Seguendo la nostra traiettoria fluttuante, ci addentriamo in uno spazio indefinito in cui i linguaggi si mescolano, i confini tra i media sfumano e l’arte si fa esperienza di attraversamento, mutazione, deriva. Qui, emerge l’opera che ci accingiamo a esplorare tra orbite intermediali e improvvisi cambi di rotta, mai in cerca di atterraggio
C’è un modo pigro di far incontrare fumetto e musica: il libro ridotto a gadget, il disco usato come esca promozionale. Due oggetti che si strusciano, si annusano, poi tornano ognuno nel proprio recinto (intatti, innocui, intercambiabili). Orbit Orbit, il fumetto-disco firmato da Caparezza uscito nel finale del 2025, sceglie invece la strada più difficile (e per questo più rara). I due linguaggi li mette in attrito, li costringe a contaminarsi fino a cambiare forma. E l’intermedialità smette di essere un’etichetta di comodo per diventare una forza di gravità: ti aggancia, ti trascina, ti fa entrare in orbita (prima ancora che tu te ne accorga). La narrazione illustrata diventa forza generativa dell’intero album.
E la musica, a sua volta rimette in circolo il fumetto, lo riscrive in frequenza, timbro, dinamica. È rimediazione nel senso più vivo del termine. La struttura intermediale di questo lavoro è chiara: due orbite che disegnano un’unica rotta.
Prima un volume sceneggiato da Caparezza e affidato a più mani per i disegni. Poi un disco che nasce da quella matrice. Due prodotti che divengono un circuito da attraversare. Lo sguardo scivola verso la cuffia, l’ascolto torna alla pagina e ogni transito lascia una traccia. Ciò che era immagine diventa suono.
Ciò che era suono rientra nella visione con un’altra densità.
Tutto parte da un’urgenza biografica di Caparezza. Acufene e ipoacusia impongono una riconfigurazione dell’ascolto e, con essa, dell’identità professionale: quando il canale principale si incrina, occorre ripensare il mestiere, l’accesso al mondo, perfino l’idea di “sentire”. In quella zona di attrito, l’incontro con Simone Bianchi apre una deviazione concreta. Una cover variant di Exuvia diventa la soglia per entrare davvero nel fumetto. Magnifico luogo di scrittura e di costruzione.
La sceneggiatura, allora, funziona insieme da ancora e da trampolino. Riattiva una passione d’infanzia, rimette in moto l’immaginazione proprio mentre la musica appare territorio compromesso.
E poi restituisce alla musica una via nuova. La rimediazione smette di essere categoria teorica e diventa gesto operativo. Caparezza converte la crisi in linguaggio, fino a trasformare una perdita in un altro modo di ascoltare il mondo. Dentro il fumetto la narrazione procede per slittamenti, corrispondenze, accensioni improvvise. Un bosco, un festival estivo, un backstage che si fa insieme rifugio e soglia.
Poi lo svenimento. E la storia apre una seconda stanza: il viaggio nello spazio fra pianeti e apparizioni, dove gli oggetti del dietro le quinte cambiano scala e natura. Una vibrazione diventa terremoto su un pianeta alieno, un flash assume la forma di supernova. La realtà viene riscritta nel sogno, il sogno rimbalza sulla realtà: la traduzione produce senso e lo produce proprio nel momento in cui altera la materia di partenza.
A rendere più forte questo effetto contribuisce la pluralità degli stili: una squadra di disegnatori legati all’orbita Sergio Bonelli Editore moltiplica registri e punti di vista. La storia resta riconoscibile, lo sguardo cambia continuamente pelle. La variazione grafica diventa montaggio, il montaggio diventa narrazione. Anche qui l’intermedialità lavora “dentro” la forma: un’identità si racconta attraverso metamorfosi di segno. L’album, pubblicato da BMG, raccoglie e rilancia questa architettura come un concept luminoso: fantascienza e confessione autobiografica, cultura nerd e filosofia dell’esistenza, immaginazione e realtà. Quattordici tracce seguono quattordici capitoli.
Ogni brano è un nodo di rete. Il viaggio è interiore e cosmico insieme, con una traiettoria che parte dal buio e apre gradualmente verso la luce. “Fluttuo, orbito” e “Il pianeta delle idee” aprono un viaggio in cui il fumetto si traduce in suono: simboli e personaggi (come l’ombra interiore di “Darktar”) diventano ritmo e timbro. Il centro è “A Comic Book Saved My Life”: immaginazione come cura, per necessità. Poi l’album cambia passo tra omaggi, spinte elettroniche e innesti di reale (“Curiosity” con Maurizio Cheli), fino a “Gli occhi della mente” che interroga il confine fragile tra immaginazione e realtà senza anestetizzarlo.
Sul piano musicale Orbit Orbit appare come il lavoro più compatto della carriera di Caparezza. Domina l’elettronica, tra space music e futuro anni Settanta. Continui rimandi a Kraftwerk, Rockets e Giorgio Moroder straordinari ponti costruttivi fra passato e futuro, artificio e umanità. Il rap resta, più essenziale: meno virtuosismo, più densità. L’intermedialità è metodo: sottrarre maschere, cambiare grana, riorganizzare il suono trasformando il limite in cornice creativa. Il vincolo diventa forma e racconto, nato da una traduzione. Nel finale, “Pathosfera” cerca empatia, “Cosmonaufrago” chiude il ritorno dell’astronauta, “Perlificat” esplode in un coro orchestrale: dal singolo al plurale, dalla crisi a una forma condivisa. Orbit Orbit di Caparezza pratica un’intermedialità popolare e consapevole. Un’opera che chiede ascolto lento, resiste al dominio da playlist e invita a perdersi. Doppia orbita ma verso un’unica rotta: il viaggio è traduzione e la traduzione diventa rinascita.