
Negli anni, la mia trascurabile consuetudine con gli Internazionali d’Italia si è andata assottigliando sempre di più. Come tutte le dipendenze di una certa gravità, tuttavia, si ripresenta con maggiore carica distruttiva dopo i periodi più lunghi di sobrietà (o meglio chiamarla astinenza? Lascio le valutazioni di competenza agli specialisti).
A differenza di tutti gli altri appuntamenti del Tour, questo è l’unico che purtroppo mi viene ancora a cercare. Non basta spegnere la televisione e staccare i social. Il respiro del Foro che si risveglia una volta all’anno «è molto forte e incredibilmente vicino».
Il bouquet misto di terra rossa compatta e righe accecanti, di affettati misti – sponsorizzati e venduti a prezzi newyorchesi dopo lunghe giornate di ostensione ai fedeli – di fiori, schiocchi, sibili e vibrazioni, ti viene a cercare per colpirti dritto in faccia.
È così che, con lo spirito del gatto che aspetta sotto il tavolo che gli siano allungati i resti, negli ultimi due anni mi sono ritrovato a racimolare gli ultimi scampoli delle prime giornate del torneo.
L’esercizio forzato dei primi turni in serale, del rannicchiarsi nell’umido dei campi meno illustri, ma pur sempre illuminati a giorno, nel tempo (poco) tende a produrre alcune discutibili quanto piacevoli consuetudini (forse anche a causa della mia vecchia predilezione, in quanto allergico al sole, per gli impegni agonistici serali: i pochi a lieto fine si sono sempre conclusi a fatica e in orari improbabili).
Mentre mi avvio al nuovo campo 13, uno dei due campi gemelli costruiti al posto della vecchia Supertennis Arena, penso che sulla precedente reincarnazione di questo campo ci ho anche giocato il mio unico match al Foro. Si trattava del primo turno della fase nazionale di un tale torneo giovanile, alla quale ero arrivato un po’ per caso.
Match perso, naturalmente, dopo più di tre ore e con quarantadue gradi all’ombra (non era in serale). Guardando il campo mi ricordo l’esatta posizione dei secchi di plastica per palline pieni d’acqua che ci avevano portato, per immergerci la testa ai cambi di campo e evitare che qualcuno ci lasciasse la pelle, con eventuali, potenzialmente spiacevoli complicazioni a margine per genitori e organizzatori.
Interludio ungherese
La mia consuetudine di questa sera si chiama Marton Fucsovicz.
Un anno fa pure era stato il protagonista dell’unico match dove mi ero riuscito a intrufolare.
In un anno non è cambiato niente, salvo i toni della maglietta e degli shorts del nostro protagonista, passati dal grigio-nero a un’alternanza di blu e celeste pastello da ristorante di pesce, con il canguro della Australian.
Dall’altra parte della rete c’è Dino Prizmic, ventenne croato dai capelli rasati e dal dritto violento e spesso fuori misura.
Come l’anno scorso, non riesco a non sperare che passi l’ungherese. Se non altro, perdendo questa sera farebbe un gran torto alla riuscita della visita in Italia del suo Primo Ministro eletto.
Per chi avrà votato il Signor Fucsovicz? Avrà votato alle ultime elezioni?
Sappiate che l’ungherese fa tutto bene, e lo consiglio ai lettori perché sa fare tutto. È una specie di Berdych, per chi lo ricorda, ancora meno fortunato: il prodotto di una certa scuola centroeuropea post-Patto di Varsavia, basata su una interpretazione letterale del manuale del tennis, che tralascia accuratamente tutto ciò che nel manuale non c’è, conferendo una certa, e non indifferente, dose di malinconia e rassegnazione.
Ha ricominciato a piovere, siamo sul 5-4 per Prizmic.
Risultato a parte, continuo a guardare imbambolato il protagonista, mentre colpisce la palla con una rarissima pulizia.
Non ha punti deboli, se non la sua stessa, inspiegabile rassegnazione.
Primo set Prizmic, 6-4.
Eppure sa fare davvero tutto. Oltre alla cristallina pulizia dei fondamentali, possiede una forza e una struttura fisica che lo fanno sembrare, per chi è pratico di piste e pedane, un incrocio tra un quattrocentista a ostacoli e un giavellottista. Sa anche battere, difende, sa affettare e caricare la palla, “la sente” come dice un qualche maestro di circolo in gita con tuta blu d’ordinanza (lo stesso che prima dell’inizio del match diceva a una bambina, probabilmente, una sfortunata allieva, “adesso arrivano i maschietti che tirano forte”).
Tra oscuri richiami ugro-finnici, a dispetto della sua mascella squadrata, Marton sa ricamare di polso, persino in scivolata, e compie due recuperi improbabili, tutti e due di rovescio, con una mano, infilando Prizmic in angoli del campo in cui probabilmente il croato non hai mai osato avventurarsi.
Non si capisce se dimostra più o meno anni dei 34 che ha. Chi come me lo ha visto su una lontana pagina del Tennis Italiano, ancora junior, allenarsi con Federer, dopo aver vinto il titolo Boys ai Championships, non può che ostinarsi a dargliene di meno. Non va oltre un rispettabile 31 al mondo nel 2019, ora è 50.
Non sembra un tipo particolarmente simpatico Marton, ma mi attrae inevitabilmente in quanto ex promessa.
La continuazione del match tra la ex promessa e la possibile futura ex promessa vacilla sotto la pioggia, qualcuno se ne va, altri sciamano verso il Centrale per andare a vedere “com’è questo Cinà” (sempre parafrasando il maestro in tuta blu seduto dietro di me, che si accinge ad abbandonarmi).
La pioggia, Clerici, Kahneman e il calendario
Questa settimana è uscito un nuovo documentario su Gianni Clerici, presentato proprio agli Internazionali, nell’omonima sala stampa.
“Everybody loves you when you’re six foot in the ground”.
Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra.
Nel mio divagare, col tabellone fermo sul 6-4 del primo set, scorro mentalmente tutti i ricordi prodotti dal mondo degli addetti ai lavori e di quello generalista nei quattro anni passati dalla morte del Dottor Divago.
Ne emerge un quadro confortante, una narrativa dolcificata, che quando non si esaurisce nella ripetizione un po’ superficiale di un certo numero di aneddoti, si scava solitamente una sua nicchia, per contenta poi di rimanerci.
Come spesso accade, la morale della favola si costruisce sull’irripetibilità del personaggio, quello dell’intellettuale e scrittore prestato al tennis. È oggettivamente difficile da replicare. Lo stesso Clerici riconosceva di aver ricavato la sua imparagonabile (nel mondo del giornalismo sportivo) libertà artistica da una preesistente indipendenza economica.
Ma fermarsi qui equivale a negare l’attualità e la carica corrosiva dello Scriba.
Delle migliaia di articoli, decine di libri, ore di telecronache tendiamo a filtrare tutto ciò che non passa come erudizione, aneddotica e culto del “bello”, tutto ciò che non è “divago”, lasciando fuori tutto quello che rende davvero Clerici di bruciante attualità.
Parliamoci chiaro: Clerici era snob, il più snob degli snob, al limite del classismo. Era autoreferenziale, tagliente, lezioso, contorto, armato di un’ironia geniale, subdola e affettata, più britannica che italiana. Litigava con gli editori, con i capi redazione, con la Federazione tennis.
Dello scrittore, dell’artista e dell’intellettuale aveva anche tutte le idiosincrasie, i vezzi, i manierismi. Era allo stesso tempo straordinariamente moderno e prodotto di un’epoca passata, nella lingua, nel pensiero, negli schemi mentali.
Clerici era lento. Clerici era ingombrante. Clerici non era lineare. Clerici era di non immediata (se non di difficile) comprensione.
In buona sostanza, Clerici non conveniva a nessuno e converrebbe ancora meno adesso.
Guardando al portafoglio, ce lo possiamo permettere un altro Clerici?
Probabilmente ci piace così tanto ricordarne la non replicabilità perché non ci conviene replicarlo, perché non ce ne possiamo permettere un altro.
La sua vera eredità è terribilmente attuale. La densità dei commenti televisivi, gli articoli che spesso tralasciano anche il risultato del match in questione, così come “500 anni di tennis”, I gesti bianchi”, “La Divina”, “Erba rossa” e tanti altri titoli, ci obbligano a fare i conti con il “sistema 2”, per dirla con Daniel Kahneman, con la modalità di pensiero lento della psiche tennistica.
Senza mai perdere il contatto con l’evoluzione del gioco, con una spietata lucidità, Clerici ci obbliga ancora a fare i conti con la natura ancestrale di un gioco che non è come gli altri e non può nemmeno diventarlo per ragioni fisiologiche.
Clerici ci mette di fronte alla lentezza di un gioco senza limiti di tempo massimo, un gioco di difficile comprensione, di difficile sopportazione, di difficile apprendimento, con un sistema di punteggio non logico e poco efficiente, che parla una lingua strana e arcaica. Ci obbliga a fare i conti con la profondità storica e psicologica di quella che lo stesso Clerici aveva ribattezzato “l’unicità del tennista”.
In questa unicità possiamo leggere l’individualismo esasperato, residuato del lontano passato dilettantistico, di per sé inefficiente e antieconomico, (la solitudine è sempre antieconomica: andate a controllare, paniere dei beni alla mano, se vi conviene andare a vivere da soli nella attuale congiuntura).
È di per sé inefficiente e antieconomico, uno sport globale, con un volume d’affari miliardario che crea immense fortune (che, come un tardo Clerici commentava, sanno di “creato” e non di “costruito” per le proporzioni e la rapidità con cui arrivano ai pochi, bravi e fortunati destinatari) nemmeno per l’1.5% dei professionisti, mantenendo il resto nella quasi precarietà.
Si tratta di diseguaglianze sistemiche, che per essere raddrizzate richiederebbero un difficile, radicale ripensamento del rapporto del tennis con la modernità dello sport professionistico e le sue implicazioni economiche.
Sono inefficienti e antieconomiche la struttura del punteggio e dei tabelloni, la lunghezza dei match, l’assenza di pareggio, il sistema arbitrale, l’esistenza stessa del doppio e del doppio misto.
Questo lunedì su Repubblica, ultima testata ad ospitare i trafiletti dello Scriba, un commentatore faceva notare, con notevole lucidità, che il calendario dei tornei, ATP e WTA, è arrivato a un punto di rottura, ricordando il numero crescente di infortuni e la fatica che ottimi giocatori e giocatrici (anche vincitori di prove dello Slam) che si trovano a remare gli uni contro gli altri al primo turno, forse troppo rapidamente retrocessi al rango di ex promesse anche per colpa dell’intensità del tour.
Arrivano quindi gli esperimenti di riduzione del punteggio, i killer point, i timer inseriti qua e là in via più o meno sperimentale, le formule alternative, il ridimensionamento (e svuotamento) di quel che resta della Coppa Davis e della stagione su erba (entrambi inefficienti e antieconomiche) e così via.
Rileggere Clerici ci ricorda che alla base di tutto c’è un problema culturale: il tennis è uno sport strutturalmente inadatto alle logiche del professionismo contemporaneo. Elitista, individualista, lento, inefficiente: il tennis è inadatto ai tempi e ai modi dello sports business, e l’adattamento forzato del gioco alle logiche di mercato attuali rischia di portarci, nel prossimo futuro, a punti di strappo difficilmente ricucibili.
Che fare? Solitamente questo problema viene affrontato in due modi ugualmente dannosi.
Il primo e più diffuso: il presentismo esasperato. Quello della pubblicità martellante, dei record di biglietti venduti, delle tessere gold, dei Six Kings Slam, dei Carota Boys, della musica a palla nei cambi di campo, delle dirette su Instagram, quello dei Mouratoglou, dei rodei amatoriali del fine settimana, della Davis condensata anch’essa in formula rodeo. La soluzione è espandersi fino a scoppiare imitando altri giochi con la palla con difetti di nascita meno evidenti, arraffando quanto più possibile, ignorando il passato e anche il futuro.
Il secondo, meno diffuso e non per questo meno distruttivo: il passatismo, che a sua volta si divide in due scuole distinte e tendenzialmente poco allineate. La prima, quella moderata e caciarona che prende in genere prende la forma di una nostalgia ripetitiva per il “il bel gesto”, il “braccio” (qualunque cosa significhi), il “Pof” della pallina bianca, lo Studio54, la racchetta di legno. Questa variante si traduce in genere in un culto dell’aneddoto. “Ai miei tempi non ci si allenava”, “ai miei tempi si stava fuori fino a tardi”, “adesso si tira più forte, adesso giocano meglio, ma ai miei tempi…”.
L’altra soluzione è invece quella della lettura integralista, fondamentalista, dei testi sacri che, come ogni testo sacro che si rispetti, più sono antichi e meglio sono. Meglio chiudersi in cerchie, sette, circoli, club e nicchie sempre più anguste, generalmente assumendo un atteggiamento ostile superiorità nei confronti del resto del mondo, rimpiangendo forse i tempi della pallacorda.
In un certo senso, il modo migliore per ricordare Gianni Clerici è proprio quello di replicarlo. Non in chiave stilistica, ma proiettando in avanti il suo approccio al tennis, il suo modo di vivere il gioco. Ancorato alle radici dei gesti bianchi (che volenti o nolenti, rimangono quelle), ma inseparabile dalla concezione del gioco come una continua evoluzione. Un approccio nel quale teoria e pratica non sopravvivono l’uno senza l’altro. Così forse potremmo anche sperare in un futuro nel quale evitare entrambi i mali: presentismi e passatismi di sorta.
Entrambi sono risultati del pensiero di tipo 1, applicato al tennis, che produce risultati diversi a seconda dei tipi di personalità nei quali viene attivato. Tanto per dirne una, applicando più spesso quel tipo di pensiero 2 al gioco nel suo insieme magari vedremmo un calendario più umano, modellato sul tennis e non su altro che tennis non è, con tutte le ricadute positive del caso.
Ma potremo permettercelo?
Epilogo
A fine primo set, la pioggia ha avuto la meglio e il match è stato sospeso. Rimanevano a bordocampo solo gli addetti ai lavori e una poliziotta intenta a filmare col cellulare il nostro protagonista.
A ora di pranzo del giorno dopo, il match è tuttora in corso, sempre sul campo 13, ma non posso più vederlo perché a orari che ancora prevedono la luce solare.
Dopo un po’ ricontrollo il risultato. Prizmic ha vinto 6-4 6-3.
Forse nemmeno a Marton fa bene la luce del sole