L’Occidente nella morsa della bassa crescita

Manca – tanto in Europa, quanto in Italia – una strategia di sviluppo di lungo periodo, che individui i settori su cui investire per restare in partita con le economie degli altri Continenti

 

Siamo  alla  fine  del  2025 e, come da rituale, proviamo ad affidarci alla statistica per raccontare quanto accaduto alla nostra economia negli ultimi dodici mesi e a immaginare come sarà il nuovo anno non solo per il nostro Paese. Al di là delle legittime differenze, le analisi sia della Svimez, sia del Censis – di cui vi offriamo un ampio resoconto – concordano su di un punto, dirimente: il mondo si è fatto complicato e, nel mentre aleggia lo spettro di una nuova grande guerra globale, l’Occidente è ostaggio assoluto di un declino che è allo stesso tempo demografico, morale ed economico.

All’interno dell’Occidente in crisi, non sta meglio il nostro Paese, strutturalmente segnato da alto debito pubblico, bassa crescita, produttività stagnante, bassi salari e fuga delle migliori competenze. Nel buio però una luce: la storica promozione dei conti pubblici italiani da parte di  Moody’s che, il mese scorso, ha alzato il rating dell’Italia a Baa2 con outlook stabile dopo ben 23 anni. Un segnale che non solo premia il miglioramento della qualità creditizia italiana, ma che ci consentirà di pagare minori interessi sul debito pubblico, di essere più attrattivi per gli investitori internazionali e, soprattutto, di avere più soldi disponibili per famiglie e imprese.

Uno spiraglio positivo in uno scenario che resta però dominato dall’incertezza, cui la politica invece di proporre «soluzioni tempestive e adattabili per rispondere a circostanze in rapida evoluzione», come ha ribadito anche l’Ocse nei giorni scorsi, risponde in modo miope, incapace di guardare oltre la gestione emergenziale e il breve termine.

Manca – tanto in Europa, quanto in Italia infatti – una strategia di crescita di lungo periodo, che individui i settori su cui investire per restare in partita con le economie degli altri Continenti che, invece, da tempo costruiscono il proprio orizzonte futuro. Se dunque è un bene aver allungato nella Legge di Bilancio – che sarà approvata a fine dicembre – da 1 a 3 anni la portata dell’iperammortamento, segnando un cambio di passo rispetto ai crediti d’imposta “Transizione 4.0” e “5.0” degli anni precedenti, così come quella del credito d’imposta per gli investimenti nella ZES Unica, restano preoccupanti le prospettive.

La Commissione europea ha tagliato ancora le stime sulla crescita italiana e certifica che, una volta esaurita la spinta del Recovery plan, come la stessa Svimez allerta – il nostro Paese tornerà fanalino di coda in Europa: nel 2026 saremo penultimi per crescita economica e, nel 2027, ultimi in UE, con una crescita del Pil reale prevista allo 0,8%.

Come ci si attrezza allora per non continuare a perdere pezzi di futuro? Le transizioni ecologica e digitale, in questo scenario, sono la strada giusta per acquisire quell’autonomia strategica di cui l’Europa ha bisogno per rilanciare la crescita e mantenere una rilevanza nello scacchiere internazionale. E potrebbero rivelarsi la chiave di volta anche per il nostro Paese. Occorre però una visione di sviluppo che contempli in modo armonico economia e cultura, mercato e tradizione, tecnologia e valori umani. Senza, anche i più resistenti ottimisti dovranno arrendersi a un futuro più fragile per l’Italia e per l’Europa.

Tra le priorità da affrontare, in cima svetta ancora una volta l’incapacità di valorizzare conoscenza e competenze, uno dei tratti più profondi del declino italiano e, secondo l’Ocse, tra le sfide del secolo anche per l’Europa, indispensabile per rilanciare “la crescita economica, l’innovazione e la distribuzione dei benefici”.

Impietosa l’istantanea della Svimez al riguardo; il Sud forma competenze che alimentano crescita e innovazione altrove: in 25 anni sono stati investiti 132 miliardi per formare laureati che hanno poi dovuto lasciare i luoghi di origine in cerca di un’occupazione. Non possiamo più permettere che accada.

Senza un percorso di rafforzamento graduale della capacità produttiva del Paese da un lato e senza riforme profonde su produttività, mercato unico e mercati dei capitali come suggerito da Draghi e Letta in Europa, la crescita italiana e quella europea rischiano di restare modeste, per non dire mediocri, ancora a lungo.