
Il 59esimo Rapporto Censis dipinge la nostra società come preda di pulsioni profonde che travalicano la razionalità economica. Nonostante a dominare il corso degli eventi siano paure ancestrali, il popolo italiano ancora resiste e non cede all’imperante retorica dell’apocalisse
Il Censis nel suo ultimo Rapporto sulla società italiana al 2025 definisce il momento storico attuale come «l’età selvaggia». Cosa racchiude questa suggestione?
È la cornice in cui collochiamo la nostra analisi sulla situazione sociale del Paese. Quella che stiamo vivendo è un’età del ferro e del fuoco, di predatori e di prede. Nel grande gioco politico, ormai, vincono la forza e l’aggressività, non il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Proprio la mattina del 5 dicembre scorso, quando abbiamo presentato il rapporto, sono state pronunciate le “ultime” parole contundenti dal presidente Trump – «L’Europa rischia la cancellazione», ndr – che prefigurano la fine della civiltà europea. Ecco, l’età selvaggia è l’esatto contrario dell’età civile.
I modelli economici e di vita occidentali hanno smesso di essere un riferimento?
Sicuramente ci siamo risvegliati dall’illusione che il destino dell’Occidente fosse di “farsi mondo”. Anzi, oggi abbiamo un Occidente diviso, in crisi di identità e in declino. La percezione è che la storia, per quanto ci riguarda, non sia più guidata dalle leggi del progresso.
Si ha la sensazione che il progresso appartenga solo a paesi entrati di recente sullo scenario internazionale, come la Cina e l’India. Un problema di certo non marginale perché nel momento in cui smettiamo di avere fiducia nel fatto che la storia sia guidata da un progresso razionale, quali forze entrano in gioco?
Tornano i miti per dare un senso al mondo.
Pensi al rinnovato mito della frontiera trumpiana, quando parla del Canada come cinquantunesimo stato a stelle e strisce, alle mire espansionistiche sul canale di Panama o sulla Groenlandia, o alla volontà di cambiare il nome sulle carte geografiche per cui il Golfo del Messico dovrebbe chiamarsi Golfo d’America, o addirittura l’idea di una futura colonizzazione di Marte.
Oppure, pensi al mito di un presunto destino egemonico del popolo russo con cui il nazionalismo imperialista putiniano giustifica una guerra sanguinaria ai danni dell’Ucraina.
Il motore della storia non è la pura razionalità economica – paradigma della globalizzazione negli ultimi trent’anni – ma antiche tensioni, ataviche pulsioni antropologiche, con la nostra Europa – costruita su libera concorrenza e moneta unica, senza però una Costituzione univoca a fissarne valori e principi – che stenta a riconoscersi, a trovare una nuova dimensione.
Passando al nostro Paese, un dato su tutti cristallizza la fragilità dell’economia italiana: spendiamo più per interessi che per investimenti.
Tutte le economie occidentali, in particolare quelle europee, sono contraddistinte da una crescita vertiginosa di quello che abbiamo chiamato il grande debito. Il rapporto debito pubblico/PIL dagli anni 2000, in Francia è raddoppiato, nel Regno Unito è triplicato.
Non è un problema dunque solo italiano. Gli interessi pagati sul debito nel nostro Paese – maggiori dell’intero ammontare degli investimenti pubblici – superano ad esempio di più di dieci volte la spesa per la protezione dell’ambiente.
In prospettiva, è chiaro che a risentirne sarà anche la spesa sociale, che – sommata all’invecchiamento della popolazione, accompagnato una crescita della domanda di prestazioni sanitarie – restituirà un sicuro ridimensionamento del sistema di welfare.
Anno dopo anno, l’inverno demografico nel nostro Paese sta trasformando anche la fisionomia del mercato del lavoro, via via sempre più senile. Quali le cifre del fenomeno?
La radicale transizione che stiamo attraversando sta cambiando anche il volto all’occupazione. Le variazioni positive del mercato del lavoro, nei primi dieci mesi del 2025, hanno riguardato esclusivamente le persone dai 50 anni in su. Nonostante il numero record di occupati – più di 24 milioni circa – sono diminuiti gli occupati tra i giovani con meno di 35 anni. Non solo. Ad essere calati sono anche i disoccupati e gli inattivi, ovvero persone che non hanno un lavoro ma neanche lo cercano.
Il lavoro, dunque, non è più visto come la dimensione minima attraverso cui accrescere la propria prosperità economica e migliorare il proprio posizionamento sociale. Una sfiducia spiegata dalle cifre: se confrontiamo i dati del 2024 con quelli del 2007 – l’anno precedente la grande crisi economica, finanziaria e internazionale – notiamo come il valore medio reale delle retribuzioni in Italia risulti dell’8,7% più basso. Il lavoro si è così svalorizzato, proprio a causa della lunga depressione della domanda interna, di consumi e investimenti che trova il suo riscontro in una profonda stagnazione del valore reale delle retribuzioni.
Nel Rapporto si legge che viviamo un lungo autunno industriale, con tanti comparti produttivi in calo, fatta eccezione per quello della fabbricazione armi. Che inverno è lecito dunque attendersi?
Questa è l’altra grande preoccupazione emersa dal nostro Rapporto. Stiamo vivendo questo lungo autunno industriale che rischia di scivolare un gelido inverno della deindustrializzazione. Dal 2023 ai primi 9 mesi del 2025, la produzione industriale è caratterizzata dal segno meno; un problema che riguarda l’Italia, seconda manifattura d’Europa, ma anche la Germania. La crescita al lumicino preoccupa anche per le implicazioni sociali, basti guardare ad esempio a cosa è accaduto al di là dell’Atlantico, nel Midwest americano, in quella che loro chiamano la rust belt, la cintura della ruggine: quei territori che hanno vissuto negli anni passati una profonda deindustrializzazione si sono spopolati diventando la fucina del trumpismo.
Delusione e frustrazione – lo dicono i fatti – determinano inevitabilmente una torsione della domanda politica come quella che sta avvenendo, da mesi, negli Stati Uniti. A queste spinte contrarie, come stiamo reagendo? Siamo ancora tramortiti, spaventati, sonnambuli come qualche anno fa o siamo diventati sostenitori affascinati di egoismi personali e nazionali?
Da una parte siamo consapevoli delle minacce incombenti, soprattutto quelle che minano la tenuta del ceto medio, forza di coesione sociale anche del nostro Paese, cui 3 italiani su 10, risponderebbero affidandosi ad autocrazie e non più a democrazie liberali come la nostra, più adatte allo spirito dei tempi; dall’altra complice la debolezza dell’Europa, per cui 6 italiani su 10 la ritengono marginale nello scacchiere della competizione – per 4 italiani su 10 le tensioni tra le grandi potenze del mondo potranno risolversi solo mediante conflitti armati, che fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale. A fare da sfondo gli allarmi quotidiani dei leader europei che profetizzano l’apocalisse, guerre imminenti con la Russia, perdita di competenza del Continente, collasso climatico; non soluzioni ma richiami ansiogeni che però non destabilizzano il popolo italiano che resiste e si adatta, senza cedere del tutto a tensioni di radicalizzazione.
Lei ha concluso la presentazione con un messaggio di speranza. In cosa credono ancora gli italiani? Cosa li spinge a nutrire fiducia?
Ho concluso la presentazione ricordando una delle lezioni più alte dell’Iliade, il poema omerico all’origine della cultura occidentale. In questa età selvaggia, in cui abbiamo smarrito la fiducia nel progresso razionale, dovremmo tornare a focalizzarci su caratteri umani come compassione e pietà alla stregua di Achille. L’eroe greco, pur vittorioso, si lascia commuovere dalle lacrime di Priamo, acconsentendo così a restituirgli il corpo del figlio Ettore per dargli giusta sepoltura. Attraverso questo incontro, Omero ci conduce oltre la brutalità della guerra, mostrando come il dolore condiviso possa avvicinare anche gli avversari più irriducibili. Il monito è allora quello di riscoprire la nostra capacità empatica di provare pietas, perché è quello che, in fondo, ci rende veramente umani.