Parità di genere, il gap si riduce ma lento

Il Paese avanza verso politiche più mature di diversità, equità e inclusione anche grazie all’impegno di chi ha fatto della valorizzazione del talento femminile la sua missione quotidiana: «Occorre un cambiamento profondo, non solo normativo ma culturale», ne è certa la vicepresidente del CFP di Confindustria Salerno Simonetta De Luca Musella

 

Partiamo dal suo tema core, la parità di genere. A che punto siamo in Italia? E al Sud?

La parità di genere, che in Italia è certificabile in conformità alla UNI PdR 125/2022, attualmente vede più di 8000 aziende auditate. Questo è sicuramente un ottimo risultato, anche se la strada verso una reale parità di genere è ancora lunga. Continuiamo ad avere infatti un divario significativo sia in termini di partecipazione femminile al lavoro, sia di retribuzioni.

Di fatto, al Sud, purtroppo, affrontiamo ancora ostacoli legati alla minor presenza di servizi e a radicati stereotipi socio-culturali. Ogni giorno incontriamo donne che, accanto alle difficoltà personali, devono superare barriere collettive oramai desuete. Come Diellemme lavoriamo affinché le organizzazioni comprendano che investire sul talento femminile non è un atto di “buona volontà”, ma un acceleratore di competitività e innovazione.

Entro il prossimo giugno verrà recepita nel nostro Paese la direttiva europea sulla trasparenza salariale, che prevede l’obbligo per le aziende di rendere pubblici i criteri retributivi, nonché specificare le retribuzioni nelle offerte di lavoro. Quali effetti concreti porterà con sé il recepimento della norma?

Il recepimento della Direttiva Ue 2023/970 rappresenta una vera svolta culturale, prima ancora che normativa. La trasparenza dei criteri retributivi consentirà alle organizzazioni di dover esplicitare, e dunque analizzare, i processi, riducendo così il rischio di discriminazioni, intenzionali o meno.

Spero che questo possa consentire una maggiore equità nei sistemi di remunerazione, una riduzione del gender pay gap, perché sarà più facile individuarlo e correggerlo; una responsabilizzazione dei vertici aziendali; una maggiore attrattività delle imprese, soprattutto verso le nuove generazioni che chiedono chiarezza e coerenza.

Una direttiva che, finalmente, spinge le aziende a far emergere ciò che funziona e ciò che va migliorato: un primo passo essenziale verso politiche più mature di diversità, equità e inclusione.

E la certificazione di genere nelle aziende come procede? Crescono le adesioni volontarie? Gli incentivi economici sono uno sprone a scegliere questo percorso virtuoso?

Come dicevo, il numero di aziende aderenti ha superato ogni aspettativa. Sicuramente, la possibilità di accedere a finanziamenti dello Stato ha aiutato molto, ma sempre più realtà mi sembra stiano comprendendo che non si tratti di un “bollino”, ma di un percorso strutturato che porta benefici concreti: maggiore trasparenza, processi più equi, migliore attrazione di talenti e un clima interno più inclusivo.

Noi stesse siamo certificate UNI PdR 125 e lo consideriamo un impegno quotidiano: nella nostra azienda, l’83% dei dipendenti è donna e gran parte dei nostri progetti è dedicata proprio al sostegno e alla valorizzazione femminile.

Ma come si vincono le resistenze di quanti ancora credono che le disuguaglianze di genere siano marginali quando addirittura non rilevanti? Come ci si tiene in dialogo con chi pensa che la questione femminile riguardi solo le donne?

La parità di genere non è un “tema femminile”, ma un driver di sviluppo che coinvolge tutti.

In realtà un ambiente non inclusivo si riflette su una mancata competitività dei territori e su un limitato benessere dell’intera società.

Spesso, mostrando i vantaggi concreti per le aziende e per le comunità che le accolgono, anche chi non è aduso a questi temi li inizia a guardare sotto una nuova luce.

Come CFP quali iniziative avete messo in campo di recente e quali sono in programma per migliorare la cultura in termini di divario di genere?

Come Comitato femminile Plurale di Confindustria, abbiamo organizzato convegni di wellbeing tra le associate, sulla parità, la diversità, l’inclusione e sulla prossima Valutazione di Impatto di genere che vede coinvolte le Pubbliche amministrazioni, oltre a portare avanti un progetto contro la violenza di genere.

La speranza è che promuovere temi come l’empowerment e l’autonomia finanziaria, fare formazione sulle competenze trasversali utili a reinserirsi nel mondo del lavoro in modo consapevole, sensibilizzare le aziende e le scuole sui temi della parità, del linguaggio inclusivo e della prevenzione delle discriminazioni, possa generare un cambiamento culturale duraturo, non episodico.

Lei ha dovuto a un certo punto della sua vita professionale…reinventarsi. Il peso della sua storia passata è stato zavorra o trampolino per lanciarsi con fiducia in una nuova dimensione?

In verità sono sempre stata una donna molto fortunata. Anche nelle disavventure che tutte e tutti abbiamo nella vita, sono stata sicuramente agevolata. Certo è che ogni esperienza difficile pesa, ma al tempo stesso ti restituisce una profonda consapevolezza.

Sicuramente, la mia storia mi ha reso più attenta, empatica e determinata nel voler costruire un luogo di lavoro in cui nessuna donna si sentisse sola come io, in certi momenti, ho avvertito. Ma ho avuto persone che ci hanno creduto – penso a tutte le colleghe e i colleghi che mi affiancano quotidianamente – senza cui non potrei fare nulla.

Diellemme nasce proprio da questo: dal desiderio di trasformare un vissuto complesso in un’opportunità condivisa e generativa per tutte.

Indagando la sfera più privata, che bambina è stata e, crescendo, che adolescente è diventata? A quale protesta aderirebbe oggi se fosse una studentessa universitaria?

Sono stata una bambina libera.

E quindi anche in questo sono stata fortunata. Credo che la libertà della mia generazione non è stata propria di quelle successive.

Ho potuto seguire sempre i miei sogni, non ho avuto limitazioni, ma mi è stato insegnato un profondo rispetto verso il prossimo e un’attenzione verso chi veniva messo ai margini.

Ho avuto sicuramente un osservatorio privilegiato, anche per il lavoro dei miei, da sempre garantisti contro qualsiasi tipo di ingiustizia. Sarebbe stato difficile non apprendere da esempi così brillanti.

Se oggi fossi una studentessa universitaria, farei quello che ho fatto da ragazza, scenderei in piazza per difendere i diritti delle donne, per l’educazione affettiva nelle scuole, per un modello sociale che non lasci indietro nessuno. Sono battaglie ancora troppo attuali per poterle considerare vinte, ed è colpa della mia generazione se ora il mondo è meno inclusivo: abbiamo considerati acquisiti diritti per cui vale sempre la pena combattere, per cui la guardia non va mai abbassata.

Ha paura di invecchiare? Sono più le donne o la società ad aver paura di invecchiare?

No, mai avuta. Sono consapevole del tempo che scorre, e considero l’età un alleato: ho una maggiore consapevolezza, riesco a leggere aspetti della quotidianità che prima mi sfuggivano, spero di aver sviluppato una maggiore profondità e lucidità nelle scelte.

La Magnani diceva che era fiera delle sue rughe e così è per me. Sono onorata di vedere i miei figli crescere, e lo ripeto loro spesso, ma ancora forse, troppo poco.

Un’ultima curiosità: per lei quali sono i punti di forza delle donne contemporanee?

Sono consapevoli dei loro diritti, sono eccezionali professioniste, sanno cosa sia la sorellanza, sanno creare reti di sostegno reale, sanno leggere i cambiamenti e adattarsi velocemente.

Sono qualità preziose, soprattutto in un mondo che ha bisogno di leadership empatiche, collaborative e orientate al bene comune.