Viesti: «I Fondi UE devono rientrare in un piano politico più ampio»

GIANFRANCO VIESTI

Per l’economista Gianfranco Viesti «se le risorse europee sono altro rispetto alle politiche ordinarie funzionano davvero poco». Il suggerimento dell’esperto è di ridisegnare le competenze fra Stato e Regioni perchè attualmente c’è troppa confusione su ruoli e compiti

Professore, Confindustria da tempo sostiene che senza industria l’Italia non può ripartire e che, quindi, è ormai necessario il rilancio del settore manifatturiero. Ma quali sono le politiche e gli strumenti da mettere in campo? Lo Stato cosa deve fare?

Lo Stato può e deve fare molto. È importante però fissare un obiettivo e di rimando una strategia in base alla quale mettere in campo di volta in volta gli strumenti più adatti a svilupparla. A mio avviso una buona politica industriale è capace di generare un sistema di imprese più forte, con un numero maggiore di laureati al suo interno, che innova di più e che esporta di più. Se questo è l’obiettivo, non resta che costruire la mappa di strumenti di intervento più consona a raggiungerlo.

 

Come si possono riportare in Italia gli investitori esteri?

L’attrattività del Paese è senz’altro uno dei temi propri della poltica industriale, perché un sistema di imprese italiane non significa necessariamente di proprietà italiana, ma che ha sede, produce e fa ricerca nel nostro Paese. Come accade, quindi, nel resto del mondo bisogna dare spazio a politiche intelligenti di relazione con le multinazionali. Di qui derivano a cascata due osservazioni: la prima è che tutti i Paesi del mondo adottano strumenti negoziali, tipo i nostri vecchi contratti di programma per cui anche il nostro dovrebbe conformarsi; la seconda osservazione invece riguarda la tipologia di investitori che, ovviamente, non sono tutti uguali. Andrebbero infatti sostenuti con maggiore slancio e forza quelli che hanno un maggior impatto in termini di occupazione diretta qualificata. Bene infatti accompagnare chi nel nostro Paese ha un impianto ad alta intensità di capitale, ma merita maggiori incentivi quella impresa estera che assume – ad esempio – 1000 ingegneri. A questo tipo multinazionali vanno riservati ponti d’oro.

 

Tra le misure di politica industriale riuscite lei spesso cita la legge Sabatini. È l’unico esempio positivo?

La storia di politica industriale degli ultimi 15 anni non è stata scritta compiutamente. È innegabile ci sia stato un fenomeno di abbandono e ridotto interesse specie nel Mezzogiorno, ma non è veritiero dire che si deve oggi ripartire da zero perché esistono strumenti che meritano di essere rivalutati e rilanciati. Penso ad esempio ai distretti tecnologi, agli incentivi per ricerca nelle imprese. Ciò che però fa la differenza è che, al di là della natura dei singoli strumenti, questi siano uniti da una visione politica lungimirante e chiara.Le imprese però spesso ritengono preferibile il meccanismo automatico.Il meccanismo, prima ancora che automatico, deve essere comprensibile e semplice, così come chiaro l’obiettivo. Poi alcune cose è più giusto siano realizzate ricorrendo ad automatismi, altre necessariamente hanno bisogno di essere valutate. La variabile determinante è poi il tempo, anche quando si mettono in campo strumenti leggeri, a sportello. Non basta il tempo di un click, non si può ragionare a “giornate”. Perché si ottengano risultati reali e duraturi occorre respiro.Una politica industriale efficace si snoda lungo un percorso nel quel si mettono in campo strumenti che devono per rimanere in piedi il tempo necessario perché le imprese hanno bisogno di un orizzonte certo. Molte misure danno scarsi risultati proprio perché hanno vita breve.

 

Che ruolo può svolgere per riannodare le fila dello sviluppo la Cassa Depositi e Prestiti?

Già ne svolge uno importante sia attraverso il Fondo strategico, sia mediante il Fondo Italiano di Investimenti. Rispetto a questo tema però dovremmo seguire la lezione di altri Paesi dove istituzioni come la nostra Cassa – ad esempio in Germania – si occupano al contempo di infrastrutture e di innovazione. Forse varrebbe la pena pensare a fare lo stesso pure da noi, utilizzando al massimo un agente dal così alto valore tecnico.

 

I Fondi europei che peso possono avere in una costituenda efficace politica industriale?

Le risorse europee devono essere una parte – magari cospicua – di un discorso più ampio e ragionato. Se sono altro rispetto alle politiche ordinarie, funzionano davvero poco, se invece nel Mezzogiorno vengono utilizzati come sostegno a piani razionali possono rivelarsi un’ottima carta da giocare. Vanno però senz’altro ridisegnate le competenze fra Stato e Regioni, perché attualmente c’è troppa confusione su ruoli e compiti. Lo Stato si è ritirato e le Regioni fanno un po’ di tutto. Così proprio non va.

 

In tema lavoro la direzione intrapresa dal Governo la convince?

Non sono d’accordo sull’approccio perché ritengo che la priorità resti un intervento forte sui terreni della dimensione di impresa, dell’innovazione e dell’internazionalizzazione. Ridurre il costo del lavoro, specie al Sud, è un buon segnale ma non risolutivo. Le imprese non si salvano se il loro prodotto costa meno, ma se è buono e nuovo. La riforma del mercato del lavoro sa molto di politica e non di politica economica. Che bisogna lavorare sulla flessibilità va bene, ma senza esagerare perché si rischia l’effetto contrario: dice bene la Banca d’Italia quando chiede che si trovi il giusto punto di equilibrio tra sicurezza e flessibilità perché una impresa in cui il personale ruota continuamente non potrà mai essere realmente innovativa ma il contrario. Ciò che occorre è un’iniezione di serietà nel e per il nostro Paese.Non possiamo inventarcela dall’oggi al domani, ma una strada nazionale per tornare a essere un Paese competitivo va costruita e condivisa. Non possiamo aspettare oltre.

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