Viaggio nel multimediale cosmo dell’artista salernitano Maurizio Martinucci, classe 1968
«Siamo solo vortici in un fiume di acqua in continua evoluzione. Non cose che permangono, ma pattern che si perpetuano». Si tratta di una citazione del matematico e filosofo statunitense Norbert Wiener (1894 – 1964), considerato il padre della cibernetica e, pur non essendo riferita all’ambito artistico, in essa riecheggiano alcune delle caratteristiche di Fluxus: il carattere transitorio della sua estetica, la mutevolezza di un’esperienza in continuo divenire, la dimensione performativa, processuale e vitale dell’opera, tra ripetizione e variazione.
A inserirsi, in chiave contemporanea e post-digitale, nella poetica del flusso ed esemplificare l’affermazione di Wiener è il lavoro del salernitano Maurizio Martinucci aka TeZ, classe 1968, in particolare PLASM, opera da cui partiremo, per un viaggio nel multimediale cosmo dell’artista.
Trapiantato ad Amsterdam, dove da anni vive e lavora nel mondo della musica elettronica, vanta collaborazioni con artisti internazionali, come Adi Newton, Kim Cascone, Taylor Deupree, Scanner e molti altri. Ai primi anni Novanta, risalgono le sue prime uscite con M.S.B. e DOSERO, dal 2010 è membro della band britannica Clock DVA ed è l’ideatore della piattaforma Optofonica per l’arte-scienza sinestesica. Una delle sue ultime collaborazioni è il brano Condition, contenuto nell’EP retrofuturista e cyberpunk di SR60 (nome d’arte di Giuseppe Mascia), dal titolo Hel, pubblicato il 30 maggio da Macro Terra Records. Il brano, scritto e prodotto da SR60 e da TeZ, esprime la duplice anima «tra melodie e rumore», tra frantumazione e ricomposizione.
PLASM (2014)
Installazione immersiva e performance dal vivo che, attraverso immagini in movimento e un variegato paesaggio sonoro, catapulta i partecipanti in un ambiente in cui forme organiche, che ricordano cellule, tessuti e organi, sono in continua evoluzione. Ad ispirare l’opera, il lavoro di Alan Turing (1912 – 1954), pioniere nell’ambito dell’informatica, che si è occupato anche di morfogenesi. L’artista, attraverso l’arte generativa, fa rivivere la ricerca di Turing sul mondo naturale e, in una nota sul sito tez.it, afferma che la sua «composizione non ha inizio né fine» e che «come un processo vitale, è un flusso infinito di mutazioni, in continua e incessante evoluzione.
Pertanto, ogni momento è unico e non si ripeterà mai più […]». Sintetizza, ampliandolo in maniera efficace e poetica, il concetto espresso nella frase da cui siamo partiti: la vita, come l’arte, nasce dall’interazione con l’altro, in una dimensione di relazione, irripetibilità e perpetuo mutamento.
ILINX (2014)
Un’intensa esperienza corporea, un offuscamento dei sensi della vista, dell’udito e del tatto. Il termine ilinx, dal greco “vertigine”, è l’ebbrezza che si prova quando si è soggetti a forze estranee sulle quali non si possiede controllo, una sorta di disorientamento percettivo, di alterazione dei sensi, di cui parla Roger Caillois (1913 – 1978) in I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine (1958). Quattro visitatori indossano abiti (progettati ad hoc) dotati di dispositivi di rilevamento e attivazione, che consentono loro di interagire con lo spazio, in un flusso sinestesico continuo e in un processo di sostituzione sensoriale (la sostituzione di un input sensoriale con un altro), che estende e dilata i confini dei corpi.
Haptic Field (2016)
L’installazione multisensoriale fonde moda e tecnologie wearable. Annullata la capacità dei partecipanti di orientarsi visivamente, l’intero spazio si trasforma in un ambiente allucinatorio, in continuo mutamento. Ritmi e texture sonore modificano le dimensioni e la forma della stanza; luce, suoni e sensazioni tattili colpiscono i corpi, grazie agli abiti creati a tal scopo, in un immenso e dinamico campo sensoriale condiviso. Si sperimentano sensi di solito trascurati: il tatto, l’udito, la propriocezione, l’esperienza del tempo, la presenza invisibile degli altri.
Other / Self (2017)
L’installazione vede coinvolti due visitatori, cui vengono applicati sensori che rilevano il battito cardiaco; sono seduti uno accanto all’altro in direzione opposta e, improvvisamente, restano immersi nel buio. Ogni individuo inizia a percepire gradualmente il battito dell’altro, tradotto in pattern luminosi, acustici e tattili, a diversi livelli di intensità. In un inquietante climax, i battiti si sincronizzano e si completa, con un rapido e improvviso cambiamento di luce, suoni e vibrazioni, l’incontro sensoriale tra i due individui, tra il sé e l’altro.
Dissense (2017)
La performance dal vivo coinvolge l’artista e il pubblico. Dotato di una serie di sensori corporei (frequenza cardiaca, respirazione, EEG, EMG, conduttanza cutanea), l’artista svolge una serie di movimenti intensi, trasferendo la sua risposta fisiologica alla folla tramite dispositivi wearable. La stimolazione per il pubblico può avvenire simultaneamente o diffondersi come un’onda. Luci e suoni dispiegano atmosfere imprevedibili, da suoni tenui, a lampi e rumori saturi.
Siamo di fronte a un artista che, con il suo lavoro, seppur difficilmente classificabile, attraversa le correnti del Fluxus, da Nam June Paik (1932 – 2006), ai giapponesi Yasunao Tone (1935 – 2025) e Takehisa Kosugi (1938 – 2018) fino a solcare le onde della psicoacustica di Alvin Lucier (1931 – 2021). Condividendo la stessa tensione al dissolvimento dei confini percettivi con artisti contemporanei, come Ryoji Iheda o Daito Manabe, sviluppa software e hardware per compiere avanzate sperimentazioni estetiche, alla ricerca di nuove forme di arte e di intima relazione con il pubblico. Si concentra su composizioni generative e tecniche innovative di sonificazione, plasmando ambienti immersivi in cui immagini, luci e spazi danno vita a percezioni vertiginose. L’audiovisivo diventa organismo vivente, in un sistema reattivo e interattivo, in cui lo spettatore (o meglio, co-autore), viene coinvolto in esperienze stranianti e diventa nodo ricettivo e risonante. Traccia mappe sensoriali e percorsi esperienziali, alla ricerca di soglie d’interazione tra suono, luce e spazio, riattualizzando radicalmente il concetto caro al filosofo statunitense John Dewey (1859 – 1952) di Art as Experience (1934), arte intesa come esperienza viva, che coinvolge radicalmente il corpo dei partecipanti, attraverso un’intensa stimolazione sinestesica, in una dimensione di continuità fluida tra arte e vita, tra poesia e tecnologia.