Piccoli racconti dal Novecento, omaggio a François Truffaut

FRANCOIS TRUFFAUTC’è stato un tempo (tra il 1948 e il 1949) che alla Cinémathéque di Avenue de Messine e al Cineclub del Quartiere Latino del Cluny-Palace, andavano a cinema assieme Eric Rohmer, Jacques Rivette, Jean-Luc Godard, FrançoisTruffaut e André Bazin…così come se niente fosse. E proprio in quell’andare giovanile teso a divorarsi tutti i film (gli americani, gli italiani, i giapponesi, gli “altri” francesi, gli amici, i maestri) si formava lo sguardo di una generazione di critici e “auteurs” (la prima “nata nelle cineteche”) che saranno base e linfa di tutto il cinema contemporaneo.

Tra questi, appunto, un giovanissimo Truffaut che successivamente racconterà la sua storia di cinéphile in due scritti critici: I film della mia vita e Il piacere degli occhi (ambedue in edizione Marsilio rispettivamente del 1978 e nel 1986). Se dovessimo sintetizzare cosa ci ha insegnato Monsieur François Truffaut troviamo un elenco intenso e prezioso: il piacere del guardare, il cinema come soavità inventiva, la profonda superficie dell’inquietudine dei sentimenti, la tentazione del far poesia con la macchina da presa, l’incandescente follia di poter dire con poco fiato in gola “eccomi”, la bellezza come vertigine, il necessario superamento tra “cinema d’autore e cinema di genere”, l’incantesimo dei baci rubati, la stordente consapevolezza che tutte le lettere scritte a mano sono sempre lettere d’amore, l’adolescenza come “sentire” infinito, il giocoso rincorrersi dell’amour-amitié, le canzoni sceme che diventano “il sale della vita” e quella sottile differenza tra “tatto ed educazione”…Il passaggio dallo sguardo critico alla perfezione poetica del suo cinema in Truffaut ha qualcosa di sublime, di meravigliosa leggerezza progettuale. E in tutto questo la seduzione sarà sempre la sua compagna più cara.

 

Truffaut l’ha vissuta, la seduzione, con un amore testardo e limpido e ha realizzato sulla sua “meccanica celeste” pellicole straordinarie (su tutte rimando al cineromanzo L’uomo che amava le donne). Tra le tante pieghe del suo cinema mi è sempre piaciuta l’attenzione scrupolosa con cui ha tentato il confronto con un altro regista, così diverso da lui, Alfred Hitchcock (come non ricordare la sua mitica intervista del 1967) avendo cura di mostrare i debiti contratti con lui dentro il suo cinema.

 

Un uomo leggerissimo, François Truffaut, cultore infaticato della bellezza. 

Nel suo penultimo film (La signora della porta accanto del 1981) il regista francese sembra donare a noi spettatori il suo diktat più vero e lacerante: i grandi amori come soglia dell’impossibile dentro quella voce strozzata che ripete “con te o senza te non posso vivere”. Parabola tanto dolorosa quanto necessaria per dircela tutta, la febbre che è alla base di ogni passione infinita e irrealizzabile. Ricordiamo sempre Truffaut e cerchiamone la voce, lo sguardo pungente, la svelta ironia nascostamente gloriosa, la bella eleganza, la felicità del lavoro, la sete di sapere, la levità come motore instancabile.

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