alle buone performance dei Comuni alla prova del PNRR, nonostante le tante difficoltà.</p>
<p>Il PNRR ha indirizzato 27 miliardi di opere pubbliche al Sud. Tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva, con il 16,2% dei progetti pronti al collaudo (25% al Centro-Nord).</p>
<p>Ma cosa accadrà esaurita la spinta propulsiva del PNRR? Probabilmente si innescheranno 2 effetti negativi: il mancato completamento del processo di ammodernamento previsto dal PNRR e l’arresto della crescita, con il serio rischio di tornare al tradizionale divario di sviluppo tra Nord e Sud del Paese.&nbsp;Si dovrebbe invece proseguire nell’eredità del PNRR non solo continuando a garantire risorse al Sud ma destinandole soprattutto alla creazione e sviluppo di&nbsp;&nbsp;&nbsp; infrastrutture sociali che, oltre ad avere un impatto sulla crescita, migliorano la qualità della vita delle persone.</p>
<p><strong>Pasquale Saraceno, fondatore della Svimez, affermava che tra le urgenze del Mezzogiorno in cima ci fosse la necessità di accumulare capitale sociale per crescere in produttività. Ad oggi quanto siamo migliorati rispetto a questo punto dolente specifico?</strong></p>
<p>Grazie al PNRR sono cresciuti i posti negli asili nido pubblici ed è parimenti aumentata la quota di alunni che frequentano scuole dotate di mensa, due indicatori fondamentali del diritto di cittadinanza all’istruzione. Lo stato di avanzamento delle opere poi fa registrare un avvicinamento nell’offerta pubblica di asili nido tra le due macro-aree. Se entro il 2026 saranno ultimati tutti i cantieri avremmo un sostanziale riequilibrio di offerta pubblica tra Nord e Sud.</p>
<p>In questo quadro, noi alla Svimez riteniamo che la politica di coesione possa diventare una leva industriale territoriale, io dico un bazooka di politica industriale, capace di rendere compatibile l’obiettivo della competitività con quello della convergenza territoriale andando a rafforzare al Sud settori strategici. Ne gioverebbe il Paese intero.</p>
<p>Per il Mezzogiorno sarebbe questa la strada da imboccare: un approccio orientato alla performance, con risorse europee integrate a quelle della politica industriale nazionale e ai driver della transizione verde e digitale, può concretamente metterci nelle condizioni di tornare a competere e a essere un luogo di elezione per i giovani.</p>
<p><strong>Nel Rapporto si sottolinea anche l’importanza di valorizzare la grande impresa del Mezzogiorno. Su quali settori secondo lei sarebbe opportuno investire?</strong></p>
<p>La grande impresa rappresenta il luogo in cui si fa più innovazione. I dati presentati mostrano che le grandi imprese al Mezzogiorno hanno livelli di produttività e performance di redditività assolutamente in linea con il resto del Paese e anche perché in esse è possibile attivare processi di sviluppo nei settori innovativi che poi si trasferiscono al tessuto delle medie imprese.</p>
<p>Dopo una lunga stagione in cui si è teorizzato che il piccolo era bello e che gli interventi in favore delle grandi imprese avrebbero spiazzato lo sviluppo locale, i dati dell’ultimo Rapporto Svimez dimostrano invece l’esatto contrario. Dobbiamo accompagnare il rafforzamento di grandi player industriali nel Mezzogiorno, alla guida delle transizioni digitale e green, una sfida enorme specie per due settori in particolare: l&#8217;automotive e l&#8217;acciaio. Il Sud, anche grazie al potenziale delle energie rinnovabili, può diventare l&#8217;avamposto giusto per l&#8217;attuazione e la sperimentazione di trasformazioni green di settori tradizionali. Occorre però un progetto di lungo periodo, il grande assente, ad esempio, nella storia recente dell&#8217;Ilva, capace di mettere in moto una nuova stagione di crescita e di trasformazione.</p>
<p>Qui si produce già più energia verde di quanta se ne consumi (copertura al 115,1%). L&#8217;ulteriore incremento della produzione energetica determinerà una riduzione dei prezzi energetici più marcata nelle regioni del Mezzogiorno (-20%) rispetto al resto del Paese (-14%), attraendo investimenti in settori energivori e in filiere innovative come fotovoltaico, eolico, batterie e data center. Un elemento di notevole valore per fare dello sviluppo delle rinnovabili una formidabile leva per il rilancio industriale e digitale del Sud.</p>
<p><strong>La riapertura del cantiere normativo sull’autonomia differenziata nel nostro Paese non va in netto contrasto con l&#8217;idea obiettivo di un&#8217;Europa sempre più coesa e integrata? E, in più, stando anche alle risultanze operative del vostro studio, sarebbe davvero una buona mossa puntare tutto sul protagonismo delle Regioni?</strong></p>
<p>L&#8217;autonomia differenziata è in totale contrapposizione con tutto lo sforzo fatto dal PNRR, perché se da un lato investiamo per creare nuove infrastrutture sociali così da erogare nuovi servizi, rilanciare l&#8217;autonomia differenziata che tende a standardizzare le differenze e a confermare la spesa storica, creerà nuovi contenitori fisici ma non le risorse per mantenerli attivi.</p>
<p>Una contraddizione enorme e anacronistica sia rispetto agli obiettivi di coesione del PNRR nato per ridurre i divari territoriali, migliorare i servizi essenziali e rafforzare la capacità amministrativa delle aree più fragili, soprattutto nel Mezzogiorno, sia riguardo alle sfide e alle grandi crisi che stiamo vivendo a livello globale e che richiedono politiche coordinate in cui la dimensione regionale è assolutamente insufficiente. A questo aggiungo un’altra evidenza del Rapporto: non esiste alcuna efficienza straordinaria delle Regioni. Come dicevamo, nel Mezzogiorno i cantieri PNRR per infrastrutture sociali dei Comuni sono in fase avanzata progetti per il 51,5% del valore complessivo delle risorse contro solo il 33% di quelli delle Regioni. Proseguire sulla strada dell’autonomia ci pare dunque un passo falso. Definire i Livelli essenziali delle prestazioni sociali &#8211; cioè i servizi minimi da assicurare in modo uniforme su tutto il territorio per garantire i diritti sociali fondamentali dei cittadini &#8211; finanziandoli a parità di risorse e senza stabilire nuovi criteri di riparto equivale a riproporre il criterio della spesa storica, ovvero a cristallizzare i divari di cittadinanza tra Nord e Sud.</p>
<p><strong>La Legge di Bilancio 2026 ha rafforzato il credito d’imposta Zes Unica fino al 2028, con uno stanziamento complessivo di oltre 4 miliardi. Quali saranno gli effetti?</strong></p>
<p>Bene che si sia passati a un finanziamento pluriannuale della misura, così da avere maggiori certezze per gli investimenti.</p>
<p>La Zes Unica è uno strumento potenzialmente interessante ma, posto che la semplificazione amministrativa resti per il solo Mezzogiorno &#8211; dovrebbe diventare, con l’aggiornamento del Piano strategico nel 2026, un laboratorio di integrazione tra coesione e politica industriale, incrociando filiere europee strategiche &#8211; dalla difesa all’energia, dalle tecnologie critiche agli ecosistemi produttivi emergenti. Ma l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità di indirizzare gli incentivi verso filiere coerenti con l’agenda politica industriale europea e con le potenzialità dei territori meridionali.</p>
<p>La parola d’ordine dovrà essere selettività.</p>
<p><strong>Il momento è ora: come è possibile volgere a nostro vantaggio la fortuna di poter trasformare il Mezzogiorno d’Italia nella cerniera sostenibile tra Europa e Mediterraneo?</strong></p>
<p>Il tema del Mediterraneo è spesso infarcito di vuota retorica, perché le potenzialità ventilate del Mezzogiorno non sono mai state messe a sistema in un progetto reale di valorizzazione.</p>
<p>Un piano che dovrebbe passare anche per un necessario rafforzamento e un migliore coordinamento delle nostre aree portuali, al momento non rilevati. Più di ogni altra fattore occorre però che il Mezzogiorno assuma rilevanza politica e per la politica: questo dipende dalle scelte europee, tenuto conto che la partita dello sviluppo si gioca, sempre più, sull’inclusione delle aree periferiche nelle filiere strategiche e negli ecosistemi industriali continentali, ma anche dalla nostra capacità di rafforzare la cooperazione europea con i paesi al nord del Mediterraneo. Per il nostro Paese si traduce in quello che dovrebbe essere oramai un punto fermo: senza il Mezzogiorno integrato nelle catene del valore europee, l’intero sistema Paese resta debole.</p>
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		<title>L’Occidente nella morsa della bassa crescita</title>
		<link>https://www.costozero.it/loccidente-nella-morsa-della-bassa-crescita/</link>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 10:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Sada]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Manca &#8211; tanto in Europa, quanto in Italia &#8211; una strategia di sviluppo di lungo periodo, che individui i settori su cui investire per restare in partita con le economie degli altri Continenti &#160; Siamo&#160; alla&#160; fine&#160; del&#160; 2025 e, come da rituale, proviamo ad affidarci alla statistica per raccontare quanto accaduto alla nostra economia [&#8230;]</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo&nbsp; alla&nbsp; fine&nbsp; del&nbsp; 2025 e, come da rituale, proviamo ad affidarci alla statistica per raccontare quanto accaduto alla nostra economia negli ultimi dodici mesi e a immaginare come sarà il nuovo anno non solo per il nostro Paese. Al di là delle legittime differenze, le analisi sia della <strong>Svimez</strong>, sia del <strong>Censis</strong> &#8211; di cui vi offriamo un ampio resoconto &#8211; concordano su di un punto, dirimente: il mondo si è fatto complicato e, nel mentre aleggia lo spettro di una nuova grande guerra globale, l’Occidente è ostaggio assoluto di un declino che è allo stesso tempo demografico, morale ed economico.</p>
<p>All’interno dell’Occidente in crisi, non sta meglio il nostro Paese, strutturalmente segnato da alto debito pubblico, bassa crescita, produttività stagnante, bassi salari e fuga delle migliori competenze. Nel buio però una luce: la storica promozione dei conti pubblici italiani da parte di&nbsp; Moody&#8217;s che, il mese scorso, ha alzato il rating dell’Italia a Baa2 con outlook stabile dopo ben 23 anni. Un segnale che non solo premia il miglioramento della qualità creditizia italiana, ma che ci consentirà di pagare minori interessi sul debito pubblico, di essere più attrattivi per gli investitori internazionali e, soprattutto, di avere più soldi disponibili per famiglie e imprese.</p>
<p>Uno spiraglio positivo in uno scenario che resta però dominato dall’incertezza, cui la politica invece di proporre «soluzioni tempestive e adattabili per rispondere a circostanze in rapida evoluzione», come ha ribadito anche l’Ocse nei giorni scorsi, risponde in modo miope, incapace di guardare oltre la gestione emergenziale e il breve termine.</p>
<p>Manca &#8211; tanto in Europa, quanto in Italia infatti &#8211; una strategia di crescita di lungo periodo, che individui i settori su cui investire per restare in partita con le economie degli altri Continenti che, invece, da tempo costruiscono il proprio orizzonte futuro. Se dunque è un bene aver allungato nella Legge di Bilancio &#8211; che sarà approvata a fine dicembre &#8211; da 1 a 3 anni la portata dell’iperammortamento, segnando un cambio di passo rispetto ai crediti d’imposta “Transizione 4.0” e “5.0” degli anni precedenti, così come quella del credito d&#8217;imposta per gli investimenti nella ZES Unica, restano preoccupanti le prospettive.</p>
<p>La Commissione europea ha tagliato ancora le stime sulla crescita italiana e certifica che, una volta esaurita la spinta del Recovery plan, come la stessa Svimez allerta &#8211; il nostro Paese tornerà fanalino di coda in Europa: nel 2026 saremo penultimi per crescita economica e, nel 2027, ultimi in UE, con una crescita del Pil reale prevista allo 0,8%.</p>
<p>Come ci si attrezza allora per non continuare a perdere pezzi di futuro? Le transizioni ecologica e digitale, in questo scenario, sono la strada giusta per acquisire quell’autonomia strategica di cui l’Europa ha bisogno per rilanciare la crescita e mantenere una rilevanza nello scacchiere internazionale. E potrebbero rivelarsi la chiave di volta anche per il nostro Paese. Occorre però una visione di sviluppo che contempli in modo armonico economia e cultura, mercato e tradizione, tecnologia e valori umani. Senza, anche i più resistenti ottimisti dovranno arrendersi a un futuro più fragile per l’Italia e per l’Europa.</p>
<p>Tra le priorità da affrontare, in cima svetta ancora una volta l’incapacità di valorizzare conoscenza e competenze, uno dei tratti più profondi del declino italiano e, secondo l’Ocse, tra le sfide del secolo anche per l’Europa, indispensabile per rilanciare &#8220;la crescita economica, l&#8217;innovazione e la distribuzione dei benefici&#8221;.</p>
<p>Impietosa l’istantanea della Svimez al riguardo; il Sud forma competenze che alimentano crescita e innovazione altrove: in 25 anni sono stati investiti 132 miliardi per formare laureati che hanno poi dovuto lasciare i luoghi di origine in cerca di un’occupazione. Non possiamo più permettere che accada.</p>
<p>Senza un percorso di rafforzamento graduale della capacità produttiva del Paese da un lato e senza riforme profonde su produttività, mercato unico e mercati dei capitali come suggerito da Draghi e Letta in Europa, la crescita italiana e quella europea rischiano di restare modeste, per non dire mediocri, ancora a lungo.</p>
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		<title>Più coesione, più crescita</title>
		<link>https://www.costozero.it/piu-coesione-piu-crescita/</link>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 13:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Per il direttore generale Svimez, Luca Bianchi «è necessario continuare a mantenere un sentiero di investimenti pubblici e di riforme al Mezzogiorno, al fine di aumentare produttività e sviluppo anche una volta che il PNRR avrà esaurito la sua spinta propulsiva» &#160; La prima grande iniziativa della nuova Commissione Europea sarà una Bussola della Competitività, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_12477" style="width: 489px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-12477" title="credit Stefano Segati" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi.jpg" alt="" width="489" height="364" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi-300x223.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi-768x572.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi-600x447.jpg 600w" sizes="(max-width: 489px) 100vw, 489px" /><figcaption class="wp-caption-text">Luca Bianchi, direttore generale Svimez</figcaption></figure>
<p><strong>Per il direttore generale Svimez, Luca Bianchi «è necessario continuare a mantenere un sentiero di investimenti pubblici e di riforme al Mezzogiorno, al fine di aumentare produttività e sviluppo anche una volta che il PNRR avrà esaurito la sua spinta propulsiva»</strong><span id="more-12476"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La prima grande iniziativa della nuova Commissione Europea sarà una Bussola della Competitività, fondata sui tre pilastri del rapporto Draghi: arginare il divario d&#8217;innovazione con Usa e Cina, approntare un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività e, infine, aumentare la sicurezza, riducendo al contempo le dipendenze dall’estero. Quello di Draghi è un riferimento anche per il Rapporto 2024 della Svimez, in cui viene ribaltata diametralmente la prospettiva che vorrebbe, da tempo, il Sud fardello per il resto del Paese. La Svimez, invece, vede il Mezzogiorno come luogo funzionale alla strategia europea con la coesione come prima, vera riforma economica da realizzare anche grazie alle cospicue risorse del PNRR. Ma quanto spazio reale per la coesione c’è nelle politiche future dell’Europa? </em></strong></p>
<p>Quest’anno abbiamo voluto incentrare il nostro Rapporto attorno a una domanda fondamentale: quale politica europea può essere utile al Mezzogiorno? Partendo dai validissimi documenti presentati da Enrico Letta e Mario Draghi, indispensabili per immaginare una nuova Ue alla luce delle trasformazioni storiche che stanno rivoluzionando il Pianeta, suggeriamo di aggiungere un pezzo determinante alle dimensione di competitività: la coesione. In sostanza, dice bene Draghi quando rimarca la necessità di politiche comuni europee per rafforzare i settori strategici, ma altrettanto importante è la dimensione spaziale, ovvero il luogo in cui concretamente si investe. L&#8217;obiettivo della coesione territoriale non può però essere lasciato soltanto alla politiche di coesione, ma deve orientare tutte le politiche europee, qualificandole. Gli ultimi vent&#8217;anni ci dimostrano infatti che l&#8217;Europa ha fatto segnare tassi di crescita sostenuti superiori alle altre economie mondiali solo quando ha ridotto le sue disuguaglianze interne. Emblematici, gli anni del post covid momento in cui il Sud era cresciuto come il Centro e il Nord, contrariamente ad altre crisi precedenti, per merito della crescita degli investimenti in opere pubbliche che ha determinato effetti espansivi più intensi al Sud. Dati alla mano, se si fa coesione si cresce di più. Anzi, si accelera come è successo per il Mezzogiorno.</p>
<p><strong><em>Scendendo nel dettaglio dei numeri del Rapporto, il Sud cresce più del Centro-Nord Italia per il secondo anno consecutivo, con il Pil in aumento dello 0,9% nel 2024 contro lo 0,7% del resto del Paese, crescita che però si prefigura in calo una volta ultimata la fase di investimenti pubblici. Quando il PNRR uscirà di scena, che Mezzogiorno potremmo avere e in quale Italia?</em></strong></p>
<p>Fino al 2026, secondo le nostre stime, la crescita e la coesione nel nostro Paese dipenderanno in maniera preponderante dal PNRR; nello specifico il Piano varrà ¾ della crescita del Mezzogiorno e metà di quella del Centro-Nord. Fondamentale pertanto spendere integralmente le risorse disponibili e farlo in modo efficace per avere, come risultante al completamento dei processi di investimento, un’Italia leggermente più coesa. Attenzione però alla forbice sociale che potrebbe nuovamente allargarsi negli anni a venire, una volta esaurita la spinta propulsiva del PNRR, creando nuovamente maggiori divari non solo tra classi, ma anche tra territori, generi e generazioni. Se non si imposta infatti una politica di investimento di lungo periodo, europea e nazionale, che prosegua il processo di rinnovamento nel nostro Paese, rischiamo seriamente di tornare alla tradizione che vuole il Mezzogiorno un peso a danno del Centro-Nord. Il Sud non è un vuoto a perdere, ha le energie per crescere anche più del resto del Paese, ma lo spazio temporale del PNRR non può di certo bastare a colmare divari territoriali storici.</p>
<p><strong><em>Intanto, la Legge di Bilancio 2025 prevede una riduzione delle risorse destinate al Sud di circa 5,3 miliardi di euro nel triennio 2025-2027. Tra queste, spicca l’abrogazione della Decontribuzione Sud. Che effetti avrà? </em></strong></p>
<p>La riduzione delle risorse è un segnale preoccupante perché prefigura la possibilità di un ritorno all’antico disinvestimento nel Sud. Si apre una stagione di grande incertezza che, dopo l’espansione post-covid, potrebbe equivalere a un’inversione di tendenza per la crescita del Mezzogiorno. Eliminare la decontribuzione, che ha contribuito negli ultimi anni ad ampliare l&#8217;impatto occupazionale della ripresa al Sud, determinerà un incremento del costo del lavoro al Sud di circa il 30%, con il serio pericolo di arrestare la crescita occupazionale. Essere arrivati a dicembre 2024 senza neanche aver aperto una trattativa con l’Europa per la ridefinizione dello strumento per compensare i maggiori costi per le imprese del Sud a causa di carenze infrastrutturali e più elevati costi energetici, è stato un grave errore che pagheranno imprese e lavoratori.</p>
<p><strong><em>Anche in questa edizione sottolineate con forza quanto l’aumento dell’occupazione al Sud, ma più in generale nel Paese, non corrisponda a un reale riposizionamento del lavoro verso livelli qualitativi più alti. Anzi, i “nuovi” poveri continuano a essere i lavoratori, quest’anno 1,4 milioni al Mezzogiorno&#8230;siamo ancora indietro con la riqualificazione dei Centri per l’Impiego, nell’attuazione del programma Gol e di altri strumenti di politiche attive del lavoro?</em></strong></p>
<p>La riduzione delle risorse per il Mezzogiorno rischia di fatto di far di nuovo aumentare precarietà, lavoro nero e grigio. I nuovi poveri continuano a essere i lavoratori sia per via dei bassi salari, sia per la durata breve dell’occupazione come accade nei casi di part-time involontario in cui il lavoratore non sceglie di lavorare meno ore, ma “accetta” l&#8217;unico lavoro disponibile. Rispetto a questa situazione, va segnalato che la grande riforma della formazione professionale e delle politiche attive del lavoro connesse anche al programma Gol ancora stenta a dare risultati per responsabilità delle Regioni.</p>
<p><strong><em>Altro dato tristemente ricorrente è l’emigrazione giovanile qualificata, “vera emergenza del Paese”. In soli 10 anni sono andati all’estero quasi 140mila giovani laureati, mentre circa 200mila hanno scelto di trasferirsi al Centro-Nord. Un fenomeno che ha una duplice conseguenza: il Sud non solo si svuota, ma manca delle generazioni di ricambio. Guardando al futuro cosa è legittimo aspettarsi? La soluzione potrebbe venire dall’immigrazione, dall’accoglienza?</em></strong></p>
<p>L’emigrazione rimane la grande questione irrisolta del Sud, anche se nel dibattito pubblico nazionale i termini sono rovesciati: a destare preoccupazione è e resta sempre il fenomeno dell’immigrazione, spesso enfatizzato e strumentalizzato. Questa distorsione porta i nostri concittadini a sovrastimare il fenomeno migratorio a livello numerico, accrescendo il circolo vizioso di paure e ansie legate al tema quando l’immigrazione potrebbe essere la soluzione sia al problema di crescente invecchiamento del Paese, sia, al contempo, a quello del calo delle nascite, del gelo demografico aggravato come dicevamo dalla precarietà crescente dell’occupazione. Posto che sono innanzitutto le debolezze del mercato del lavoro, in particolare l’aspetto dei bassi salari reali, un inevitabile “incentivo” ad andare via per i giovani più qualificati, nel nostro Rapporto abbiamo mostrato chiaramente che, per effetto di dinamiche demografiche, corriamo il rischio che in 3000 comuni italiani chiuda l&#8217;unica scuola elementare attualmente presente. Se si mettesse mano a una strategia intelligente di attrazione di stranieri, sia lato mercato del lavoro cercando le qualifiche che occorrono alle imprese spesso introvabili, sia come strumento per ringiovanire le aree interne, l’effetto sarebbe più che positivo perché si porrebbero le basi anche per aiutare le famiglie di quel territorio a restare perché molta dell&#8217;emigrazione soprattutto nelle aree interne dipende dalla assenza di servizi. Superiamo la retorica e mediatica contrapposizione immigrazione/emigrazione restando aperti. Al Sud, lo diciamo da anni, bisognerebbe puntare meno sul turismo e più sulla ricerca e l’innovazione. Bisognerebbe scegliere di orientare le risorse nei settori ad alta specializzazione. Al Sud esistono &#8211; penso all’agroalimentare, alla farmaceutica, all’aerospazio &#8211; comparti che possono offrire condizioni lavorative interessanti per i giovani qualificati che non sarebbero così costretti a lasciare il Paese per costruirsi un futuro. Anche le strategie per incentivare a restare dovrebbero mutare superando dinamiche di lavoro fossilizzate sui dogmi di epoche ormai lontane. È finito il tempo dell’economia legata solo alla valorizzazione dei sapori locali. Connessioni, smart working, south working, investimento tecnologico sono elementi indispensabili per rendere attraente il nostro Mezzogiorno restituendogli vitalità e futuro.</p>
<p><strong><em>Veniamo all’industria. Dici automotive, dici altra crisi industriale per il Sud. ANFIA, l’Associazione Nazionale Associazione Nazionale della Filiera Industria Automobilistica, denuncia una riduzione di oltre 4,6 miliardi di euro il Fondo automotive nella prossima Legge di Bilancio. Un errore non sostenere la transizione del comparto con aiuti di Stato?</em></strong></p>
<p>Innanzitutto una premessa: non c’è sviluppo per il Sud senza un&#8217;industria forte, consolidando quello che già di buono c’è e che, nonostante le ridotte dimensioni, non solo ha resistito alle lunghe crisi ma si è rivelato competitivo nelle sue specializzazioni. Oggi l’automotive non è più a Torino, ma nel Mezzogiorno con una produzione di quasi il 90% degli autoveicoli nazionali. Abbandonarlo a sé stesso, senza sostenerlo nella transizione, è un atto scellerato anche perché si rischia di disperdere non solo il capitale economico ma quello umano. Sarebbe una ecatombe.</p>
<p><strong><em>Due anni fa aveva lanciato l’appello “non disuniamoci” in riferimento all’autonomia differenziata. Secondo lei cosa accadrà dopo lo stop della Consulta?</em></strong></p>
<p>In merito alla legge Calderoli, la Corte Costituzionale ha lanciato un segnale forte sia dichiarandone l’incostituzionalità, sia sostanzialmente accogliendo tutte le obiezioni che abbiamo fatto in questi anni certificando quanto si tratti di un provvedimento iniquo, che disunisce e rende più fragile il Paese peggiorandone complessivamente i servizi. A questo punto non resta che fermarsi. Mutilata com’è dalla Corte costituzionale, la legge non consente di proseguire le trattative con le Regioni. Va preso atto che il modello proposto era sbagliato. Si potrebbe ripartire lavorando a un’attuazione ordinata e simmetrica di federalismo fiscale, basato sulla solidarietà, cosa che peraltro ha ribadito con chiarezza il cardinale Zuppi nostra nella nostra presentazione rimarcando che non c’è sviluppo senza solidarietà, attenzione agli ultimi, valorizzazione delle differenze e corresponsabilità nella promozione del bene comune.</p>
<p><strong><em>Il Cardinale Zuppi ha scelto le sue parole chiave per gli anni a venire: sobrietà e serietà. Quali sono, a suo avviso invece, le parole sulle quali possiamo ri-edificare il nostro futuro come Paese?</em></strong></p>
<p>Senz&#8217;altro competitività e coesione cui aggiungerei la solidarietà, quella sensibilità verso gli altri da sempre radicata nella cultura del nostro Paese tanto da essere finanche riconosciuta nella Costituzione italiana tramite l’articolo 2 ed essere ricompresa tra i diritti inviolabili dell’uomo.</p>
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		<title>La coesione, chiave di sviluppo per il Sud</title>
		<link>https://www.costozero.it/la-coesione-chiave-di-sviluppo-per-il-sud/</link>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 11:12:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Ferraioli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Puntare sulle filiere strategiche &#8211; agroindustria, farmaceutica, aerospazio &#8211; dando vita&#160;a nuove politiche industriali utili per il Mezzogiorno, ma indispensabili per rafforzare&#160;l’intero sistema produttivo nazionale ed europeo &#160; Dopo la vigorosa ripresa post-pandemia, che ha visto il nostro Mezzogiorno tornare a crescere di quasi un punto percentuale sopra la media del Centro-Nord grazie a investimenti [&#8230;]</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo la vigorosa ripresa post-pandemia, che ha visto il nostro <strong>Mezzogiorno</strong> tornare a crescere di quasi un punto percentuale sopra la media del Centro-Nord grazie a investimenti pubblici, al contributo dell’imprenditoria privata &#8211; sia nel turismo, che ha raggiunto i 25 miliardi di indotto e valore aggiunto facendo registrare il 26,4% dell&#8217;occupazione turistica nazionale e il 31% delle imprese (cfr. dati SRM, luglio 2024), sia nel manifatturiero con l&#8217;export di beni a quota 68 miliardi di euro, circa l&#8217;11% dell&#8217;export italiano, e con una crescita del 2,9%, superiore a quella nazionale (cfr. dati SACE).</p>
<p>Ora però le prospettive economiche per il Sud e non solo stanno rapidamente diventando nebulose. Dopo Banca d’Italia, Fmi, Confindustria e Ocse, nei giorni scorsi anche l’Istat ha certificato che nel 2024 il Pil italiano crescerà solo dello 0,5%, dimezzando così le previsioni del Governo che volevano un incremento dell’1%.</p>
<p>Il Mezzogiorno ha dato concreta prova di slancio nel post-covid grazie anche all’ intervento del PNRR tanto da far stimare alla <strong>Svimez</strong> &#8211; l’Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno, il cui ultimo Rapporto commentiamo di seguito &#8211; che nel triennio 2024-2026, al Sud gli investimenti del PNRR valgono 1,8% di Pil meridionale. Se si investe, dunque, il Sud reagisce, mostra vitalità ma &#8211; se non si prosegue con il processo di investimenti per ricompattarne le frammentazioni interne &#8211; esattamente alla stregua del resto del Paese rischia già domani di vegetare, complici soprattutto la denatalità, il costante invecchiamento della popolazione e l’emigrazione giovanile qualificata. Il 58esimo Rapporto del Censis, reso noto a inizio dicembre, parla addirittura di «sindrome italiana». Se l’anno scorso eravamo un popolo di sonnambuli, quest’anno restiamo in superficie. Il Paese galleggia perché languono reali possibilità di mobilità, di cambiamento, di ascesa sociale. L’Italia resta così invischiata nelle mancate scelte e, ripiegata su di sé, non avanza e non sprofonda. Intanto, lavoro precario e bassi salari, spingono i giovani ad andare via. Al 2050, il Paese perderà 4,5 milioni di abitanti e l’82% della perdita interesserà le regioni meridionali: -3,6 milioni. Non solo spopolamento, ma un progressivo degiovanimento che colpirà soprattutto il Mezzogiorno, che perderà 813mila under 15, quasi un terzo di quelli attuali (-32,1%), mentre gli anziani con più di 65 anni aumenteranno di 1,3 milioni (+29%).</p>
<p>Come si inverte dunque la rotta? Come ci si attrezza per non restare ai margini dello scacchiere competitivo mentre continuiamo a perdere pezzi di futuro?</p>
<p><strong>La Svimez lo ribadisce da anni: il Mezzogiorno non è né un vuoto a perdere, né un deserto industriale. </strong>Per contributo a valore aggiunto e occupazione, in termini di internazionalizzazione, competenze e tecnologia, il peso del Sud è determinate in diverse filiere nazionali: Agroindustria, Navale e Cantieristica, Aerospazio, Edilizia e Automotive, comparto che al Sud tra diretti e indiretti, impiega 45mila lavoratori. Superando concezioni passatiste, è tempo dunque che il Sud diventi nevralgico per riconnettere il Paese tutto, grazie alla sua natura di crocevia tra Asia, Africa ed Europa. Oltre il 30% della filiera agroalimentare e il 26% di quella legata all’energia &#8211; solo per citarne due &#8211; insiste al Mezzogiorno. Ed è proprio su queste filiere che bisogna puntare, dando vita a nuove politiche industriali utili per il Sud, ma indispensabili per rafforzare l’intero sistema produttivo nazionale ed europeo.</p>
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		<title>Salute: ampi i divari territoriali. Equità orizzontale sempre più a rischio</title>
		<link>https://www.costozero.it/salute-ampi-i-divari-territoriali-equita-orizzontale-sempre-piu-a-rischio/</link>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2024 11:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[primo piano]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Presentato a Roma il Report “Un paese, due cure. I divari Nord – Sud nel diritto alla salute”, promosso dalla Svimez in collaborazione con Save the Children &#160; Al Sud i servizi di prevenzione e cura sono più carenti, minore la spesa pubblica sanitaria, più lunghe le distanze da percorrere per ricevere assistenza, soprattutto per [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-11670" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto.jpg" alt="" width="432" height="288" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/02/svimez_rapporto-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" />Presentato a Roma il Report “Un paese, due cure. I divari Nord – Sud nel diritto alla salute”, promosso dalla Svimez in collaborazione con Save the Children</strong><span id="more-11669"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al <strong>Sud</strong> i servizi di prevenzione e cura sono più carenti, minore la spesa pubblica sanitaria, più lunghe le distanze da percorrere per ricevere assistenza, soprattutto per le patologie più gravi. Aumentare la spesa sanitaria è la priorità nazionale. Andrebbe inoltre corretto il metodo di riparto regionale del <strong>Fondo Sanitario Nazionale</strong> per tenere conto dei maggiori bisogni di cura nei territori a più elevato disagio socio-economico. L’autonomia differenziata rischia di ampliare le disuguaglianze nelle condizioni di accesso al diritto alla salute. Queste le principali considerazioni emerse dal <strong>Report SVIMEZ “Un Paese, due cure. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute</strong>”, presentato oggi a Roma in collaborazione con <span style="color: #ff0000;"><strong><a style="color: #ff0000;" href="https://www.savethechildren.it/" target="_blank" rel="noopener">Save the Children</a></strong></span>.</p>
<p>Il Report, pubblicato nell’ultimo numero di <em>Informazioni Svimez</em>, curato da Luca Bianchi, Serenella Caravella e Carmelo Petraglia, offre una fotografia delle condizioni territoriali del SSN al quale si rivolgono i cittadini per le cure. Nel corso della presentazione è stato proiettato un video con le storie immaginarie di due donne, una calabrese e una emiliana, che affrontano la stessa patologia oncologica. Storie che riflettono la realtà dei divari Nord-Sud nella qualità dei Sistemi Sanitari Regionali (SSR) e della conseguente “scelta” di molti cittadini del Mezzogiorno di ricevere assistenza nelle strutture sanitarie del Centro e del Nord, soprattutto per curare le patologie più gravi.</p>
<p>Contestualmente, Save the Children ha ribadito come i divari territoriali siano evidenti già a partire dalla nascita. Sebbene nel panorama mondiale il Servizio Sanitario nazionale si posizioni come una eccellenza per la cura dei bambini, sia dal punto di vista delle professionalità che della universalità di accesso alle cure, le disuguaglianze territoriali sono molto accentuate. Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, il tasso di mortalità infantile (entro il primo anno di vita) era di 1,8 decessi ogni 1000 nati vivi in Toscana, ma era quasi doppio in Sicilia (3,3) e più che doppio in Calabria (3,9). Già prima della pandemia, il numero dei consultori familiari si era andato assottigliando, con la conseguente carenza di presidi territoriali di prossimità fondamentali per sostenere la salute e il benessere materno-infantile.</p>
<p><strong>Dopo l’emergenza Covid-19 si arresta la crescita della spesa sanitaria e restano ampi i divari territoriali </strong></p>
<p>I divari territoriali sono aumentati in un contesto di generalizzata debolezza del Sistema Sanitario che, nel confronto europeo, risulta sottodimensionato per stanziamenti di risorse pubbliche (in media 6,6% del PIL contro il 9,4% di Germania e l’8,9% di Francia), a fronte di un contributo privato comparativamente elevato (24% della spesa sanitaria complessiva, quasi il doppio di Francia e Germania). Dai dati regionalizzati di spesa sanitaria (di fonte Conti Pubblici territoriali) risultano livelli di spesa per abitante, corrente e per investimenti, mediamente più contenuti nelle regioni meridionali. A fronte di una media nazionale di 2.140 euro, la spesa corrente più bassa si registra in Calabria (1.748 euro), Campania (1.818 euro), Basilicata (1.941 euro) e Puglia (1.978 euro). Per la parte di spesa in conto capitale, i valori più bassi si ravvisano in Campania (18 euro), Lazio (24 euro) e Calabria (27 euro), mentre il dato nazionale si attesta su una media di 41 euro. Il monitoraggio LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), che offre un quadro delle differenze nell’efficacia e qualità delle prestazioni fornite dai diversi SSR, fa emergere i deludenti risultati del Sud: 5 regioni del Mezzogiorno risultano inadempienti.</p>
<p><strong>1,6 milioni di famiglie italiane in povertà sanitaria, di cui 700 mila al Sud</strong></p>
<p>In base alle recenti valutazioni del CREA (Centro per la ricerca economica applicata in sanità), sono il 6,1% le famiglie italiane in povertà sanitaria, perché hanno riscontrato difficoltà o hanno rinunciato a sostenere spese sanitarie. Nel Mezzogiorno la quota la povertà sanitaria riguarda l’8% dei nuclei familiari, una percentuale doppia rispetto al 4% del Nord-Est (5,9% al Nord-Ovest, 5% al Centro).</p>
<p><strong>Speranza di vita minore al Sud di 1,5 anni: più alta anche la mortalità per tumore</strong></p>
<p>Il Mezzogiorno, secondo gli indicatori BES (Benessere Equo e Sostenibile) sulla salute, è l’area del Paese caratterizzata dalle peggiori condizioni di salute. Gli indicatori relativi alla speranza di vita mostrano un differenziale territoriale marcato e crescente negli anni: nel 2022, la speranza di vita alla nascita per i cittadini meridionali era di 81,7 anni, 1,3 anni in meno del Centro e del Nord-Ovest, 1,5 rispetto al Nord-Est. Analoghi differenziali sfavorevoli al Sud si osservano per la mortalità evitabile causata da deficit nell’assistenza sanitaria e nell&#8217;offerta di servizi di prevenzione. Il tasso di mortalità per tumore è pari al 9,6 per 10 mila abitanti per gli uomini rispetto a circa l’8 del Nord. È cresciuto il divario per le donne: 8,2 al Sud con meno del 7 al Nord; nel 2010 i due dati erano allineati.</p>
<p><strong>Nel Mezzogiorno meno prevenzione oncologica</strong></p>
<p>Secondo le valutazioni dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nel biennio 2021-2022, in Italia circa il 70% delle donne di 50-69 anni si è sottoposta ai controlli: circa due su tre lo ha fatto aderendo ai programmi di screening gratuiti. La copertura complessiva è dell’80% al Nord, del 76% al Centro, ma scende ad appena il 58% nel Mezzogiorno. La prima regione per copertura è il Friuli-Venezia Giulia (87,8%); l’ultima è la Calabria, dove solamente il 42,5% delle donne di 50-69 anni si è sottoposto ai controlli. &nbsp;I dati relativi agli screening organizzati dai SSR confermano i profondi divari regionali nell’offerta di servizi che dovrebbero essere garantiti in maniera uniforme in quanto compresi tra i LEA. La quota di donne che ha avuto accesso a screening organizzati oscilla tra valori compresi tra il 63 e il 76% in Veneto, Toscana, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, P.A. di Trento, Umbria e Liguria e circa il 31% in Abruzzo e Molise. Le quote più basse si registrano in Campania (20,4%) e in Calabria, dove le donne che hanno effettuato screening promossi dal Servizio Sanitario sono appena l’11,8%, il dato più basso in Italia.</p>
<p><strong>Mobilità sanitaria: è ‘fuga’ dal Sud, in particolare per le patologie più gravi. Il 22% dei malati oncologici del Sud si fa curare al Nord. </strong></p>
<p>La “fuga” dal Sud per ricevere assistenza in strutture sanitarie del Centro e del Nord, soprattutto per le patologie più gravi. Nel 2022, dei 629 mila migranti sanitari (volume di ricoveri), il 44% era residente in una regione del Mezzogiorno. Per le patologie oncologiche, 12.401 pazienti meridionali, pari al 22% del totale dei pazienti, si sono spostati per ricevere cure in un SSR del Centro o del Nord nel 2022. Solo 811 pazienti del Centro-Nord (lo 0,1% del totale) hanno fatto il viaggio inverso. È la Calabria a registrare l’incidenza più elevata di migrazioni: il 43% dei pazienti si rivolge a strutture sanitarie di Regioni non confinanti. Seguono Basilicata (25%) e Sicilia (16,5%). Al Sud, i servizi di prevenzione e cura sono dunque più carenti, minore la spesa pubblica sanitaria, più lunghe le distanze da percorrere per ricevere assistenza.</p>
<p>Save the Children evidenzia numeri crescenti anche nelle migrazioni sanitarie pediatriche da Sud verso il Centro-Nord, segno di carenze o di sfiducia nel sistema sanitario delle regioni del Mezzogiorno: l’indice di fuga – ovvero il numero di pazienti pediatrici che vanno a farsi curare in una regione diversa da quella di residenza – nel 2020 si attesta&nbsp; in media all’8,7% a livello nazionale, con differenze territoriali che vanno dal 3,4% del Lazio al 43,4% del Molise, il 30,8% della Basilicata, il 26,8% dell’Umbria e il 23,6% della Calabria. In particolare, un terzo dei bambini e degli adolescenti si mette in viaggio dal Sud per ricevere cure per disturbi mentali o neurologici, della nutrizione o del metabolismo nei centri specialistici convergendo principalmente a Roma, Genova e Firenze, sedi di Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) pediatrici.</p>
<p><strong>L’autonomia differenziata in ambito sanitario aggrava le disuguaglianze interregionali</strong></p>
<p>L’obiettivo dell’equità orizzontale della sanità è ulteriormente messo a rischio dal progetto di autonomia differenziata. Sulla base delle risultanze del Comitato per l’individuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, in particolare, tutte le Regioni a Statuto Ordinario potrebbero richiedere il trasferimento di funzioni, risorse umane, finanziarie e strumentali ulteriori rispetto ai LEA in un lungo elenco di ambiti: gestione e retribuzione del personale, regolamentazione dell’attività libero-professionale, accesso alle scuole di specializzazione, politiche tariffarie, valutazioni di equivalenza terapeutica dei farmaci, istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi. La concessione di ulteriori forme di autonomia potrebbe determinare ulteriori capacità di spesa nelle Regioni ad autonomia rafforzata, finanziate dalle compartecipazioni legate al trasferimento di funzioni e, soprattutto, dall’eventuale extra-gettito derivante dalla maggiore crescita economica. Tutto ciò, in un contesto in cui i LEA non hanno copertura finanziaria integrale a livello nazionale e cinque delle otto Regioni del Mezzogiorno risultano inadempienti, determinerebbe una ulteriore differenziazione territoriale delle politiche pubbliche in ambito sanitario. Con l’autonomia differenziata si rischierebbe dunque di aumentare la sperequazione finanziaria tra SSR e di ampliare le disuguaglianze interregionali nelle condizioni di accesso al diritto alla salute.</p>
<p>Per il direttore generale della Svimez <strong>Luca Bianchi</strong>, intervenuto nella tavola rotonda coordinata dal giornalista di Repubblica Antonio Fraschilla, “<em>La necessità di incrementare le risorse complessivamente allocate alla sanità convive con la priorità di potenziare da subito le finalità di equità del SSN. I dati del report offrono la fotografia preoccupante di un divario di cura che si traduce in minori aspettative di vita e più alti tassi di mortalità per le patologie più gravi nelle regioni del Mezzogiorno. La scelta, spesso obbligata, di emigrare per curarsi oltre ai costi individuali finisce per amplificare i divari nella capacità di spesa dei diversi sistemi regionali. Rafforzare la dimensione universale del Sistema sanitario nazionale è la strada per rendere effettivo il diritto costituzionale alla salute. Una direzione opposta a quella che invece si propone con l’autonomia differenziata dalla quale deriverebbero ulteriori ampliamenti dei divari territoriali di salute e una conseguente crescita della mobilità di cura</em>”.</p>
<p><em>“La condizione di povertà familiare incide fortemente sui percorsi di prevenzione e sull’accesso alle cure da parte dei bambini. È necessario un impegno delle istituzioni a tutti i livelli per assicurare una rete di servizi di prevenzione e cura per l’infanzia e l’adolescenza all’altezza delle necessità, con un investimento mirato nelle aree più deprivate. Occorre conoscere e superare i divari territoriali che oggi condizionano l’accesso ad un servizio sanitario che rischia di essere “nazionale” solo sulla carta. È un investimento da mettere al centro dell’agenda della politica”,</em> ha dichiarato <strong>Raffaela Milano, responsabile dei Programmi Italia &#8211; Europa di Save the Children.</strong></p>
<p>Per Nino <strong>Cartabellotta</strong>, <strong>Presidente della Fondazione Gimbe</strong>, “<em>Il nostro SSN è ormai profondamente indebolito e segnato da inaccettabili diseguaglianze regionali. E con l’attuazione delle maggiori autonomie in sanità si legittimerà normativamente la “frattura strutturale” Nord-Sud: il meridione sarà sempre più dipendente dalla sanità del Nord, minando l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute. Uno scenario già evidente: su 14 Regioni adempienti ai Livelli Essenziali di Assistenza solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica mentre la fuga per curarsi verso il Nord vale € 4,25 miliardi”.</em></p>
<p><em>&#8220;I dati del report restituiscono l’immagine di un Paese diviso a metà nell’accesso alle cure sanitarie. Dal nostro osservatorio, ed è un ulteriore elemento di preoccupazione, emerge una frammentazione che si aggiunge alle disuguaglianze Sud-Nord poiché riguarda questioni diffuse come la desertificazione dei professionisti e dei servizi. Medici di medicina generale ed infermieri, ad esempio, sono carenti al Nord più che al Sud, ma mancano in generale nelle aree interne, come anche alcuni servizi caratterizzati da alta innovazione e specializzazione. In questo quadro la riforma della autonomia differenziata, sulla quale si continua a ragionare – e per giunta con scarsissimo coinvolgimento dei cittadini &#8211; senza la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni, dà come unica certezza quella di amplificare questa frammentazione e di consegnarci un Paese ulteriormente diviso nella garanzia del diritto alla salute&#8221;,</em> ha dichiarato <strong>Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva.</strong></p>
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		<title>PROSPETTIVE DA SUD</title>
		<link>https://www.costozero.it/prospettive-da-sud/</link>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 08:12:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[adriano giannola]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia differenziata]]></category>
		<category><![CDATA[dati]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mezzogiorno]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_11546" style="width: 307px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-11546" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola.jpg" alt="" width="307" height="205" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/12/a_giannola-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" /><figcaption class="wp-caption-text">Adriano Giannola, presidente Svimez (credits ph. Stefano Segati)</figcaption></figure>
<p><strong>Riconnettere l&#8217;Italia tutta perché assuma un ruolo di leadership nel Mediterraneo. Questa in sintesi la sfida che lancia Giannola in una analisi a tutto tondo sul Mezzogiorno</strong><span id="more-11545"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente, nel vostro ultimo Rapporto quella che sembra una buona notizia: è calata la disoccupazione «implicita» nel nostro Paese. A livello nazionale quanti cercano lavoro, compresi i Neet, sono passati da 3,5 milioni nei primi due trimestri del 2021 a 2,3 milioni nello stesso periodo del 2023. A ben guardare però nel Mezzogiorno 4 lavoratori su 10 hanno un’occupazione a termine da almeno cinque anni. Il lavoro al Sud resta quindi un problema di qualità e di reddito?</strong></p>
<p>Non condivido l’ottimismo sui numeri dell’occupazione perché frutto di una lettura semplicistica dei dati. Nei fatti questa occupazione è in buona percentuale “precaria”, e a termine per una quota molto rilevante. Statisticamente occorre poco per essere considerati occupati: è sufficiente infatti avere lavorato anche solo un’ora nella settimana di rilevazione Istat per risultare tali, a prescindere dal reddito raggiunto. In realtà questa notevole disponibilità di lavoro &#8211; influenzata significativamente dall’eliminazione del Reddito di Cittadinanza e, quindi, dal ritorno anche al sommerso &#8211; non ha migliorato i salari, nè la condizione economica delle famiglie.</p>
<p>Se invece ponderassimo anche fattori come il reddito, dovremmo necessariamente convenire che il mercato del lavoro italiano è in condizioni disastrose, nonostante il 12/15% di lavoratori a rischio povertà abbia un lavoro, contro una media europea del 9,4%. Gioverebbe essere più realisti.</p>
<p><strong>La proroga della Decontribuzione Sud può aiutare ancora il Mezzogiorno e quanto sarebbe importante diventasse una misura strutturale?</strong></p>
<p>È innegabile che la decontribuzione sia utile per le imprese, purché si riconosca che resta una forma di assistenza e non uno strumento per sostenere la crescita. Basterebbe ricordare che, prima dell&#8217;accordo Pagliarini &#8211; Van Miert del 1994 (<em>Ministro del bilancio il primo e Commissario il secondo, ndr</em>), la decontribuzione, allora totale, era l&#8217;unica forma di politica di sviluppo attuata per il Sud, utile sì a ridurre il costo del lavoro ma non a innescare processi di reale espansione. Il punto su cui lavorare sarebbe un altro: le nostre imprese, in prevalenza piccole e addirittura micro, non sono competitive a causa di un sistema che ha puntato tutto sulle ridotte dimensioni, con la retorica dei distretti, del localismo. La conseguenza di questa errata visione è stata che, nel giro di vent&#8217;anni, la nostra manifattura, la più creativa in Europa seconda solo alla Germania, è diventata fragilissima. Oggi, che le svalutazioni non sono più possibili, paghiamo un prezzo altissimo in mancanza di competitività che non può essere compensato con misure come la decontribuzione. Competiamo con una mano legata per certi versi, perché nel nostro Paese da troppo tempo non si sono messe in ordine le priorità, tra cui la prima era e resta la riduzione delle disuguaglianze tra le due aree del Paese. Perfino i provvedimenti legati a Industria 5.0 non cambieranno da soli il volto della nostra economia perché interesseranno in prevalenza le imprese del Nord. Questo occorre dirlo.</p>
<p><strong>Quali sarebbero allora gli strumenti utili per il Sud?</strong></p>
<p>Bisognerebbe intervenire sul “Sistema Sud”, ma in un&#8217;ottica strategica di Paese. Oggi che la Mitteleuropa a trazione tedesca è diventata una regione frammentata e in parte marginalizzata, che non può più andare a est, abbiamo l’occasione di rendere forte il Mediterraneo irrobustendo il nostro Sud, che potrebbe essere il volano di questo mutamento anche grazie al reshoring e all&#8217;accorciamento delle catene del valore. Ma il Mezzogiorno va infrastrutturato, attrezzato con i porti e i retroporti, a partire dalla Sicilia passando per tutte le sue regioni per arrivare poi fino a Trieste e Genova. Se non lo facciamo, le imprese non avranno mai i benefici di questo ribaltamento strategico di prospettiva.</p>
<p>Non possiamo rimanere alla finestra aspettando che sia l&#8217;Europa a dirci di ridurre le distanze e fare coesione sociale con il PNRR; dobbiamo noi come Paese puntare a Sud per rimettere in moto la nostra economia e non solo. Non basta la “quota Mezzogiorno” che prevede che il 40% delle risorse allocabili territorialmente sia destinato a territori al Sud. Si potrebbe anche dare meno ma meglio, con una chiara strategia e gerarchia negli obiettivi. Per tutte le transizioni in atto &#8211; energetiche, climatiche e così via &#8211; il Sud è strategico, ma va attrezzato sciogliendo i nodi scorsoi che ne limitano lo sviluppo da troppo tempo, completando ad esempio nei tempi previsti opere come la Napoli Bari. Se, così non dovesse essere, il PNRR avrà fallito, perché non avremo fatto quanto non solo necessario ma prioritario per rendere fruttuoso in termini di sviluppo il nostro Paese, bene posizionale dell&#8217;Europa nel Mediterraneo. La soluzione della crisi italiana è riconnettere l’Italia tutta, assumendo un ruolo di leadership nel Mediterraneo. Le dinamiche geoeconomiche ci favoriscono.</p>
<p><strong>Nel Rapporto si rimarca ancora una volta quanto pesi sull’occupazione femminile la carenza di servizi all’infanzia e all’istruzione primaria. Eppure, nella revisione del PNRR proprio gli investimenti negli asili nidi sono stati definanziati&#8230;</strong></p>
<p>È così, anche se viene detto che le risorse saranno recuperate altrove. Da più di dieci anni noi della Svimez segnaliamo quanto grave sia il problema demografico italiano, individuandone cause e rimedi. Le proiezioni raccontano che, al 2080, il Sud avrà perso circa 8 milioni di abitanti, invecchiando di molto e perdendo le sue migliori intelligenze: tra il 2002 e il 2021 il Mezzogiorno ha subìto un deflusso netto di 808mila under 35, di cui 263mila laureati. Il trasferimento è quindi anche finanziario da Sud a Nord, con le famiglie che si impoveriscono per consentire ai figli emigrati una vita si spera migliore al Nord.</p>
<p>Questo accentua quella che noi chiamiamo “eutanasia della questione meridionale”. Un aiuto per invertire la rotta potrebbe essere dato proprio dall&#8217;occupazione femminile, che se aumentasse di almeno a 10 o 20 punti, contribuirebbe in positivo sul Pil e, più in generale, sulla sostenibilità prospettica dell’intero Paese. È chiaro quindi che definanziare i servizi all’infanzia è un errore marchiano che, ci auguriamo, trovi adeguata soluzione.</p>
<p><strong>Il Mezzogiorno rischia anche la “desertificazione sanitaria”, specie se prenderà forma l’autonomia differenziata. Oltre alla fuga da Sud a Nord per farsi curare, il rischio è che moltissimi giovani vengano attratti da migliori condizioni lavorative offerte al Nord. È così e, più in generale, crede che il disegno Calderoli troverà concreta attuazione?</strong></p>
<p>Guardi, su questo tema sarebbe bene che Calderoli dicesse chiaramente qual è il suo piano. A leggere <strong>l&#8217;articolo 4 del disegno di legge</strong> che porta il suo nome, appare evidente che l&#8217;autonomia sarà solo un primo tempo, seguita dalla costituzione di una macro regione del Nord autonoma, ma non fuori dallo Stato.</p>
<p>Il disegno Calderoli a ben guardare altro non è che una cessione di sovranità alle regioni da parte di quello stesso Governo che vuole il premierato. Una contraddizione evidente ma al momento del tutto ignorata. La proposta di Calderoli &#8211; al comma 1 dell’articolo 4 &#8211; stabilisce che vadano creati i fondi perequativi per finanziare il LEP, i famosi livelli essenziali delle prestazioni. In mancanza di questi, non sarà possibile trasferire funzioni dal Centro alle Regioni.</p>
<p>Al comma 2 dello stesso articolo, però, viene detto che tutte le altre materie, eccetto quindi istruzione, sanità e mobilità locale, sono immediatamente trasferibili sulla base delle intese previste ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Autostrade, aeroporti, porti, beni culturali, protezione civile e legislazione sul lavoro, solo per citarne alcune, sono materie concorrenti che possono essere oggetto di immediato trasferimento. Così facendo si costituzionalizza la spesa storica in tutte le altre materie, perché le intese sono approvate con una legge dal Parlamento, il quale non può emendarle perché si tratta di una legge rinforzata e in quanto tale irreversibile, a patto che non lo voglia la regione coinvolta con lo Stato nell’intesa stessa con un nuovo accordo.</p>
<p>Chiaro che la regione che se ne avvantaggia non vorrà di certo cambiarla. Successivamente le regioni potranno organizzare organismi comuni per gestire interessi comuni, come previsto dalla Costituzione all&#8217;articolo 117 comma 8 legge. Ribadisco, le intese non potranno essere emendate in Parlamento e nessun referendum abrogativo sarà possibile perché si tratterà di una legge “rinforzata” speciale che definisce per ogni singola regione l’autonomia ad essa spettante. La maggiore autonomia una volta concessa può rivelarsi pertanto irreversibile. Se passa questa legge, condanniamo il nostro Mezzogiorno a scomparire come entità rilevante.</p>
<p><strong>Veniamo infine alla politica industriale: anche quest’anno il rilievo è che manchi una visione di medio-lungo periodo per il nostro Paese. La Zes unica creerà vantaggi per il sistema produttivo meridionale?</strong></p>
<p>È difficile dare un giudizio netto perché esistono delle ambiguità quando si parla di Zes unica. Anche qui siamo di fronte innanzitutto a una contraddizione in termini. Da un punto di vista tecnico, una Zes è un particolare territorio molto ben definito che va attrezzato per diventare attrattivo per particolari motivi tra cui l’esistenza di un porto. Prendiamo l’esempio di Tangeri in Marocco: si tratta di una ZES che, in pochi anni, è passata da 0 a 40mila addetti perché una casa automobilistica estera va a montare le sue vetture nel retroporto, per poi esportarle in Cina godendo sì di una fiscalità di vantaggio, ma creando al contempo indubbio valore aggiunto e occupazione. Strutturata così la Zes è uno strumento di estrema efficacia. Parlare invece di una fiscalità di vantaggio per tutto il Mezzogiorno, a mio avviso, è solo un modo per far rivivere lo spirito della vecchia politica assistenzialista. Per il momento però sospendiamo il giudizio, seguendone l’evoluzione.</p>
<p><strong>Nel suo ultimo Rapporto, il Censis ha definito gli italiani sonnambuli&#8230;</strong></p>
<p>Non lo eravamo quando si alternavano anche due governi all’annovperchè a tenerci svegli c’era una visione condivisa che oggi manca del tutto. Siamo un paese cloroformizzato in cui, mentre da un lato la madre Europa ci aiuta a non essere ramenghi indicandoci la rotta fatta di coesione sociale e riduzione delle disuguaglianze, nei fatti si discute di premierato e autonomia differenziata. Forse la lezione della Grecia non l’abbiamo mai imparata.</p>
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		<title>SUD, RIPARTIAMO DAL BUONO CHE C&#8217;È</title>
		<link>https://www.costozero.it/sud-ripartiamo-dal-buono-che-ce/</link>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2023 15:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Ferraioli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[confindustria]]></category>
		<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[analisi]]></category>
		<category><![CDATA[anno 2023]]></category>
		<category><![CDATA[antonio ferraioli]]></category>
		<category><![CDATA[censis]]></category>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-8484" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli.jpg" alt="" width="380" height="253" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2021/05/a_ferraioli-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></strong></p>
<p><strong>Serve l&#8217;impegno di tutti, attori pubblici e privati, per costruire un futuro migliore</strong><span id="more-11521"></span></p>
<p>Il 2023 sta per finire e appare quasi rituale interrogarsi sul futuro che ci aspetta e che dovremo contribuire a costruire. Gli analisti vedono ancora buio sulle prospettive italiane. Una delle cause principali è senz’altro l’instabilità geopolitica internazionale che, nel nostro Paese, si interseca alle disuguaglianze economico-sociali via via più profonde e all’inverno demografico che “imbianca” l’Italia.</p>
<p>Viviamo dunque tempi che probabilmente resteranno difficili ancora a lungo. Il come ci stiamo preparando ad affrontarli non è, pertanto, secondario. A tal proposito, fa riflettere l’istantanea degli italiani emersa dal recente<span style="color: #008000;"> <strong><a style="color: #008000;" href="https://www.censis.it/rapporto-annuale/57%C2%B0-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese2023" target="_blank" rel="noopener">Rapporto del</a> Censis </strong></span>che ci fotografa come “<strong><em>sonnambuli</em></strong>”, in preda a una veglia che non produce sogni di riscatto, ma solo pigro smarrimento. La società italiana &#8211; si legge nel Rapporto del Centro Studi che interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del nostro Paese &#8211; trascina i piedi, invecchiata, indebolita e sempre più divisa al suo interno. Nel 2050, avremo perso complessivamente 4,5 milioni di residenti, come se Roma e Milano d’un tratto, o quasi, fossero cancellate.</p>
<p>Sempre tra poco meno di trent&#8217;anni si stima che il nostro Paese avrà circa 8 milioni di persone in età lavorativa in meno, con un impatto devastante sul sistema produttivo e sulla nostra capacità di generare valore. Sono previsioni grigie che, purtroppo, appaiono tutt’altro che isolate. Fanno il paio infatti con i dati, anch’essi deludenti, dell’ultimo <span style="color: #000080;"><strong><a style="color: #000080;" href="https://lnx.svimez.info/svimez/il-rapporto/" target="_blank" rel="noopener">Rapporto Svimez</a></strong></span> che certifica come, ancora una volta, il Mezzogiorno paghi a caro prezzo questi anni complicati.</p>
<p>Dal 2002 al 2021 hanno lasciato il Sud oltre 2,5 milioni di persone, in prevalenza verso il Centro-Nord (81%). L’emigrazione giovanile resta una delle questioni più urgenti rispetto alla quale siamo da tempo ciechi: nello stesso lasso temporale il Mezzogiorno ha subìto un deflusso netto di 808mila under 35, di cui 263mila laureati.</p>
<p>Un intero pezzo di futuro possibile scomparso che pesa, neanche a dirlo, sul divario di crescita tra i territori. La Svimez prevede, infatti, che il Pil nel 2024 cresca dello 0,7% a livello nazionale (+0,7 al Centro-Nord e +0,6 a Sud) e nel 2025 dell&#8217;1,2% (+1,3 al Centro Nord e +0.9% a Sud). Al Sud nel 2022, sono 2,5 milioni le persone che vivono in famiglie in povertà assoluta: 250.000 in più rispetto al 2020 (-170.000 al Centro-Nord).</p>
<p>Non va meglio in termini di divario di genere. Al Sud 7 donne su 10 non hanno un lavoro. Le regioni meridionali infatti presentano il tasso più basso di occupazione femminile in confronto all&#8217;Europa (media UE 72,5), con numeri pesanti per la nostra regione (31%), ma anche per Puglia (32%) e Sicilia (31%).</p>
<p>Resta la speranza, che ci auguriamo non si riveli una chimera, di risvegliare il Sud e il Paese tutto attuando il <strong>PNRR</strong>, quel poderoso Piano da 191,5 miliardi, 527 obiettivi, 6 missioni, 192mila progetti che si pone tre priorità trasversali &#8211; risanare i divari di genere, generazionali, territoriali &#8211; e due traguardi: la transizione verde e quella digitale. Attualmente dei 164mila i progetti presentati, di cui 62mila al Sud, solo un terzo ha ricevuto la necessaria validazione.</p>
<p>Mancare quello che è, innanzitutto, un imponente obiettivo di civiltà sarebbe imperdonabile. Questo è il quadro dello scenario attuale e atteso ma non dobbiamo scoraggiarci. Siamo da sempre abituati a muoverci e ad agire nelle difficoltà.</p>
<p>Il Mezzogiorno si caratterizza anche per tantissime realtà imprenditoriali che continuano a crescere e a svilupparsi. Come testimoniato dai dati <strong>ISTAT</strong> sull’export che vedono anche nel 2023 ottimi risultati per la nostra regione. Ed è su queste basi e con un rinnovato impegno di tutti gli attori, pubblici e privati, che si potrà costruire un futuro migliore per il nostro Sud.</p>
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