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	<title>luiss &#8211; Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero &#8211; Confindustria Salerno</title>
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	<description>Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero - Confindustria Salerno - Assindustria Salerno Service s.r.l. via Madonna di Fatima, 194 - 84129 Salerno</description>
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		<title>INCLUSIVO E INTERATTIVO, IL PREMIO BEST PRACTICES PER L’INNOVAZIONE GUARDA AL 2023</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2022 08:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sulla capacità di fare rete l’iniziativa di Confindustria Salerno ha costruito la sua fortuna dando vita a un ecosistema via via sempre più vivace e integrato. «Proseguiremo in questa direzione» la promessa di Francesco Serravalle, project leader Premio BPI e presidente SIT Confindustria Salerno &#160; Presidente, la macchina organizzativa del Premio Best Practices per l’Innovazione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.costozero.it/inclusivo-e-interattivo-il-premio-best-practices-per-linnovazione-guarda-al-2023/">INCLUSIVO E INTERATTIVO, IL PREMIO BEST PRACTICES PER L’INNOVAZIONE GUARDA AL 2023</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.costozero.it">Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero - Confindustria Salerno</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-10154" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail.jpg" alt="" width="401" height="267" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2022/10/frasail-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 401px) 100vw, 401px" />Sulla capacità di fare rete l’iniziativa di Confindustria Salerno ha costruito la sua fortuna dando vita a un ecosistema via via sempre più vivace e integrato. «Proseguiremo in questa direzione» la promessa di Francesco Serravalle, project leader Premio BPI e presidente SIT Confindustria Salerno</strong><span id="more-10153"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Presidente, la macchina organizzativa del Premio Best Practices per l’Innovazione è già all’opera per l’edizione numero 17. Cosa di certo non mancherà?</strong></em></p>
<p>Di sicuro, alcuni pillar dello scorso anno troveranno il rilievo che meritano anche il prossimo. Penso, in primis, <strong>all’hackathon</strong>, al coinvolgimento diretto dei più giovani e delle scuole. La generazione che è già dentro le grandi trasformazioni in atto rientra di diritto nell’orizzonte cognitivo del Premio BPI: abbiamo il dovere di indicare loro una strada, avvicinandoli al mondo delle imprese. L’anno scorso &#8211; come mostrato dalle statistiche <strong>Eurostat</strong> &#8211; circa quattro giovani su 10 in Campania erano senza lavoro.</p>
<p>Avere un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 38%, tra i 10 più alti dell’Unione Europea, è un problema collettivo di cui ciascuno per la sua parte deve farsi carico. Il nostro è solo un tassello della più ampia visione della nostra Associazione, da tempo impegnata nel rimarcare la necessità di una formazione scolastica e accademica più in linea con le mutate esigenze del mercato del lavoro. Il coinvolgimento delle persone è e resterà la chiave del nostro fare innovazione.</p>
<p><em><strong>Anche la collaborazione resterà un elemento fondamentale della prossima edizione?</strong></em></p>
<p>Certo, nella sua accezione più ampia. La <em>collaboration</em> è una delle condizioni indispensabili per dare vita a innovazioni solide e dai risultati misurabili in termini di velocità, efficienza e risparmio.</p>
<p>Del resto, poi, sulla capacità di fare rete il Premio BPI ha costruito la sua fortuna, allargando negli anni le partnership e irrobustendo un ecosistema che si fa via via sempre più vivace, integrato. Nella scorsa edizione pregevoli sono state le new entries. Mi riferisco al ponte creato con la <strong>Luiss &#8211; Guido Carli, con Terna, Unina e Talentis</strong>. Il Premio che vogliamo è infatti nativamente inclusivo e le connessioni ne sono le fondamenta. Anche per questo abbiamo aperto un dialogo con la <strong>Fondazione con il Sud</strong>, per provare &#8211; attraverso la promozione di progetti di innovazione sociale &#8211; a rimuovere quegli ostacoli che rendono complesso il proliferare di buone idee andando a incidere sulle infrastrutture sociali e culturali. Per quanto possibile, il Premio BPI lavorerà proprio in questa direzione, per dare risalto e favorire idee e progetti di innovazione sociale capaci di rispondere a nuovi bisogni, generando un concreto impatto sociale ed economico sulle nostre comunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rullani: «Il rischio è che l&#8217;Italia resti ai margini dell&#8217;economia globale»</title>
		<link>https://www.costozero.it/rullani-il-rischio-e-che-litalia-resti-ai-margini-delleconomia-globale/</link>
		<pubDate>Mon, 07 Jan 2019 09:06:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft wp-image-5202" title="Francesco Rullani, professore associato Luiss Guido Carli" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani.jpg" alt="" width="331" height="221" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2019/01/francesco_rullani-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 331px) 100vw, 331px" />Il fatto che tuttora la politica non abbia scelto di investire massicciamente nella ricerca, nella scuola e nell’università, predisponendo il capitale umano necessario, è una delle debolezze competitive fondamentali cui dovremmo trovare rimedio<span id="more-5201"></span></p>
<p><strong>Professor Rullani, nel corso della nostra Assemblea Pubblica, ha ascoltato direttamente dai protagonisti le ragioni per cui sarebbe necessario rimettere l’impresa al centro. Motivazioni anche diverse ma convergenti. Hanno ragione gli imprenditori a dire che questo governo e questa manovra sono anti-impresa?</strong><br />
Il punto essenziale è guardare alle criticità di un sistema economico dotato di indubbi punti di eccellenza, come le medie imprese di successo o la capacità di collegarsi ai mercati internazionali grazie all’export, ma oberato da problemi cronici che ne frenano le capacità propulsive. Mi riferisco alla stagnazione della produttività, alla caduta degli investimenti pubblici e privati, ad un indebitamento crescente, che aumentando l’incertezza sul futuro rende difficile il finanziamento corrente. Nelle scelte di politica economica questi problemi non stati messi al centro. Eppure agire dal lato della produttività vuol dire agire dal lato dell’impresa e del lavoro, della creazione di reddito, del rientro nel circuito produttivo di chi ora ne è stato espulso.<br />
Questa manovra cerca di riattivare il sistema grazie alla semplice domanda addizionale indotta da un deficit di bilancio finanziato a debito, una strategia che ha il respiro molto corto rispetto a ciò che servirebbe.</p>
<p><strong>Cosa c’è di buono, secondo lei, nella manovra del governo?</strong><br />
Il governo fonda la manovra sulla dichiarata volontà di farsi carico delle sacche di povertà ed emarginazione del paese, identificandole in un universo di cittadini ad oggi obiettivamente periferici rispetto al circuito della produzione di valore.<br />
Non solo i poveri, i disoccupati, le aree a maggiore disoccupazione come il Sud, ma anche il ceto medio in declino, le fasce deboli del lavoro e dell’imprenditorialità, i territori che stanno perdendo l’identità ereditata dal passato. Questa attenzione non è nuova.<br />
Anche i due governi precedenti avevano affrontato il tema, e da una prospettiva più universalista, includendo fasce di popolazione che ora si tende ad escludere, come i migranti. Ma è comunque un’attenzione lodevole. Il problema è che per intervenire in modo efficace su questi temi la logica della semplice redistribuzione del reddito disponibile non basta, men che meno se sostenuta “a debito”.<br />
L’emarginazione si combatte attraverso il cosiddetto “empowerment”, vale a dire la costruzione di sistemi di supporto che permettano a chi è periferico al circuito della produzione del valore di creare un proprio percorso di rientro, di produzione di reddito e in definitiva di emancipazione. Dunque, l’attenzione a certi temi &#8211; la disuguaglianza, l’emarginazione, il disagio sociale &#8211; è ciò che c’è di buono, ma le soluzioni da mettere in cantiere sono altre, e piuttosto diverse da quelle su cui è stata concentrata l’attenzione finora.</p>
<p><strong>Quanto pesa l’incertezza complessiva del momento sulle imprese?</strong><br />
Siamo giunti ad uno snodo importante dell’evoluzione delle nostre economie. L’avvento del digitale, che ancora non ha dispiegato tutta la sua capacità dirompente, e la crescente forza della globalizzazione, fatta di movimenti di merci, di capitali, di persone, di informazioni, di mercati, di significati e simboli, impone la necessità di un investimento corale da parte di tutto il sistema Italia. Le imprese sono quindi chiamate ad immaginare e realizzare importanti investimenti a rischio per innovare la propria posizione competitiva, le proprie competenze, la propria organizzazione. Questi investimenti possono essere realizzati solo se la transizione verso il nuovo assetto che si sta creando viene gestita. Se viene lasciata a se stessa, non governata, l’incertezza che ne deriva rende riluttanti i possibili finanziatori, rende più difficile creare reti e progetti comuni che, condividendoli, rendano i rischi più gestibili, e non permette la creazione di quell’infrastruttura materiale e immateriale che serve a dare una base solida agli investimenti. C’è dunque la concreta possibilità che questi non siano portati avanti, lasciando l’Italia ai margini di una economia globale in cui prevarranno coloro che invece avranno avuto la lungimiranza di creare le condizioni per accogliere -e governare &#8211; il nuovo paradigma.</p>
<p><strong>Lei ha indicato la produttività come antidoto al declino non solo dell’impresa, ma del Paese. Come si spinge su questa leva e perché è così difficile intraprendere questa strada?</strong><br />
Oggi il concetto di produttività non può essere semplicemente legato a quello di volume della produzione, deve invece riferirsi al valore prodotto. Per accrescere il valore prodotto per unità di input non è sufficiente investire sull’innovazione dei processi, si deve agire sul valore che il prodotto ha per il consumatore, sulla qualità, l’esperienza del consumo, il suo significato. Ad esempio, i prodotti Made in Italy possono generare più valore per ogni ora lavorata e per ogni euro investito non tanto se costano meno, ma quando rendono di più in forza della loro qualità distintiva, dei significati simbolici ed estetici associati, del livello di flessibilità, di fiducia e di servizio garantito al cliente. La rivoluzione digitale e globale in corso offre grandi potenzialità da questo punto di vista, perché permette di agire proprio sulle leve della produttività, dalla qualità, alla customizzazione, alla creazione di significati ed esperienze. Per cogliere questa occasione, tuttavia, diventa fondamentale poter disporre di un sistema che permetta alle imprese di entrare a far parte di catene del valore ormai globali, grazie ad infrastrutture logistiche e comunicative adeguate, di avere accesso a capacità professionali all’avanguardia, integrate con l’uso dei programmi e degli automatismi digitali, e distribuite nei territori ed oltre i territori, in una logica di rete. La produttività nasce dunque, in questo contesto, dalla mobilitazione di capacità intellettuali, produttive, logistiche e comunicative che vanno predisposte per tempo: l’Italia è in ritardo in quasi tutti questi campi. Ad esempio, il fatto che tuttora la politica non abbia scelto di investire massicciamente nella ricerca, nella scuola e nell’università, predisponendo il capitale umano necessario, è una delle debolezze competitive fondamentali a cui dovremmo trovare rimedio.</p>
<p><strong>L’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro pare restare al momento un’altra priorità mancata. Quali sono le possibili soluzioni, oltre il reddito di cittadinanza?</strong><br />
Chi oggi ha meno di trent’anni è cresciuto in una società ed in una economia ormai fluide. È quindi nelle condizioni migliori per apprendere facilmente a gestire i codici digitali richiesti dalle nuove macchine, adottare culture e stili di vita transnazionali, utili per muoversi con successo nelle filiere e nei mercati globali, e contribuire quindi all’evoluzione della nostra economia così come discusso precedentemente. Ma per farlo, deve poter apprendere tutto questo. L’Italia ha oggi nella sua forza lavoro una percentuale di laureati tra le più basse d’Europa, mentre negli istituti tecnici e professionali non è ancora decollato un rapporto di interazione scuola-lavoro efficace. In mancanza di una attenzione adeguata alle relazioni tra scuola, università e imprese, tra creazione della conoscenza e creazione del valore, il potenziale che le giovani generazioni possono esprimere viene sprecato.<br />
Un’attenzione che deve essere adeguata ai tempi, centrata sull’apprendimento dei linguaggi formali, certo, ma anche sulla crescente importanza della creatività e dell’intelligenza sociale, sul crescente valore che significati, esperienze e relazioni avranno per le nostre economie. Si deve quindi immaginare di potenziare gli investimenti in questi ambiti, che sono politicamente difficili da implementare dati i ritorni a lungo periodo, ma quantomai necessari e non più procrastinabili.</p>
<p><strong>All’Assemblea era presente anche l’Ambasciatore tedesco in Italia. In poco più di un decennio i tedeschi hanno eliminato il dualismo Est/Ovest. In Italia, invece, la forbice Nord – Sud continua ad allargarsi…Perché non riusciamo a ridurre in modo significativo il divario?</strong><br />
La rivoluzione digitale e globale rende possibile ripensare il divario Nord/Sud secondo coordinate nuove.<br />
Infatti, in questo contesto, la questione chiave è la medesima sia per il Sud che per il Centro-Nord: l’investimento in capitale umano, in creatività sociale e nelle infrastrutture della logistica veloce e della comunicazione digitale.<br />
Da questo punto di vista, i differenziali che contano tra Sud e Centro-Nord vanno oltre alle preesistenze, e sono quelli degli investimenti a rischio da realizzare nella sperimentazione di progetti di innovazione avanzati, capaci di attivare traiettorie espansive promettenti. Il Sud ha un bisogno immediato di ottenere dalla politica economica un sostegno differenziale alla sperimentazione del nuovo, partendo dalle idee e dai progetti innovativi già in essere, al fine di propagarle e consolidarle nel corso del tempo, in sintonia con gli investimenti e le iniziative prese al Centro-Nord.<br />
Come per gli altri punti sviluppati precedentemente, anche in questo caso il semplice reddito di cittadinanza non è la soluzione.<br />
Non basta a colmare un gap strutturale di produttività, che deve essere invece corretto con un consistente flusso di investimenti rivolti al futuro possibile.<br />
Un futuro su cui possano così scommettere le comunità locali, i lavoratori coinvolti, i giovani occupati e disoccupati, le famiglie di chi si è soltanto sentito ai margini di quanto è accaduto finora. Ovviamente il tutto a partire dalle idee, dalle risorse e dalle relazioni delle imprese che già adesso operano nei territori del Meridione italiano e che in esso hanno salde radici.</p>
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		<title>Delai sulle classi dirigenti: «Basta con il pensiero gregge»</title>
		<link>https://www.costozero.it/delai-sulle-classi-dirigenti-basta-con-il-pensiero-gregge/</link>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2016 09:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[assemblea pubblica confindustria salerno 2016]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-2254" style="margin: 5px 7px 5px 3px; float: left;" title="Nadio Delai" dir="ltr" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2016/12/images_foto_intervistati_delai.jpg" alt="delai" longdesc="presidente Ermeneia" width="250" height="251" />Per il sociologo le élite, non solo in Italia, di fronte alla crisi non hanno saputo dare risposte convincenti,&#160;salvo ripetere all’unanimità il mantra dell’austerità. Occorre, invece, inventare nuovi meccanismi di&#160;prossimità capaci di aiutarci a esercitare l’ascolto dei bisogni veri delle persone</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-2254" style="margin: 5px 7px 5px 3px; float: left;" title="Nadio Delai" dir="ltr" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2016/12/images_foto_intervistati_delai.jpg" alt="delai" longdesc="presidente Ermeneia" width="250" height="251" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2016/12/images_foto_intervistati_delai.jpg 250w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2016/12/images_foto_intervistati_delai-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Per il sociologo le élite, non solo in Italia, di fronte alla crisi non hanno saputo dare risposte convincenti,&nbsp;salvo ripetere all’unanimità il mantra dell’austerità. Occorre, invece, inventare nuovi meccanismi di&nbsp;prossimità capaci di aiutarci a esercitare l’ascolto dei bisogni veri delle persone</p>
<p><strong>L’equazione di fondo della relazione del presidente&nbsp;Maccauro, all’Assemblea 2016 di Confindustria&nbsp;Salerno è che il benessere economico di un Paese&nbsp;dipende in larga misura dalla qualità degli uomini della sua&nbsp;filiera istituzionale, politica, amministrativa, economica,&nbsp;tanto più validi nel guidare una comunità quanto più capaci&nbsp;di agganciare ciò che crea futuro, nell’interesse generale e non&nbsp;</strong><strong>privato. La mancata crescita degli ultimi anni è quindi ascrivibile&nbsp;al nostro scarso capitale umano?</strong><br />La mancata crescita è legata a tre grandi fattori. Il primo&nbsp;è certamente l’invecchiamento (e la cristallizzazione) del&nbsp;modello che si è andato a definire negli anni nel nostro Paese.&nbsp;Il secondo fattore è rappresentato dalle dinamiche esterne&nbsp;sul piano dei grandi flussi della finanza, dell’ economia e dello&nbsp;spostamento di peso in favore di nuove aree geoeconomiche&nbsp;che sono emerse e che occupano spazi di mercato. Il terzo&nbsp;fattore è costituito certamente dalla debolezza della classe&nbsp;dirigente (di tutte le classi dirigenti) che si trovano oggi ad&nbsp;affrontare con Mappe Mentali ormai datate una realtà del&nbsp;tutto nuova e con la (inconsapevole) tentazione di ricorrere&nbsp;ai modelli del passato, invece che esercitare &#8211; con Mappe&nbsp;rinnovate &#8211; le tre funzioni fondamentali delle élite che sono&nbsp;quelle dell’Interpretazione (continua), della Proposta e&nbsp;dell’Azione (sempre difficili e rischiose) e della Promozione&nbsp;del Consenso (rispetto a quello che ancora vogliamo&nbsp;raggiungere e diventare). Purtroppo in molti casi &#8211; e non solo&nbsp;in Italia &#8211; ha finito col vincere il “pensiero gregge” che &#8211; di&nbsp;fronte alla crisi &#8211; ha visto le classi dirigenti europee nel loro&nbsp;complesso non saper dare risposte convincenti al perché&nbsp;si è verificata la crisi e al come uscire da essa, salvo ripetere&nbsp;all’unanimità il mantra dell’austerità…</p>
<p><strong>Raffaele Cantone di recente ha dichiarato che «esiste una&nbsp;questione morale che investe la classe dirigente del Paese». Anche&nbsp;secondo lei più che di un problema politico si tratta di una falla di</strong><br /><strong>sistema? Risolvibile come?</strong><br />L’etica è una, ma solo una componente necessaria che taglia&nbsp;trasversalmente ogni tipologia di classe dirigente. Max&nbsp;Weber ricordava alla borghesia anseatica che “la proprietà&nbsp;obbliga” ed essere classe dirigente implica degli obblighi oltre&nbsp;che dare dei privilegi. Ma il nostro Paese ha sempre avuto&nbsp;difficoltà a “farsi borghesia” nel senso pieno del termine,&nbsp;mentre ha allargato enormemente il ceto medio, sostenuto&nbsp;dallo sviluppo economico e via via sempre più secolarizzato&nbsp;e immerso in una frammentazione sociale che è diventata&nbsp;anche frammentazione dei valori e delle convinzioni etiche,&nbsp;perdendo gradualmente di vista la responsabilità verso se&nbsp;stessi e la responsabilità verso gli altri. Ricordo che quando&nbsp;presentammo il primo Rapporto sulla Classe Dirigente al&nbsp;Senato della Repubblica nel 2008 riportai un dato che era&nbsp;effettivamente scioccante: solo il 4% dell’élite italiana&nbsp;(dall’ economia alla politica al sociale) si sentiva pienamente o&nbsp;sostanzialmente identificata con la classe dirigente del Paese.&nbsp;L’orgoglio di appartenere ad un’ élite non trova facilmente&nbsp;posto nella nostra cultura collettiva.</p>
<p><strong>Selezione: la trasparenza è più alta nel privato o nel pubblico?</strong><br />Il tema del merito risulta difficilmente accettato per il Paese,&nbsp;oltre che per la classe dirigente che assomiglia troppo a&nbsp;quest’ultimo. Esiste l’ansia di poter essere esclusi insieme&nbsp;all’abitudine dell’appartenenza e quindi la competizione&nbsp;spaventa, crea timori e questo si acuisce nelle situazioni di&nbsp;crisi come quella che stiamo vivendo. Va poi sottolineato che&nbsp;non serve tanto mettere l’accento sulla “meritocrazia”, la quale&nbsp;occupa periodicamente i titoli dei giornali quanto piuttosto&nbsp;sulla “meritofilia”: bisogna cioè voler bene al merito, non&nbsp;pensando tanto a come escludere quanto piuttosto a come&nbsp;includere, pur applicando criteri di merito.&nbsp;Quest’ultimo va visto dunque come l’ esercizio di una virtù di&nbsp;servizio e non come l’esercizio di un potere che esclude. Del&nbsp;resto bisogna ricordare che anche gli altri Paesi, non sono il&nbsp;paradiso del merito. De Gaulle ricordava &#8211; ed è passato più&nbsp;di qualche anno &#8211; come tutti i francesi siano in favore dell’egalitè, ma nel senso che ognuno vuole la sua personale quota&nbsp;di privilegi.</p>
<p><strong>Il testo base di legge sui partiti può essere un nuovo punto di inizio&nbsp;per migliorare la selezione del personale del ceto politico?</strong><br />La prima reazione è che più che una legge sui partiti servono&nbsp;i partiti! Certo la regolamentazione dei partiti, prevista&nbsp;dalla Costituzione, non è mai stata attuata e certamente&nbsp;sarebbe utile uniformare almeno “al minimo”, principi e&nbsp;comportamenti che devono far parte di ogni organizzazione&nbsp;politica. La politica non si può esercitare rimanendo&nbsp;all’interno dei vari palazzi, salvo perdere progressivamente il&nbsp;contatto con la propria base di riferimento. Serve inventare&nbsp;un insieme di meccanismi nuovi di prossimità che per ora&nbsp;abbiamo perso, ma che devono aiutarci ad esercitare l’azione&nbsp;di “ascolto” della nostra constituency.<br />Al contrario siamo tutti affannati a rincorrere nuovi leader&nbsp;che si chiudono nei palazzi e che si bruciano in tempi&nbsp;relativamente brevi. Molte volte ci siamo detti &#8211; come&nbsp;reazione all’ondata della finanza &#8211; che bisogna tornare all’economia “reale” nel senso evoluto del termine: ebbene,&nbsp;dobbiamo saper tornare anche alla società “reale” per poter&nbsp;stare in relazione con i bisogni veri delle persone. Insomma&nbsp;bisogna esercitare le tre funzioni di base della classe dirigente&nbsp;che prima ho ricordato: l’ Interpretazione, la Proposta e&nbsp;l’Azione e il Consenso che ha le sue radici nella conoscenza e&nbsp;nella sintonia con i bisogni oggettivi ma anche emotivi delle&nbsp;persone. La politica si deve basare contemporaneamente&nbsp;sulla razionalità e sulle emozioni, sulla testa e sulla pancia del&nbsp;proprio popolo. E questo richiede di ritornare a camminare&nbsp;tra la gente. Perciò oltre al leader è necessario comunicare&nbsp;un’idea di Paese e un programma, nonché esprimere&nbsp;un’organizzazione adeguata.</p>
<p><strong>Il Censis ha da poco certificato che le porte sociali di accesso sono&nbsp;tutte sbarrate. Il mancato ricambio incide, e quanto, sulla qualità&nbsp;della classe dirigente?</strong><br />Il ricambio è inutile se non è basato su un percorso di&nbsp;formazione adeguato. Ma questo non può avvenire se&nbsp;abbiamo tagliato i ponti con la società reale. Infatti la parola&nbsp;“formazione” trae in inganno, poiché non si tratta di inventare&nbsp;corsi di vario genere e tipo, dall’università alla post-università&nbsp;sino ai (sin troppi) master di questi anni. Ma serve piuttosto&nbsp;ricreare un vero e proprio cursus honorum (come esisteva&nbsp;in passato) che è fatto in grande parte di affiancamento ad&nbsp;altri membri di classe dirigente, se non proprio straordinari&nbsp;almeno decorosi.</p>
<p><strong>Cosa occorre fare per riavviare il ricambio?</strong><br />Bisogna che ogni classe dirigente pensi innanzitutto a se&nbsp;stessa e rientri nel ruolo che le compete. In realtà si corre&nbsp;costantemente il rischio di lamentarsi della debolezza della&nbsp;classe dirigente in generale oppure si ritiene implicitamente&nbsp;che siano sempre gli “altri” a dover pensare alla creazione&nbsp;di classe dirigente o ancora si ritiene che basti ricorrere al&nbsp;mercato per trovare le persone giuste.<br />La verità è che il meccanismo di generazione delle classi&nbsp;dirigenti va rimesso in piedi con responsabilità personale&nbsp;e collettiva, ripartendo dal basso. Naturalmente tutti gli&nbsp;strumenti di comunicazione che abbiamo a disposizione&nbsp;possono essere utili, ma non possono mai sostituire il contatto&nbsp;diretto, il confronto, la discussione. La politica è rapporto con&nbsp;l’altro, che non si esaurisce attraverso una modalità ristretta&nbsp;al virtuale. Il teologo Vito Mancuso, cui avevo chiesto a suo&nbsp;tempo di scrivere una post-fazione al Rapporto sulla Classe&nbsp;Dirigente/2010, evocò un’immagine molto significativa,&nbsp;affermando che la classe dirigente deve ritrovare il ruolo di&nbsp;pontifex cioè quello che aiuta a gettare ponti tra quello che&nbsp;le persone sono e vivono nella vita quotidiana e quello che la&nbsp;classe dirigente può e deve fare (ed essere) per decidere e per&nbsp;orientare i propri Rappresentati.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’effetto moltiplicatore della cultura</title>
		<link>https://www.costozero.it/l-effetto-moltiplicatore-della-cultura/</link>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 10:32:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[giffoni film festival]]></category>
		<category><![CDATA[internazionalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-1790" style="margin: 5px 7px 5px 3px; float: left;" title="Luciano Monti" dir="ltr" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2015/08/images_csz_luglio_agosto_2015_luciano_monti.jpg" alt="luciano monti" longdesc="Docente Luiss" width="221" height="203" />«Un euro investito nel settore culturale assicura un aumento del valore aggiunto di 1,7 euro con evidenti vantaggi sulla crescita della domanda aggregata e di entrate per lo Stato». Per Luciano Monti, docente&#160;di Politiche dell’Unione Europea della LUISS, l’economia della cultura facilita anche l’internazionalizzazione</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-1790" style="margin: 5px 7px 5px 3px; float: left;" title="Luciano Monti" dir="ltr" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2015/08/images_csz_luglio_agosto_2015_luciano_monti.jpg" alt="luciano monti" longdesc="Docente Luiss" width="221" height="203" />«Un euro investito nel settore culturale assicura un aumento del valore aggiunto di 1,7 euro con evidenti vantaggi sulla crescita della domanda aggregata e di entrate per lo Stato». Per Luciano Monti, docente&nbsp;di Politiche dell’Unione Europea della LUISS, l’economia della cultura facilita anche l’internazionalizzazione</p>
<p><strong>A margine della 45° edizione del GFF, rassegna cinematografica dedicata ai ragazzi conclusasi il 26 luglio scorso a Giffoni Valle Piana, abbiamo incontrato Luciano Monti cui abbiamo chiesto cifre e prospettive dell’economia della cultura.</strong></p>
<p><strong>Professore, quanto conta l’asset cultura nell’economia del nostro Paese?</strong><br />Per il suo crescente contributo alla ripresa e al miglioramento degli scambi commerciali, l&#8217;economia della cultura meriterebbe sempre più attenzione da parte di politici e amministratori sia a livello locale, che nazionale ed europeo. A livello nazionale i numeri più recenti parlano chiaro: il settore culturale in Italia conta 443.208 imprese che impiegano più di 1,4 milioni di addetti e un valore aggiunto all&#8217;economia, per il 2014, di poco meno di 80 miliardi di euro, prodotto per la quasi totalità dalle imprese culturali e da quelle creative.<br />Tra le prime si annoverano le industrie dell’editoria, musica, cinema, radio televisione, videogiochi mentre tra le seconde l’architettura, il design e la comunicazione. In particolare, nel 2014, 8,5 miliardi sono stati prodotti dall&#8217;industria cinematografica, media, radio e TV nostrane, mentre 13 miliardi dai produttori di videogiochi e altri software di intrattenimento. Ma non sono solo questi numeri ad attirare l&#8217;attenzione sul settore, bensì anche l&#8217;effetto moltiplicatore che fa sì che un euro investito nel settore culturale assicuri un aumento del valore aggiunto di 1,7 euro con evidenti vantaggi quindi sulla crescita della domanda aggregata e anche delle entrate per lo Stato. A questi benefici sulla economia nazionale e locale, vanno anche aggiunti quelli indotti in altri settori, come quello turistico, che beneficia del cosiddetto fenomeno dell&#8217;attrazione culturale. Il patrimonio culturale e artistico, ma anche enogastronomico del nostro Paese, viene reso fruibile e comunicato all’esterno anche grazie all&#8217;attività di valorizzazione che di esse fa l&#8217;industria cinematografica.</p>
<p><strong>E a livello europeo? Qual è l’orientamento?</strong><br />A livello europeo, oggetto di approfondimento nel summit internazionale tra produttori cinematografici tenutosi nel quadro delle iniziative del GFF 2015 &#8211; cui ho partecipato, oltre al programma di Europa Creativa, cui è affidato il compito di potenziare l&#8217;audience per i settori culturali e creativi, un recente rapporto presentato al Parlamento Europeo nell’aprile di quest’anno (Rapporto WENTA) auspica un maggiore sostegno alla promozione e distribuzione di prodotti cinematografici all&#8217;interno e al di fuori dell&#8217;UE, grazie a un migliore bilanciamento dei finanziamenti pubblici al settore e ai programmi di alfabetizzazione cinematografica e mediatica in tutti i livelli della istituzione scolastica. Obiettivi che devono essere perseguiti tenendo alta l&#8217;attenzione anche sull’implementazione della agenda digitale europea e alla estensione della banda larga, riducendo le sacche, ancora presenti nel nostro Paese del digital divide.<br />Infine, una recente iniziativa della Commissione Europea nel quadro della Politica di Vicinato (ENP), volta a sostenere lo scambio culturale come processo di miglioramento delle relazioni diplomatiche e commerciali con i paesi vicini all’Unione Europea (16 paesi), ha dimostrato come gli ambiti e le prospettive di collaborazione siano molto ampie. Una conferma dal summit al Giffoni Film Festival 2015, al quale hanno partecipato delegazioni di produttori cinematografici provenienti da una ventina di paesi dell’Africa, dei Balcani, del Medio ed Estremo Oriente</p>
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		<title>Martone, Luiss: «Un limite la poca attenzione del Governo al risultato»</title>
		<link>https://www.costozero.it/martone-luiss-un-limite-la-poca-attenzione-del-governo-al-risultato/</link>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 09:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza2]]></category>
		<category><![CDATA[jobs act]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[luiss]]></category>
		<category><![CDATA[produttività]]></category>
		<category><![CDATA[salario]]></category>
		<category><![CDATA[salario produttivita]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-1652" style="margin: 5px 7px 5px 3px; float: left;" title="Michel Martone" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2014/12/images_foto_articoli_Novembre_Dicembre_2014_MICHEL_MARTONE.jpg" alt="MICHEL MARTONE" longdesc="Professore Lavoro e Relazioni Industriali, Luiss Guido Carli" width="200" height="159" /></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Per il professore di Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali, Michel Martone, la riforma del mercato del lavoro pecca soprattutto nella riduzione degli incentivi per il salario di produttività</span></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-1652" style="margin: 5px 7px 5px 3px; float: left;" title="Michel Martone" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2014/12/images_foto_articoli_Novembre_Dicembre_2014_MICHEL_MARTONE.jpg" alt="MICHEL MARTONE" longdesc="Professore Lavoro e Relazioni Industriali, Luiss Guido Carli" width="200" height="159" /></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Per il professore di Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali, Michel Martone, la riforma del mercato del lavoro pecca soprattutto nella riduzione degli incentivi per il salario di produttività</span></p>
<p><strong><span style="font-size: 10pt;">&nbsp;</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 10pt;">Professore in tema lavoro la direzione intrapresa dal Governo la convince? Quali interventi sono secondo lei meglio congegnati e di più immediato riscontro? Quali, invece, la lasciano più perplessa?</span></strong></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Mi sembra che sotto il profilo delle politiche del lavoro il Governo sia sulla giusta strada, dando dimostrazione al contempo di grande abilità tattica e mediatica. Il testo della legge delega è molto ampio e quindi dà grande potere al Governo. Poiché, però, la mia precedente esperienza di viceministro mi ha insegnato che il diavolo spesso si nasconde nei dettagli, attenderei di vedere come i decreti delegati daranno attuazione ai principi contenuti nella legge delega prima di esprimere un commento univoco e definitivo. Attualmente c’è molto clamore intorno all’articolo 18. Ma secondo lei è questo il problema più grave per le imprese italiane?No, non credo sia la primaria urgenza cui fare fronte. Semmai lo è il costo del lavoro eccessivo, così come lo sono i pesanti costi ambientali legati alla burocrazia, i troppi controlli talvolta inutili a carico delle aziende, la corruzione e tutte quelle distorsioni che impediscono a un imprenditore che ha il guizzo di una buona idea di attuarla con rapidità e profitto. Detto ciò di sicuro anche l’articolo 18 andava riformato.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;"><strong>Sulla differenza tra salario lordo e salario netto qualcosa è stato fatto dal Governo. Ci si poteva spingere di più?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Il Governo ha cominciato a lavorare sull’Irap ma non sarà solo grazie a questo intervento che l’industria e l’occupazione saranno nelle condizioni di ripartire. Deve ristabilirsi un clima di complessiva fiducia e credito verso il mondo delle imprese, troppo spesso oggetto di diffidenza e di disattenzione.</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt;"><strong>Incentivi per il salario di produttività: perché il Governo secondo lei li sta riducendo?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Fermo restando la condivisione delle linee di tendenza del Jobs Act e degli obiettivi in materia di politiche del lavoro, trovo che la riforma congegnata dal Governo abbia tre sostanziali limiti: il primo è la scarsa attenzione nei confronti del mondo delle partite iva, trattate tutte come falsi rapporti di lavoro subordinato, quando invece in quel mondo si nasconde un nucleo di autonomia che in atri momenti storici ha assicurato il benessere del Paese; il secondo è dato proprio dalla riduzione degli stanziamenti a favore dei premi di produttività, il che equivale ad una diminuita attenzione al risultato; il terzo risiede nell’idea di trasferire i risparmi previdenziali in busta paga perché quello che farà riprendere la domanda interna sarà la fiducia e non un provvedimento legislativo che permette di disporre anzitempo delle risorse legate al trattamento di fine rapporto. Per questo ritengo che sia importante l’attenzione che il documento di Confindustria Salerno ha posto proprio sulla retribuzione di produttività.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;"><strong>Un’ultima domanda sulla formazione: “la buona scuola” proposta dal governo Renzi mostra un’inversione di tendenza rispetto al passato fatto di tagli lineari in questo settore. Ma a suo avviso dove è più importante che si torni ad investire?</strong> <strong>Sui primi gradi di istruzione o sul livello universitario?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">Su tutti i gradi di istruzione, ovviamente, specie quelli primari perché è lì che i giovani sviluppano le loro principali capacità ed è lì che il Paese ha bisogno di nuovi insegnanti giovani e capaci di trasmettere le conoscenze per affrontare con il giusto piglio il mondo di domani.</span></p>
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		<title>Monti, Luiss: «Nella nostra società il problema è ridistribuire le opportunità»</title>
		<link>https://www.costozero.it/monti-luiss-nella-nostra-societa-il-problema-e-ridistribuire-le-opportunita/</link>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2014 08:53:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[ladri di futuro]]></category>
		<category><![CDATA[luiss]]></category>
		<category><![CDATA[politica economica europea]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-1555" style="margin: 5px 9px 9px 3px; float: left;" title="Luciano Monti" dir="ltr" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2014/06/images_foto_intervistati_Luciano_Monti_Web.jpg" alt="Luciano Monti" longdesc="Luciano Monti, Docente di Politica Economica Luiss" width="200" height="159" /></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">A margine del convegno sul programma europeo Garanzia Giovani, organizzato dal Gruppo Giovani Imprenditori salernitano dello scorso 13 giugno - che ha visto tra l’altro anche il passaggio di consegne tra il presidente uscente Gennaro Lodato e il nuovo Francesco Giuseppe Palumbo - abbiamo conversato con il professore di Politica Economica Europea alla Luiss Luciano Monti del suo libro “Ladri di futuro. La rivoluzione dei giovani contro i modelli economici ingiusti”</span></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" alignleft size-full wp-image-1555" style="margin: 5px 9px 9px 3px; float: left;" title="Luciano Monti" dir="ltr" src="http://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2014/06/images_foto_intervistati_Luciano_Monti_Web.jpg" alt="Luciano Monti" longdesc="Luciano Monti, Docente di Politica Economica Luiss" width="200" height="159" /></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">A margine del convegno sul programma europeo Garanzia Giovani, organizzato dal Gruppo Giovani Imprenditori salernitano dello scorso 13 giugno &#8211; che ha visto tra l’altro anche il passaggio di consegne tra il presidente uscente Gennaro Lodato e il nuovo Francesco Giuseppe Palumbo &#8211; abbiamo conversato con il professore di Politica Economica Europea alla Luiss Luciano Monti del suo libro “Ladri di futuro. La rivoluzione dei giovani contro i modelli economici ingiusti”</span></p>
<p>&nbsp;<span style="font-size: 10pt;"><strong>Professore, chi sono i ladri di futuro che lei denuncia nel suo ultimo libro?</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt;">I ladri di futuro non sono una particolare categoria di persone o una determinata generazione, anche se è innegabile che i cosiddetti baby boomer &#8211; cioè i nati tra l’immediato dopoguerra e l’inizio degli anni sessanta &#8211; hanno indubbiamente una forte responsabilità sullo stato attuale delle cose. Il furto del futuro alle più giovani generazioni è compiuto giornalmente da quanti si arroccano nelle loro prerogative e diritti, non rendendosi conto che questi ultimi sono stati spesso conseguiti a spese anche dei loro figli. Ma è furto di futuro anche l’atteggiamento diffuso di molti giovani che rimanendo inattivi e sperando che qualcuno decida per loro, condannano tutta la loro generazione a non poter progettare il proprio avvenire. Ladri di futuro sono anche quanti spingono i giovani verso una realtà virtuale come quella dei social nel nome di una nuova possibile democrazia e coloro che vogliono “costruire” il futuro ai giovani, secondo propri canoni.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: 10pt;">La diseguaglianza economica è uno dei mali, se non il principale, del pianeta. Ma una ridistribuzione della ricchezza accumulata da pochissimi a svantaggio di molti sarebbe possibile? In che modo?</span></strong><br /><span style="font-size: 10pt;">La diseguaglianza economica è un fenomeno insito in qualsiasi sistema economico non rigorosamente collettivistico o mutualistico ma diventa un problema e quindi un male quando assume proporzioni elevate e spinge ampie fasce di popolazione verso la povertà. Povertà e diseguaglianza vanno infatti di pari passo, così come entrambe tendono ad elevarsi nel momenti di recessione o di depressione come quello attuale, che finisce per colpire gli strati più deboli della società: i giovani senza esperienza e gli adulti con una bassa scolarità.</span><br /><span style="font-size: 10pt;">Il problema tuttavia non è tanto quello della ridistribuzione della ricchezza mediante una semplice perequazione, che avrebbe un effetto positivo nel breve periodo ma riporterebbe l0 stato delle cose al punto di partenza nel medio lungo periodo. Il problema è ridistribuire le opportunità.</span><br /><span style="font-size: 10pt;">Mi spiego con un esempio: se io mi limito a effettuare un prelievo ai più abbienti trasferendo questa ricchezza ai meno abbienti in equivalenti servizi sociali, certamente nel breve periodo avrò contribuito a ridurre il disagio sociale, ma nel lungo periodo continuerò ad avere dei ricchi un po’ meno ricchi e degli assistiti un po’ più assistiti. Di questo passo anche la mobilità sociale sarà sempre più limitata e i figli dei più abbienti continueranno ad esserlo così come i figli degli assistiti probabilmente erediteranno il disagio dai loro genitori. </span><br /><span style="font-size: 10pt;">Se, invece io destino il prelievo a misure strutturali che puntino a creare una piattaforma di opportunità realmente disponibile per tutte le nuove generazioni, nel medio lungo periodo potrò veramente parlare di redistribuzione di ricchezza.&nbsp;</span></p>
<p><strong><span style="font-size: 10pt;">Lei propone una possibile rivoluzione per sovvertire l’ordine delle cose, rivoluzione che si fonda sul concetto di sostenibilità integrata: cosa può ragionevolmente e cosa necessariamente deve cambiare?</span></strong><br /><span style="font-size: 10pt;">Per attuare questo piano, bisogna necessariamente procedere ad una vera e propria rivoluzione che prima ancora che economica sia culturale. In realtà molti giovani già si sono indirizzati in questa direzione: si pensi alla mutata attitudine verso il lavoro, non più concepito come posto fisso, verso la mobilità (la generazione Erasmus) e al rispetto dell’ambiente. Questa attitudine anticipa e accompagna un vero e proprio cambio di paradigma sia economico (non si tornerà mai ai livelli pre-crisi), sia sociale (con i processi di adattamento ai mutamenti climatici e di resilienza in atto).</span><br /><span style="font-size: 10pt;">Un modello economico che voglia accompagnarci in questa evoluzione storica a mio parere deve quindi poggiare sul principio della sostenibilità integrata, cioè non solo attenta alla impronta ecologica che oggi ci fa consumare le risorse del pianeta intorno alla metà di agosto di ciascun anno, ma anche la equità generazionale, che ci impone di non pregiudicare il benessere delle generazioni future.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 10pt;">Quali sono i pilastri di una efficace politica economica intergenerazionale?</span></strong><br /><span style="font-size: 10pt;">La definizione di questi pilastri sconta ovviamente tutte le difficoltà attorno alla ricerca di risposte univoche alle domande di fondo sulla definizione di benessere, sui modi di rilevarlo e ottenerlo. Le rilevazioni degli ultimi quarant’anni ci dicono che l’aumento della ricchezza non è stato accompagnato da un proporzionale aumento del benessere. I grandi interrogativi circa la giustizia globale e la lettura dinami¬ca dell’equità intergenerazionale conducono, inoltre, a ricercare pilastri che possano reggere ad una evoluzione di lungo periodo, idealmente atemporali.</span><br /><span style="font-size: 10pt;">Pilastri che, proprio in considerazione dell’orizzonte temporale con il quale si devono confrontare, presuppongono solide fondamenta che prescindano dalle urgenze e dagli orientamenti dettati dalla attuale congiuntura. </span><br /><span style="font-size: 10pt;">Per questo preferisco politiche economiche ad ampio raggio, che vadano cioè a considerare non solo le dinamiche stret¬tamente economiche, ma anche quelle sociali e di qualità della vita in una visione non esclusivamente antropocentrica. </span><br /><span style="font-size: 10pt;">Provando ora a enucleare i principali pilastri bisogna esplo¬rare tre ambiti differenti: </span><br /><span style="font-size: 10pt;">a) l’evoluzione dell’immaginario collettivo e i percorsi educativi che do¬vrebbero accompagnarla; </span><br /><span style="font-size: 10pt;">b) il rapporto tra l’uomo e la natura e dunque le politiche energetiche e a difesa dell’ambiente da porre in atto per ricostruire il capitale naturale; </span><br /><span style="font-size: 10pt;">c) l’ambito della equità intergenerazionale e una coerente politica fiscale perequativa per la sostenibilità integrata. </span><br /><span style="font-size: 10pt;">Questi ambiti sono dunque il terreno sul quale una politica reale e sostenibile deve confrontarsi. Sono dunque e specularmente tre i pilastri che la devono sostenere e attorno ai quali sviluppare un movimento di opinione che riunisca le forze espresse dalle giovani generazioni oltre che da ogni cit¬tadino animato da uno spirito di solidarietà generazionale: una nuova politica educativa che accompagni, al paradigma emergente, una politica energetica e ambientale con grande attenzione al profilo occupazionale e una politica fiscale che possa sorreggere le altre due grazie ad una redistribuzione delle opportunità e non solo della ricchezza.</span></p>
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