Urban restyling per le aree industriali dismesse: il buon esempio del MAST

NICOLA PELLEGRINO WEB copyIl progetto è stato voluto per integrare l’impresa come sistema aperto all’interno del territorio facendone emergere la responsabilità sociale per la crescita della comunità di cui è parte integrante

Ci sarà tempo fino al gennaio 2016 per gli ampliamenti e per la riqualificazione delle aree degradate della Campania grazie alla nuova proroga del Piano Casa. La finalizzazione è il contrasto della crisi economica e la tutela dei livelli occupazionali, ma tale iniziativa legislativa si rivela anche un’opportunità per il miglioramento della qualità urbana – per l’edilizia pubblica e privata – perseguita favorendo l’applicazione di criteri di sostenibilità, l’uso di energia rinnovabile, la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico e la riqualificazione delle aree urbane degradate.

La proroga del Piano, infatti, si estende alla riqualificazione delle aree industriali, dismesse e non, anche attraverso la conversione in edilizia abitativa con il vincolo di destinazione del 30% all’edilizia sociale.

Per le città campane questa costituisce una nuova opportunità per intervenire nelle aree periferiche a destinazione industriale innescando nuovi processi di rinnovo urbano che puntino alla ri-significazione di tali aree, consapevoli che la qualità architettonica del singolo manufatto non è risolutiva della complessità del grande processo urbano che coinvolge nella sua totalità il territorio.

Negli ultimi decenni, a causa dei processi e dei cambiamenti in atto nel settore delle attività produttive, con particolare riferimento ai paesi più avanzati dell’Occidente (Europa e Stati Uniti), si è verificato un progressivo abbandono delle attività industriali primarie. Questo processo ha reso disponibili vaste aree, un tempo utilizzate per ospitare gli impianti di produzione oggi dismessi, talvolta localizzate in aree di alto valore strategico per lo sviluppo delle città.

Sorte per anni in maniera quasi spontanea, o attraverso pianificazioni poco attente ad un’appropriata progettazione ambientale, le aree industriali sono da sempre considerate generatrici di grandi alterazioni eco-sistemiche, e ghettizzate nelle aree periferiche.

 

La gestione ambientale delle risorse (naturali e artificiali) presenti all’interno di un’area industriale può essere implementata a vari livelli di integrazione, fino alla definizione di un sistema totalmente integrato, un vero e proprio ecosistema artificiale. Per realizzare un sistema industriale realmente sostenibile non basta mettere a punto una serie di strategie integrate atte a ridurre o “azzerare” i possibili effetti negativi connessi ai processi e ai prodotti, ma è necessario anche progettarne  una eco-compatibilità urbanistico-architettonica. Il recupero di tali aree costituisce oggi un problema di rilevante interesse e importanza, per le evidenti ricadute sul sistema economico.

Parallelamente si assiste al fenomeno della contrazione delle città occidentali (shrinkage), che non lascia dubbi al fatto che la quantità dei “vuoti” urbani sia destinata ad aumentare. Grandi contenitori o intere aree urbane vanno in disuso, coinvolgendo il più delle volte le aree industriali e invadendo anche il tessuto urbano con la presenza di spazi svuotati di ogni significato e circondati da vuoti normativi.

Questa disamina pone l’accento per una riflessione sull’interessante coesistenza dell’enorme offerta di strutture e spazi inutilizzati e di una domanda di nuovi usi della città rinnovata prima di tutto dalla rivoluzione del mondo del lavoro, i cui parametri di flessibilità gli hanno dato contorni così imprecisi da far sì che essa si intersechi confondendosi con altri ambiti dell’esistenza tra i quali il tempo libero. Nell’arco dell’ultimo secolo la storia dell’industrializzazione e quella del progetto si intrecciano.

 

Le città italiane hanno avuto destini simili e nelle maglie delle loro periferie si ritrovano tracce “anomale”, luoghi dove sorgevano industrie oggi dismesse che non trovano degne destinazioni. Alcune di queste strutture appaiono ai nostri occhi come decisamente artistiche, interessanti, ardite, è per questo motivo che già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso che l’opinione pubblica ha iniziato ad opporsi alla loro demolizione comprendendone la portata storica, culturale e artistica. Successivamente si è assistito alla loro valorizzazione e riconversione per approdare ad un vero e proprio riciclaggio di officine, magazzini, stazioni trasformate in centri sociali, culturali ed economici. Vere e proprie officine dove artisti creano cercando nuove forme espressive. I progetti di recupero si moltiplicano e grandi nomi dell’architettura vengono chiamati a progettare e mettere in luce la storia e l’anima di questi luoghi.

Il successo degli interventi di riqualificazione delle aree industriali dipende dal grado di integrazione con la città e alla sua capacità di dare un indotto turistico, culturale, economico e sociale.  

Prendiamo ad esempio l’intervento di Frank O’Ghery a Bilbao. Sono trascorsi più di dieci anni da quando il museo Guggenheim ha preso il posto dei vecchi magazzini facendo registrare un numero di visitatori annui pari a circa un milione. O anche il caso della Ex Stazione Leopolda a Firenze che, dopo l’intervento di recupero, ospita manifestazioni, eventi culturali e di creatività contemporanea con mostre, sfilate di moda, concerti, set televisivi fino a degustazioni eno-gastronomiche.

 

È proprio di questi giorni la presenza sulla rivista Casabella del progetto del MAST (Manifattura di Arti Sperimentazione e Tecnologia) di Bologna, esempio di intervento di recupero di un’area industriale sviluppato in adiacenza alla fabbrica di G.D. del gruppo Coesia. Il progetto è stato voluto per integrare l’impresa come sistema aperto all’interno del territorio facendone emergere la responsabilità sociale per la crescita della comunità di cui è parte integrante.

 

Si caratterizza per l’attenzione alla sostenibilità costruttiva e gestionale dell’edificio oltre agli aspetti compositivi. Il risultato finale è quello di un edificio complesso sia sotto il profilo morfologico che programmatico, una micro-città dedicata alle arti, all’innovazione e alla tecnologia, unitaria nell’immagine esterna ma articolata nei percorsi e nelle funzioni. L’edificio di progetto trova nel luogo e negli allineamenti preesistenti la misura ponendosi come elemento di mediazione tra la dimensione del tessuto urbano circostante e i volumi degli edifici industriali.

 

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