
Dal Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno la proposta perché i giovani siano motivati a restare: attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze di vita e di lavoro altrove
Direttore, i contenuti salienti del Rapporto Svimez 2025 restituiscono un Mezzogiorno preda di trappole e paradossi: la prima riguarda l’occupazione, in crescita sì, ma senza che questo equivalga anche a un calo della povertà. A ben guardare, continua a essere precario e poco qualificato l’incremento di posti di lavoro?
I dati restituiscono esattamente questa contraddizione: nel triennio 2021-2024 gli under 35 occupati sono aumentati di 461mila unità a livello nazionale, di cui 100mila nel Sud. Il tasso di occupazione giovanile cresce più al Sud (+6,4 punti), ma riguarda prevalentemente settori a basso valore aggiunto, nonostante alcuni segnali importanti anche in settori più innovativi. Gran parte dell’occupazione creata è in settori come il turismo e le costruzioni, caratterizzati da bassi salari. Al Mezzogiorno avere un lavoro, dunque, non basta per essere al riparo dal rischio di povertà.
Altra contraddizione, tra le più rivelanti: la perdita perdurante di capitale umano qualificato. Come si difende la libertà di muoversi garantendo, al contempo, ai giovani il diritto a restare nei propri luoghi di origine?
Nel nostro Paese troppo spesso la mobilità non è una scelta, ma una necessità dovuta all’assenza di opportunità lavorative gratificanti e adeguate alle competenze nel proprio territorio di origine. Tra i due trienni 2017-2019 e 2022-2024 le migrazioni dei 25-34enni italiani sono aumentate del 10%: nell’ultimo triennio 135mila giovani hanno lasciato il nostro Paese e 175mila il Sud per il Nord e l’estero. Si è dunque creato più lavoro ma non migliori condizioni di vita, indispensabili per scegliere di restare al Mezzogiorno. Il risultato più evidente è un sempre più preoccupante disallineamento tra l’investimento formativo, dei giovani e della scuola, e le caratteristiche dell’occupazione che gli viene offerta sul territorio. Ed è uno spreco spaventoso, anche in termini di risorse investite per la formazione. Un altro dato ne definisce i contorni: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno ha perso, in termini di investimenti, 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord.
Attorno alla cospicua dotazione di capitale umano al Sud andrebbe, invece, costruita una politica forte di attrazione degli investimenti esteri, per valorizzarla come autentico vantaggio localizzativo del Mezzogiorno. Dovrebbe diventare una sorta di nostro nuovo “patrimonio Unesco”, su cui puntare con slancio e prospettiva.
Perché i giovani siano motivati a restare, andrebbero attivate filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzata la base industriale innovativa e integrate tra loro in modo coerente formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza queste condizioni preliminari, i giovani continueranno a trovare migliori convenienze di vita e di lavoro altrove.
Dal 2027 finirà l’effetto moltiplicatore del PNRR per il Sud e tornerà ad allargarsi la forbice con il resto del Paese. Come salvaguardare, invece, l’eredità positiva legata al Piano Nazionale Ripresa e Resilienza?
Partiamo dal primo dato positivo: il Sud ha giocato la partita del PNRR al pari del resto del Paese e questo non era affatto scontato. Il Sud reagisce dunque agli investimenti, rivela di non essere un vuoto a perdere ma una realtà in cui se si investi si creano opportunità. Pensiamo alle buone performance dei Comuni alla prova del PNRR, nonostante le tante difficoltà.
Il PNRR ha indirizzato 27 miliardi di opere pubbliche al Sud. Tre cantieri su quattro sono in fase esecutiva, con il 16,2% dei progetti pronti al collaudo (25% al Centro-Nord).
Ma cosa accadrà esaurita la spinta propulsiva del PNRR? Probabilmente si innescheranno 2 effetti negativi: il mancato completamento del processo di ammodernamento previsto dal PNRR e l’arresto della crescita, con il serio rischio di tornare al tradizionale divario di sviluppo tra Nord e Sud del Paese. Si dovrebbe invece proseguire nell’eredità del PNRR non solo continuando a garantire risorse al Sud ma destinandole soprattutto alla creazione e sviluppo di infrastrutture sociali che, oltre ad avere un impatto sulla crescita, migliorano la qualità della vita delle persone.
Pasquale Saraceno, fondatore della Svimez, affermava che tra le urgenze del Mezzogiorno in cima ci fosse la necessità di accumulare capitale sociale per crescere in produttività. Ad oggi quanto siamo migliorati rispetto a questo punto dolente specifico?
Grazie al PNRR sono cresciuti i posti negli asili nido pubblici ed è parimenti aumentata la quota di alunni che frequentano scuole dotate di mensa, due indicatori fondamentali del diritto di cittadinanza all’istruzione. Lo stato di avanzamento delle opere poi fa registrare un avvicinamento nell’offerta pubblica di asili nido tra le due macro-aree. Se entro il 2026 saranno ultimati tutti i cantieri avremmo un sostanziale riequilibrio di offerta pubblica tra Nord e Sud.
In questo quadro, noi alla Svimez riteniamo che la politica di coesione possa diventare una leva industriale territoriale, io dico un bazooka di politica industriale, capace di rendere compatibile l’obiettivo della competitività con quello della convergenza territoriale andando a rafforzare al Sud settori strategici. Ne gioverebbe il Paese intero.
Per il Mezzogiorno sarebbe questa la strada da imboccare: un approccio orientato alla performance, con risorse europee integrate a quelle della politica industriale nazionale e ai driver della transizione verde e digitale, può concretamente metterci nelle condizioni di tornare a competere e a essere un luogo di elezione per i giovani.
Nel Rapporto si sottolinea anche l’importanza di valorizzare la grande impresa del Mezzogiorno. Su quali settori secondo lei sarebbe opportuno investire?
La grande impresa rappresenta il luogo in cui si fa più innovazione. I dati presentati mostrano che le grandi imprese al Mezzogiorno hanno livelli di produttività e performance di redditività assolutamente in linea con il resto del Paese e anche perché in esse è possibile attivare processi di sviluppo nei settori innovativi che poi si trasferiscono al tessuto delle medie imprese.
Dopo una lunga stagione in cui si è teorizzato che il piccolo era bello e che gli interventi in favore delle grandi imprese avrebbero spiazzato lo sviluppo locale, i dati dell’ultimo Rapporto Svimez dimostrano invece l’esatto contrario. Dobbiamo accompagnare il rafforzamento di grandi player industriali nel Mezzogiorno, alla guida delle transizioni digitale e green, una sfida enorme specie per due settori in particolare: l’automotive e l’acciaio. Il Sud, anche grazie al potenziale delle energie rinnovabili, può diventare l’avamposto giusto per l’attuazione e la sperimentazione di trasformazioni green di settori tradizionali. Occorre però un progetto di lungo periodo, il grande assente, ad esempio, nella storia recente dell’Ilva, capace di mettere in moto una nuova stagione di crescita e di trasformazione.
Qui si produce già più energia verde di quanta se ne consumi (copertura al 115,1%). L’ulteriore incremento della produzione energetica determinerà una riduzione dei prezzi energetici più marcata nelle regioni del Mezzogiorno (-20%) rispetto al resto del Paese (-14%), attraendo investimenti in settori energivori e in filiere innovative come fotovoltaico, eolico, batterie e data center. Un elemento di notevole valore per fare dello sviluppo delle rinnovabili una formidabile leva per il rilancio industriale e digitale del Sud.
La riapertura del cantiere normativo sull’autonomia differenziata nel nostro Paese non va in netto contrasto con l’idea obiettivo di un’Europa sempre più coesa e integrata? E, in più, stando anche alle risultanze operative del vostro studio, sarebbe davvero una buona mossa puntare tutto sul protagonismo delle Regioni?
L’autonomia differenziata è in totale contrapposizione con tutto lo sforzo fatto dal PNRR, perché se da un lato investiamo per creare nuove infrastrutture sociali così da erogare nuovi servizi, rilanciare l’autonomia differenziata che tende a standardizzare le differenze e a confermare la spesa storica, creerà nuovi contenitori fisici ma non le risorse per mantenerli attivi.
Una contraddizione enorme e anacronistica sia rispetto agli obiettivi di coesione del PNRR nato per ridurre i divari territoriali, migliorare i servizi essenziali e rafforzare la capacità amministrativa delle aree più fragili, soprattutto nel Mezzogiorno, sia riguardo alle sfide e alle grandi crisi che stiamo vivendo a livello globale e che richiedono politiche coordinate in cui la dimensione regionale è assolutamente insufficiente. A questo aggiungo un’altra evidenza del Rapporto: non esiste alcuna efficienza straordinaria delle Regioni. Come dicevamo, nel Mezzogiorno i cantieri PNRR per infrastrutture sociali dei Comuni sono in fase avanzata progetti per il 51,5% del valore complessivo delle risorse contro solo il 33% di quelli delle Regioni. Proseguire sulla strada dell’autonomia ci pare dunque un passo falso. Definire i Livelli essenziali delle prestazioni sociali – cioè i servizi minimi da assicurare in modo uniforme su tutto il territorio per garantire i diritti sociali fondamentali dei cittadini – finanziandoli a parità di risorse e senza stabilire nuovi criteri di riparto equivale a riproporre il criterio della spesa storica, ovvero a cristallizzare i divari di cittadinanza tra Nord e Sud.
La Legge di Bilancio 2026 ha rafforzato il credito d’imposta Zes Unica fino al 2028, con uno stanziamento complessivo di oltre 4 miliardi. Quali saranno gli effetti?
Bene che si sia passati a un finanziamento pluriannuale della misura, così da avere maggiori certezze per gli investimenti.
La Zes Unica è uno strumento potenzialmente interessante ma, posto che la semplificazione amministrativa resti per il solo Mezzogiorno – dovrebbe diventare, con l’aggiornamento del Piano strategico nel 2026, un laboratorio di integrazione tra coesione e politica industriale, incrociando filiere europee strategiche – dalla difesa all’energia, dalle tecnologie critiche agli ecosistemi produttivi emergenti. Ma l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità di indirizzare gli incentivi verso filiere coerenti con l’agenda politica industriale europea e con le potenzialità dei territori meridionali.
La parola d’ordine dovrà essere selettività.
Il momento è ora: come è possibile volgere a nostro vantaggio la fortuna di poter trasformare il Mezzogiorno d’Italia nella cerniera sostenibile tra Europa e Mediterraneo?
Il tema del Mediterraneo è spesso infarcito di vuota retorica, perché le potenzialità ventilate del Mezzogiorno non sono mai state messe a sistema in un progetto reale di valorizzazione.
Un piano che dovrebbe passare anche per un necessario rafforzamento e un migliore coordinamento delle nostre aree portuali, al momento non rilevati. Più di ogni altra fattore occorre però che il Mezzogiorno assuma rilevanza politica e per la politica: questo dipende dalle scelte europee, tenuto conto che la partita dello sviluppo si gioca, sempre più, sull’inclusione delle aree periferiche nelle filiere strategiche e negli ecosistemi industriali continentali, ma anche dalla nostra capacità di rafforzare la cooperazione europea con i paesi al nord del Mediterraneo. Per il nostro Paese si traduce in quello che dovrebbe essere oramai un punto fermo: senza il Mezzogiorno integrato nelle catene del valore europee, l’intero sistema Paese resta debole.