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	<title>marco galdi &#8211; Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero &#8211; Confindustria Salerno</title>
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		<title>LE ALCHIMIE DEL DESIGN</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 07:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-14035" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie.jpg" alt="" width="410" height="273" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/10/alchimie-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" />Sei riflessioni sulla responsabilità del progetto contemporaneo alla Salerno Design Week 2026</strong><span id="more-14034"></span></p>
<p>«Il nucleo teorico di <strong>Marco Ferdinando Galdi</strong> si radica in un’idea di design come rivelazione silenziosa e sottrazione necessaria, un’operazione quasi maieutica in cui il progettista osserva, interroga e porta alla luce possibilità già contenute nella materia, nei comportamenti e nelle necessità quotidiane. Proprio attorno a questa filosofia si sviluppa il raggio d&#8217;azione di Blend Studio, una realtà internazionale con una presenza tra Dubai, Vancouver e Roma. Si tratta di un asse globale da cui il progettista opera per tradurre la complessità multiculturale in soluzioni silenziose. In questa visione, l’oggetto si dissolve nel gesto naturale dell&#8217;utente, come accade nell&#8217;atto apparentemente banale di aprire una porta. Questa spinta verso ciò che è essenziale ha come punto di riferimento la natura e la sua geometria perfetta. Basti pensare alla conchiglia del Nautilus o alla sezione aurea: forme in cui l’apparente disordine nasconde in realtà una regola rigorosa, quella del “sottrarre per resistere”, che significa usare la materia con consapevolezza. Nel tracciare i confini del proprio mestiere, Galdi distingue tre diverse dimensioni: il prodotto, il design e l’arte. Non come categorie in competizione, ma come differenti modi di attribuire valore a una cosa. Il prodotto si confronta con funzione, produzione e mercato; il design aggiunge forma ed esperienza; l’arte introduce invece ricerca, espressione e unicità. In questo scenario, anche l’intelligenza artificiale smette di fare paura: viene integrata come un semplice assistente che evita al progettista notti intere di calcoli e render, ma che rimane del tutto inerte se non viene guidata dalla cultura, da un solido background critico e dalle giuste domande del designer».</p>
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<p>«Mettere il noi davanti all’io è la cifra distintiva della visione di <strong>Flavian Basile</strong>. Per il progettista e manager di Studio OFFTEC, il successo sul campo &#8211; testimoniato da 56 concorsi vinti in tutto il mondo &#8211; non ha valore se non si traduce in un beneficio concreto per la collettività. Questa impostazione etica si trasforma in una critica aperta a un modo di fare architettura troppo legato alle mode tecnologiche del momento. Il progetto, nella sua visione, deve essere prima di tutto un motore di relazioni umane. L’archetipo del design autentico non è la panchina iper-connessa che però rimane deserta al sole, ma la panchina intesa come spazio emotivo, in grado di accogliere i ricordi e far dialogare generazioni diverse. Allo stesso modo, Basile contesta l’abuso della parola sostenibilità, oggi ridotta a un semplice slogan normativo. La sostenibilità, quella vera, ha un valore sociale: significa garantire scuole salubri per i nostri figli e pensare a una pianificazione urbana che rimetta al centro le persone e i loro corpi, anziché il flusso delle automobili. Da qui nasce l’invito a superare i vecchi modelli delle università europee per guardare con umiltà alle metropoli asiatiche e mediorientali, capaci di gestire servizi pubblici efficienti integrando tradizioni diverse. La figura del progettista si muove così in un equilibrio costante tra il rigore tecnico dell’architetto e il pragmatismo dell’imprenditore, in cui ogni opera ha il dovere morale di restituire valore alla comunità, ricordandoci che le città, come le aziende, sono fatte innanzitutto di persone».</p>
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<p>«Per <strong>Paolo Zilli</strong>, Diretor a ZHA Architects, fare architettura non è mai una questione di “stile” &#8211; una parola che tollera a fatica &#8211; ma il risultato di una profonda ricerca collettiva. Nella sua visione, l’architetto agisce come un’antenna capace di captare e fondere a funzione nel contesto storico la visione del futuro, con le intenzioni del committente, la sapienza degli ingegneri e il lavoro pratico di costruttori, idraulici ed elettricisti. Se questa sintonia con il contesto e con la collettività fallisce, l’opera resta un puro esercizio sulla carta. La linea di demarcazione che separa l’architettura dalla semplice edilizia risiede allora nella capacità di dare una risposta unica a una somma di problemi diversi. Struttura, normative, budget, sostenibilità e tutti gli altri ingredienti devono fondersi in un singolo, definitivo gesto progettuale. Un’opera totale da cui non è possibile sottrarre nulla senza far crollare la magia e la sostanza stessa dell’edificio. Questo manifesto teorico trova il suo perfetto riscontro fisico nel mare di Salerno, elemento di unione e ritorno cui Zilli è legato da radici familiari e professionali. Proprio a Salerno, sorge la Stazione Marittima, prima esperienza all’interno dello studio ZHA. Eppure, quella forma organica adagiata sul molo è un manifesto di architettura sostenibile ante litteram. Ad esempio molte scelte avevano intenti strutturali e impiantistici ma al contempo miravano alla sostenibilità ben prima che arrivassero le certificazioni energetiche a dettare le regole. In questo scenario di pura armonia tra uomo e ambiente, anche l’IA, provocatoriamente usata da Zilli per le sue slide, svela i suoi limiti: è una tecnologia suggestiva e veloce, ma priva di quel senso critico che permette agli esseri umani di dare una vera anima alle città».</p>
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<p><strong>«Marialaura Rossiello Irvine</strong> si definisce un’alchimista contemporanea. Al centro della sua filosofia progettuale risiede una scelta controcorrente, un sussurro radicale: il culto della monomateria, sia esso il grès porcellanato, il legno curvato a vapore o la gomma naturale, per esplorarne i limiti fisici e svelarne la poesia nascosta. Il suo percorso si muove lungo un ponte teso tra due mondi. Da un lato c&#8217;è la formazione campana, intrisa della sensibilità lirica del maestro Riccardo Dalisi e dello studio delle geometrie archeologiche tra Pompei ed Ercolano; dall’altro c&#8217;è la rigida palestra di Milano e del design strategico anglosassone, con gli insegnamenti di giganti come Enzo Mari. Da questo innesto culturale nasce un design capace di democratizzare la bellezza. Lo dimostra la sfida di tradurre l’antica complessità visiva dei seminati di Oplontis in un mosaico ceramico industrializzato e brevettato, o la memoria intima del corredo materno, impressa a livello seriale sulle mattonelle per trasformare un ricordo privato in un patrimonio da condividere su larga scala. Per lo studio Irvine, l’oggetto industriale &#8211; che si tratti di una paletta per la pulizia da quindici euro disegnata per il marchio nipponico Muji o di una sedia per la storica azienda Thonet &#8211; è un sistema complesso che richiede anni di ricerca, ma che trova la sua massima nobiltà nel successo commerciale e nelle case delle persone, dove le royalty ne certificano l&#8217;utilità reale. In un mercato assuefatto a imbottiture in poliuretano che tornano rigidamente sempre alla stessa forma, Marialaura Irvine progetta la sedia sostenibile e interamente scomponibile per Mattiazzi che utilizza piume riciclate. Un oggetto volutamente imperfetto, che obbliga chi lo vive a un gesto fisico, a un’interazione complice per rimetterlo a nuovo. Il design si trasforma così in un invito politico e sensoriale a risvegliare la curiosità, a toccare la materia e, con un semplice “paf-paf” sui cuscini, a riscoprire il valore profondo di ciò che quotidianamente ci circonda».</p>
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<p>«Se i visual effects fossero un superpotere, <strong>Gennaro Esposito</strong> sarebbe l’eroe che ha scambiato i costumi e i gadget di icone come Batman con una tavoletta grafica. Il suo percorso ridefinisce completamente la figura dell’artista digitale contemporaneo, unendo la cultura di strada all’universo dei grandi blockbuster di Hollywood, che lo ha visto plasmare mondi straordinari per saghe del calibro di The Mandalorian, Sonic e Star Trek. Per Esposito, l’alchimia si traduce in una storia di riscatto sia personale che professionale: il passaggio dalle bombolette spray nella Napoli degli anni Novanta ai pixel del grande cinema dimostra che la tecnologia deve sempre essere al servizio dell’idea. Secondo il progettista, infatti, per padroneggiare i mondi virtuali bisogna prima conoscere a fondo le regole di quello reale, studiando discipline come l’anatomia, la meccanica e l’aerodinamica. La vita di strada si è rivelata una scuola insostituibile di empatia e capacità di ascolto, doti che gli hanno permesso di trasformarsi da semplice esecutore al computer a figura direzionale. Oggi, nel ruolo di Lead Environment Artist per colossi come Netflix &#8211; per cui lavora da remoto direttamente da Napoli -, Esposito coordina team internazionali, gestisce budget e dialoga alla pari con i registi per decidere l’aspetto e l’anima delle scene. Tutto inizia da quella che lui definisce una “tela nera”: uno spazio vuoto, carico di dubbi, che l’artista impara a squarciare accendendo il suo primo pixel bianco, l’intuizione che dà il via all’intero processo creativo».</p>
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<p>«La filosofia che guida lo studio globale Gensler si fonda su un principio tanto democratico quanto radicale: la grande architettura non è mai il frutto di un ego solitario, ma l’esito di un incastro collettivo. Per <strong>Elena Fiammengo e Davide Bertacca</strong>, progettare significa esercitare l’arte dell&#8217;ascolto e della mediazione culturale. Richiamando la radice greca dell&#8217;architetto come “primo artigiano” e gli insegnamenti della scuola veneziana di Carlo Scarpa, i due designer vivono il proprio ruolo come quello di interpreti del consenso, capaci di far dialogare i linguaggi tecnici dell’ingegneria e dell’economia senza mai spegnere la scintilla creativa. Questo moto di continua ricerca, a un certo punto, deve però tradursi in una decisione netta. È il momento in cui il disegno si stacca dalle mani del progettista per farsi bene della comunità. Fiammengo e Bertacca introducono così una profonda responsabilità politica ed etica nel mestiere del costruire, arrivando a definire l’edificazione stessa come un “atto di violenza” sul territorio. Un gesto forte che impone un dovere morale imprescindibile: quello di restituire alla società e all’ambiente molta più bellezza, valore e benessere di quanti ne siano stati sottratti con il cantiere. All’interno di questa visione fortemente umana, anche l’intelligenza artificiale diventa una tecnologia che velocizza i processi, ma che lascia intatto il vero, unico motore dell&#8217;architettura: l’empatia profonda delle relazioni umane e l’abitudine al ringraziamento quotidiano verso il lavoro di squadra».</p>
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