Visentini: «La collaborazione crea un’economia e una società sana»

LUCA VISENTINIPer il Segretario Confederale della Confederazione Europea dei Sindacati, senza investimenti l’Italia non sarà in grado di creare posti di lavoro

 

Dottor Visentini, in tema lavoro condivide la direzione intrapresa dal Governo Renzi? Quali provvedimenti sono secondo lei di più immediato riscontro? Quali, invece, non la convincono?

Le misure messe in campo dal Governo si basano purtroppo su un’illusione: che attraverso le cosiddette riforme strutturali si possano creare nuovi posti di lavoro. Questo non è vero in generale, lo è ancora meno in un momento di crisi strutturale e deflazione come quello che stiamo attraversando. Non è stato vero neppure in Germania, paese che per primo ha messo in atto riforme simili, o addirittura più “estreme”, una dozzina di anni fa. Il risultato è stato che si sono generati 7,5 milioni di lavori in più, i cosiddetti mini-jobs, ma tutti quei lavoratori (e soprattutto lavoratrici) sono assistiti dallo Stato per uscire dalla soglia di povertà: non una sola ora di lavoro in più è stata creata in Germania rispetto a prima delle riforme. La verità è che senza investimenti per la crescita, per l’innovazione, la ricerca, l’istruzione, senza un adeguato sostegno ai salari, alla produttività, alla domanda interna, anche l’Italia non sarà in grado di creare veri posti di lavoro. La flex-security lanciata anni fa in Danimarca funziona solo con investimenti ingenti e in un contesto di crescita economica; oggi anche lì questo modello mostra la corda. Sul versante degli investimenti ci saremmo aspettati molto di più da parte del Governo italiano. Un’alleanza europea contro l’austerità cieca e per la crescita era stato l’annuncio più condivisibile di Renzi al principio del suo mandato. Ma il premier non ha saputo creare le opportune alleanze, né negoziare con continuità, e l’Italia è stata costretta a passare dall’attacco all’autodifesa, giocandosi la Presidenza di turno in un gioco tattico senza risultati di alto profilo. Detto questo, ci sono anche elementi positivi nei provvedimenti in discussione in questi giorni: il contratto a tutele crescenti, alcuni incentivi alle assunzioni (non straordinari a dire il vero), la copertura degli ammortizzatori sociali (che speriamo diventino universali), gli 80 euro riconfermati. Ma che ne è dell’apprendistato, del sostegno alla contrattazione di secondo livello, dell’incontro domanda-offerta, della formazione continua? Tutti questi fattori, che l’Europa considera strategici, sono assenti dal dibattito italiano, se non addirittura penalizzati dai provvedimenti del Governo.

 

Attualmente c’è molto clamore intorno all’articolo 18. Ma secondo lei è il problema più grave per le imprese italiane?

Come ripetuto da molti economisti e osservatori politici, purtroppo inascoltati, non è con le regole che si crea lavoro. Le imprese che sono in grado di assumere, lo fanno con o senza articolo 18; quelle che sono in difficoltà, non assumeranno di certo perché gli viene tolto. Da tutte le indagini si evince che le esigenze delle imprese sono altre: il peso della burocrazia, la difficoltà di accesso al credito, la carenza di personale specializzato e quelli che in inglese si chiamano skills mismatches. E allora perché questa battaglia ideologica da parte del Governo? A che logica risponde, di chi fa gli interessi il premier con questa impuntatura? La sensazione è che questa campagna sia stata lanciata principalmente per colpire il dialogo sociale e la contrattazione collettiva, le parti sociali e soprattutto il sindacato. I leader social-liberisti in Europa non sono nuovi a questi attacchi, Blair e Schroeder in primis, cui Renzi si ispira, li avevano realizzati prima di lui. Ma quali sono stati i risultati? Relazioni industriali distrutte, mercato del lavoro frammentato, diseguaglianze intollerabili, emarginazione delle piccole e medie imprese, competizione sul costo del lavoro invece che sulla qualità, finanziarizzazione e terziarizzazione dell’economia a discapito di interi settori produttivi. Il 54% delle imprese tedesche sono ormai fuori dalla locale Confindustria, i lavoratori di Volkswagen guadagnano 35 euro all’ora e quelli dell’indotto 5, ma senza apprezzabili differenze di produttività tra le due categorie. Con il risultato che la signora Merkel è stata costretta a introdurre il salario minimo legale per aggredire la deflazione. Non è questo il modello economico cui vorremmo si ispirasse l’Europa. Ci piacerebbe che il Governo approfondisse piuttosto l’esperienza scandinava o austriaca, molto più simili alla nostra di quanto si pensi. Lì parti sociali forti e collaborative contribuiscono a creare un’economia forte e una società coesa. Ma queste sono questioni complesse che vanno ben al di là dell’ideologia. Per comprenderle ci vogliono competenza e capacità di ascolto, non annunci mutevoli e slogan fuorvianti.

 

Negli altri Stati europei che ruolo ricoprono i Sindacati?

Ci sono ovviamente esperienze diversissime tra loro. Grandi difficoltà vediamo nei paesi dell’Est, ma anche in quelli maggiormente colpiti dalla crisi, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, gli stati Baltici. Dall’altra parte ci sono invece organizzazioni molto forti, con relazioni sindacali strutturate, come nei paesi scandinavi, in Austria appunto, in Belgio, in parte anche in Francia e in Italia. Alcune di queste organizzazioni, quelle che in questi anni non hanno particolarmente patito gli attacchi dell’austerità e le cosiddette “riforme strutturali”, sono molto gelose della propria autonomia e del proprio ruolo, e non molto disposte alla solidarietà verso gli altri (anche se per fortuna le cose stanno cambiando). Il primo gruppo ha invece un grande bisogno di aiuto da parte della Confederazione Europea. Nel mezzo ci sono tutti gli altri, che tentano di difendere il loro modello di relazioni e di rappresentanza dal morso della crisi. Anche grandi organizzazioni come quelle italiane, inglesi e tedesche rientrano in questa categoria. Quello che abbiamo potuto vedere in questi anni è che a forti organizzazioni sindacali corrispondono di solito forti associazioni degli imprenditori, e dove il dialogo sociale e la contrattazione sono più avanzati l’economia va meglio o è più veloce a risollevarsi. È per questa ragione che noi, come Confederazione Europea, facciamo tutto quello che è in nostro potere per sostenere i nostri affiliati nei paesi in maggiore difficoltà, per favorire lo scambio di buone prassi, per rafforzare il nostro coordinamento interno e le nostre strategie a livello europeo. E in alcuni campi questi sforzi sono comuni con gli imprenditori. Si pensi ai fondi strutturali, alla formazione, alla partecipazione nei luoghi di lavoro, solo per fare alcuni esempi.

 

Tre aggettivi per descrivere il Sindacato italiano e altrettante tre proposte per migliorarlo.

Per descriverlo userei gli aggettivi radicato, plurale e negoziatore. In queste parole ci sono la forza e i limiti del sindacato italiano. Radicato vuol dire con profonde radici e tradizione, e con ampia rappresentatività. Ma significa anche che ha bisogno di guardare al futuro, di svecchiare i propri gruppi dirigenti, di allargare la propria base al precariato, al lavoro autonomo non tutelato, ai settori del mondo del lavoro che non hanno rappresentanza. Plurale indica le diverse culture da cui è nato, che ne costituiscono la ricchezza storica e politica, ma che sono anche l’ostacolo ad una azione più unitaria e meno frammentaria. E infine negoziatore, evidenzia il fatto che il sindacato italiano ha avuto sempre un approccio concreto ai problemi, pur nelle differenze di linea tra le varie confederazioni, privilegiando l’azione contrattuale, sia nel confronto con le imprese che con le istituzioni. Oggi questa funzione è sotto attacco e il sindacato deve dimostrare di saperla rilanciare senza chiudersi sulla difensiva. In questo senso, se vuole rafforzare il proprio ruolo, deve avere la capacità di guardare di più all’Europa e pensare le proprie strategie in un’ottica europea. Questa è una sfida che riguarda tutti in Italia, comprese le istituzioni e gli altri corpi intermedi della società.

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