Viaggio al termine della parola

Viaggio al termine della parolaOrganizzata negli spazi della Galleria Tiziana Di Caro a Salerno (17 maggio/1 agosto 2014) la mostra ha come filo conduttore lo sconfinamento, la combinazione, la pluralità, la scelta multidisciplinare, l’invasione, la contaminazione, lo scavo nel sottosuolo del linguaggio, tra scrittura e formule espressive del contemporaneo

 

Una interazione tra arte e letteratura, un confronto continuo tra due sistemi simbolici, tra segno e scrittura, tra le particolarità grafiche della parola e le trame di un paesaggio iconico in continuo divenire. Ma anche una serie di preziose corrispondenze biunivoche che intrecciano l’aspetto verbale e quello figurale all’interno di un programma in cui le esperienze sinestetiche pongono l’immagine come parola e, viceversa, la parola come immagine.

 Nell’ottica di una rassegna su un ambiente estetico che muove dal vocabolo per volgere lo sguardo al di là dei recinti del linguaggio poetico, il Viaggio al termine della parola organizzato negli spazi della Galleria Tiziana Di Caro (17 maggio/1 agosto 2014) si pone come un collegamento, come un ponte tra immagine e concento determinato dalla scelta di associare all’interno di uno stesso discorso la visualizzazione della parola e la trasparenza (o la pastosità) del segno.

Tema e filo conduttore della mostra è, difatti, lo sconfinamento, la combinazione, la pluralità, la scelta multidisciplinare, l’invasione, la contaminazione, lo scavo nel sottosuolo del linguaggio, tra scrittura e formule espressive del contemporaneo.

L’arte è una parola ha suggerito Ben Vautier in un lavoro (in un aforisma impresso con un acrilico color giallo limone su una piccola tela nera) del 2007. Una parola che sconfina appunto, che si aggrappa a se stessa e si apre ad una pluralità linguistica di natura «transemiotica».
La mostra pone l’accento, così, su un clima culturale che accorcia le distanze tra codici differenti per porsi al limite, sulla soglia dell’arte, sul precipizio di una parola che si fa spazio totale e investe, con la sua leggerezza sonora e grafica, i vari brani della creatività. Fino a evidenziare una compenetrazione tra parlare e scrivere che «non si ferma di fronte ai confini artificiali» ma «supera agevolmente i vari limiti grafici di scrittura, non arretra cioè di fronte al compito di snocciolare l’atto di scrittura davanti agli occhi di tutti, passando disinvoltamente dalla tipografia alla chirografia (all’oralità)».

Attraverso otto voci (Tomaso Binga, Maria Adele Del Vecchio, Adelita Husni-Bey, Maria Lai, Magdalo Mussio, Damir Očko, Lamberto Pignotti e Lina Selander) che si appropriano di strumenti transemiotici e guardano da un’altezza nuova i venti dell’avanguardia storica, Viaggio al termine della parola propone una doppia scena, un doppio disegno atmosferico che parte dalla seconda degli anni Cinquanta del Novecento e arriva al secondo decennio del XXI secolo per mostrare alcune continuità (e alcune discontinuità) riflessive sull’autonomia del rapporto che intercorre tra le ampie parabole dello spazio figurale (quello del gesto, del segno) e la dimensione fonocentrica. Si tratta di un doppio raggio d’azione che non solo vuole promuovere recuperi e riscatti, o segnalare «lo strenuo sforzo di concentrazione compiuto dalle parole per aderire alle immagini», ma anche, e soprattutto, viaggiare oltre la soglia della letteratura, tra gli archetipi imminenti del silenzio poetico.

Caratterizzato da alcuni nomi storici della poesia visiva e del processo di desemantizzazione analitica della parola, il primo momento della mostra propone, attraverso il dattilocodice di Tomaso Binga, il libro cucito di Maria Lai, la sovrascrittura tipografica di Magdalo Mussio e la vivace transmedialità di Lamberto Pignotti, quattro punti cardinali di un fascicolo estetico che attraversa le esperienze verbovisive riprese attorno alla seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento.

Quasi a censire un orizzonte riflessivo che muove dal legame osmotico con «i prodotti dei mass media (giornali, rotocalchi, pubblicità, ecc.)», con le diverse espressioni dell’aspetto iconico che dominano «quello grafico-tipografico» e con una dimensione dell’arte come scrittura «che si accampa nello spazio plastico-figurale seguendo anche un altro cammino, che scende al di sotto della linea della comunicazione, spostandosi da uno spazio post-linguistico ad uno spazio pre-linguistico», le quattro proairesi – tra collage, scrittura manuale, utilizzo della macchina da scrivere, della tipografia, del fumetto, della trasmissione televisiva, del cinema e, in genere, dei vari mezzi di comunicazione di massa – costituiscono il nucleo luminoso di un piano polisemico e (in molti casi) sinestèṡico, di un’avventura culturale unica e preziosa.

 
Accanto a questa campionatura che mostra appunto quattro piste ben precise, quattro capitribù, quattro luci che operano interartisticamente, i nomi di Maria Adele Del Vecchio, Adelita Husni-Bey, Damir Očko e Lina Selander, rappresentano una seconda fase caratterizzata da temperature creative contemporanee che giocano, oggi, con una doppia genesi dell’arte, con una «mancanza del concetto della divisione» (Brandi) o, lo ha suggerito Filiberto Menna lettore di Lyotard, con lo spazio specifico del testo e quello della figura. Ma anche, e soprattutto, con una potente interazione plusverbale che dimostra come al tempo d’oggi alcuni brani dell’arte si muovano ancora (con tecniche e materiali differenti) tra le eterogeneità della comunicazione planetaria e continuino a sviluppare un instancabile, massiccio, elegante lavoro di convergenza interdisciplinare.

 

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