SUD, LA FUGA DELLE LAUREATE E L’ADDIO ALLE ASPIRAZIONI: UN CONTO DA 7 MILIARDI L’ANNO

Dalla discriminazione nelle carriere STEM al welfare dei “nonni con la valigia”. Le analisi di SVIMEZ e Save the Children rivelano un Mezzogiorno che esporta competenze e capitale sociale, spegnendo le speranze dei giovanissimi ancor prima del loro ingresso nel mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Serenella Caravella, ricercatrice Svimez

L’ultimo report Svimez evidenzia che dal 2002 al 2024 quasi 350.000 laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno. In particolare, il fenomeno migratorio è – negli ultimi anni – fortemente a trazione femminile, con 195.000 donne laureate emigrate dal Sud al Centro-Nord. Quali sono i fattori strutturali che rendono l’emigrazione una scelta quasi obbligata per le giovani donne qualificate del Sud? Esiste una motivazione “donna” a suo parere?

Esiste più di una motivazione “donna” o, detto altrimenti, ci sono diversi fattori che, nelle scelte migratorie, condizionano molto più le donne degli uomini. In generale dobbiamo riflettere sul fatto che l’impostazione tradizionale della nostra società, ancora fortemente incardinata su stereotipi di genere che relegano l’immaginario femminile all’interno di determinate mansioni e ruoli, si sta progressivamente scontrando con le aspirazioni delle nuove generazioni. Dalle millennial in poi, è già maturo un processo di consapevolezza sulle potenzialità e sulle qualità del “nuovo femminile” che si va a sovrascrivere al vecchio immaginario, assumendo un carattere di “riscatto” non solo generazionale, ma anche professionale e personale. Un processo che però, a livello collettivo, si trova ad uno stadio ancora embrionale, specialmente nelle aree del nostro Mezzogiorno, in cui la discrasia tra le “vecchie” aspettative sulle donne e le “nuove” aspirazioni delle donne incide fortemente sulle scelte di vita, e sulle decisioni migratorie.

Dicevamo che ad andare via sono soprattutto le laureate: la quota tra le migranti meridionali è passata dal 22% a quasi il 70% nel 2024. È possibile dunque tracciare oggi un identikit dell’emigrante differente dal passato?

Nell’ultimo report SVIMEZ spieghiamo come «ad oggi, le donne partano in cerca di uno sbocco professionale che valorizzi, anche a livello retributivo, le loro competenze, mentre in passato si spostavano principalmente a seguito di genitori o mariti». Significa che il fatto stesso di possedere titoli e competenze avanzate non assicura loro lo stesso futuro professionale degli uomini. Questo ragionamento assume maggiore fondatezza per il caso meridionale. In primo luogo, c’è un tema di domanda di lavoro: l’economia meridionale, anche in questa eccezionale stagione di crescita, continua ad espandersi in settori a bassa produttività (es. turismo e costruzioni) in cui la richiesta di competenze specializzate e qualificate rimane relativamente scarsa. Inoltre, laddove richiesti, questi profili professionali tendono ad essere assorbiti in maniera predominante dalla componente maschile, nonostante non ci sia un uguale divario di genere nei percorsi formativi. Il caso STEM è lampante: in tutte le regioni italiane, la percentuale femminile nei corsi universitari STEM supera il 40%, tra i valori più alti in Europa, eppure le posizioni STEM aperte dalle imprese meridionali, specialmente nei profili associati al mondo digitale e informatico, sono appannaggio quasi esclusivo degli uomini. Questa evidenza dimostra che la scarsità di domanda si traduce in una corsia preferenziale per il genere maschile perché, tra gli altri fattori, queste aree sono più vulnerabili anche sotto il profilo sociale. Ciò riguarda in primo luogo l’offerta e la qualità dei servizi di cura e conciliazione famiglia-lavoro, attività che, come detto in principio, continuano a ricadere in maniera preponderante sulle donne. L’effetto è duplice. Oltre a disincentivare la partecipazione al mercato del lavoro per le donne che restano in loco, soprattutto se madri (ricordiamo che il tasso di occupazione femminile al Mezzogiorno è fermo al 36,9%, quasi la metà del Nord dove raggiunge il 62,4%), vengono condizionate anche le aspirazioni delle giovani meridionali che, ancora prima di “sistemarsi” sotto il profilo familiare, cercano realizzazione e autonomia nell’ambito lavorativo, spostandosi altrove per cercare un impiego che ne valorizzi pienamente il potenziale.

Questo fenomeno ha implicazioni dirette sul costo annuo dell’investimento formativo disperso, stimato dalla Svimez in 6,8 miliardi di euro per il Mezzogiorno. Oltre al calcolo economico, come incide la migrazione di intere famiglie sul capitale sociale e sul tessuto comunitario delle regioni del Sud?

È un effetto di impoverimento complessivo che ambia gli equilibri e le proporzioni della società, ridefinendo l’intera piramide sociale. Con le partenze della parte più giovane e dinamica della società, le aree di svuotano di dinamismo, innovazione, idee, futuro, progettualità e, nuovamente, vorrei tornare sul tema importante delle aspirazioni. Perché un effetto progressivo di spopolamento si riversa anche ui progetti dei giovanissimi, che crescono maturando sia da piccoli una disaffezione “innaturale” verso il proprio luogo di nascita. Già in età adolescente sono consapevoli che per potersi realizzare dovranno emigrare. Save the Children ci dice che oltre quasi il 40% degli adolescenti del Mezzogiorno immagina un futuro lontano da casa, a questo si aggiunge un dato ancora più allarmante: questa consapevolezza interessa quasi un adolescente su due tra coloro che hanno background migratorio.

Oltre alla “fuga di cervelli”, il report introduce il fenomeno in crescita dei “nonni con la valigia”: anziani che, pur mantenendo la residenza al Sud, si trasferiscono temporaneamente al Centro-Nord per supportare figli e nipoti emigrati. Quali sono le cifre e che tipo di fragilità sociali e infrastrutturali del Mezzogiorno vengono messe in luce da questa dinamica familiare “a fisarmonica”?

Stimiamo che quasi 300mila over75 attualmente hanno lasciato il Mezzogiorno per vivere temporaneamente, ma c’è anche chi lo fa stabilmente, al Centro-Nord: si tratta di quasi il 10% della popolazione ultrasettantacinquenne residente al Sud. Ancora più chiaramente significa che 1 giovane laureato su 4, tra coloro che da Sud emigrano al Nord, porta con sé almeno un genitore. Li abbiamo quindi chiamati “nonni” per evidenziare, da un lato quanto il loro sostegno sia una forma di “welfare” familiare che consente ai propri figli, diventati a loro volta genitori, di bilanciare vita lavorativa e familiare. Da un’altra prospettiva, questa forma di ricongiungimento familiare consente agli anziani di avere a loro volta supporto dai figli per fare fronte alle difficoltà fisiologiche che affiorano con l’avanzare degli anni, un supporto che sarebbe loro negato se fossero rimasti a vivere in solitudine nel Mezzogiorno. Ultima osservazione: spostandosi, questi nonni possono beneficiare di un’offerta di servizi sanitari qualitativamente migliore di quella che avrebbero ricevuto al Sud, dove ricordiamo, i sistemi sanitari continuano a soffrire di una carenza strutturale di risorse, finanziarie e umane, che non consente di garantire un livello quantitativamente e qualitativamente sufficiente di servizi di assistenza e di cura. Ma ci sono anche altri tipi di servizi, ricreativi, e culturali, verde pubblico, di cui i nonni del Sud riescono a godere migrando al Centro-Nord. Sono condizioni che fanno la differenza nella qualità della vita degli anziani.

Considerando che la Svimez da quasi 80 anni studia le trasformazioni economiche e sociali del Mezzogiorno, quali sono, a suo avviso, le tre azioni prioritarie e non più procrastinabili che il Governo dovrebbe implementare nell’immediato futuro per invertire questi trend demografici e sociali negativi?

Partire dai giovani, metterli al centro di una programmazione di lungo periodo che investe sul futuro per cambiare il futuro. Da troppo tempo assistiamo a crescenti forme di discriminazione intergenerazionale che penalizzano i giovani, sul mercato del lavoro in primo luogo. È bene ricordare come in Italia le retribuzioni dei giovani laureati siano sensibilmente più basse rispetto alla media europea, con un differenziale negativo di quasi 600 euro netti mensili. A questo gap si aggiungono i divari territoriali: al Sud un laureato può guadagnare oltre 800 euro mensili netti in meno rispetto a un laureato expat, e se è donna il differenziale negativo si avvicina ai 900 euro. Seconda linea di intervento: i territori. Non è solo un divario macro-territoriale, Nord-Sud quello che caratterizza il nostro Paese, ma c’è un tema centro-periferia, un’emergenza aree interne. Il rischio spopolamento interessa soprattutto queste ultime, si estende alle periferie, si acuisce nelle Isole. Occorre prendere atto che tutti i territori hanno il medesimo valore, ma su quelli più fragili e marginali bisogna investire in maniera più massiccia. Una linea di intervento utile a tenere insieme il Paese passa sicuramente per la riscoperta e valorizzazione delle città medie: anelli di connessione tra grandi e piccoli centri che oltre a decongestionare le metropoli consentirebbero, allo stesso tempo, di mantenere in vita le aree più periferiche, offrendo tutti quei servizi (sociali, sanitari e ambientali) che restituiscono attrattività anche alle realtà più piccole e marginali. Infine, bisogna investire sulla connettività, materiale e immateriale. Avvicinare i territori con infrastrutture di trasporto, sociali, e di assistenza è una scelta di coesione che consente di restituire dignità ed eguali prospettive di sviluppo a tutte le aeree, e pone le condizioni necessarie affinché quella di emigrare non sia più una costrizione ma, piuttosto, una scelta volontaria.