LA RICCHEZZA DELLA CONTAMINAZIONE

Salvio Capasso, responsabile servizio territorio & imprese, SRM

Agricoltura che dialoga con il digitale, aerospazio che integra sostenibilità, imprese che coniugano produttività e benessere dei lavoratori. Per Salvio Capasso, responsabile servizio territorio & imprese, SRM: «È questa la chiave per trasformare il sistema produttivo in un laboratorio avanzato di sviluppo, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica, tecnologica e industriale e di contribuire al rilancio dell’intero Paese»

 

Anche quest’anno SRM è stato partner scientifico del Premio Best Practices per l’Innovazione di Confindustria Salerno, elaborando un’analisi di scenario per ciascuna delle quattro filiere oggetto di indagine dell’edizione 2025: agrinext, aerovision, digital transformation e sustainable. Quali i principali esiti dello studio?

Agricoltura, industria avanzata, digitale e sostenibilità condividono oggi la stessa logica: integrare innovazione tecnologica, capitale umano e responsabilità sociale per generare valore. L’agroalimentare evolve in chiave di bioeconomia, fondendo tradizione e pratiche di precisione; l’aerospazio mostra la forza di una manifattura ad alta intensità tecnologica proiettata sui mercati globali; la trasformazione digitale fornisce strumenti e linguaggi comuni che attraversano ogni comparto; la sostenibilità, infine, diventa il collante che orienta imprese e istituzioni a ripensare processi, modelli organizzativi e rapporti con la collettività.

Ne emerge un quadro in cui le filiere non sono percorsi paralleli, ma parti di un ecosistema innovativo che funziona quando ricerca, imprese e infrastrutture si incontrano. Cloud, intelligenza artificiale, Internet of Things, energie rinnovabili, economia circolare, welfare aziendale: tutti questi elementi concorrono a definire una stessa traiettoria di sviluppo, che non vede nella transizione un ostacolo, ma un’opportunità per aumentare competitività, attrarre investimenti e generare inclusione sociale.

L’analisi di SRM dimostra così che il vero motore di crescita sta nella capacità di contaminazione: agricoltura che dialoga con il digitale, aerospazio che integra sostenibilità, imprese che coniugano produttività e benessere dei lavoratori. È questa la chiave per trasformare il sistema produttivo in un laboratorio avanzato di sviluppo, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica, tecnologica e industriale e di contribuire al rilancio dell’intero Paese.

Dalle vostre analisi recenti, il Mezzogiorno- per la sua collocazione geografica – ha ancora molto da offrire in termini di leve di sviluppo. Mezzogiorno uguale Mediterraneo, è così?

Il Mezzogiorno, per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, rappresenta molto più di una parte del territorio nazionale: è una piattaforma naturale di connessioni tra Europa, Africa e Medio Oriente. In questo senso, dire “Mezzogiorno uguale Mediterraneo” significa riconoscere che il futuro del Sud si gioca proprio sulla capacità di valorizzare questa collocazione, trasformandola in una leva geo-economica capace di incidere non solo sullo sviluppo italiano ma anche sugli equilibri europei.

Le analisi condotte da SRM mostrano come tre grandi filoni produttivi – le filiere industriali del Mezzogiorno, l’Economia Marittima e l’Energia – siano accomunati da un elemento trasversale: le connessioni. I porti meridionali, con oltre il 45% del traffico container nazionale e punte di eccellenza come Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno, sono snodi fondamentali delle rotte globali, integrati nelle catene logistiche che collegano il Mediterraneo ai mercati europei.

L’Economia del Mare, con cantieristica, logistica e blue economy, diventa così un settore strategico non solo per la competitività del Sud, ma per la sicurezza e la resilienza delle forniture europee. Lo stesso vale per l’energia: i gasdotti e i futuri corridoi dell’idrogeno che approdano sulle coste meridionali fanno del Mezzogiorno la “porta verde” dell’Europa, in grado di attrarre investimenti, garantire approvvigionamenti diversificati e accelerare la transizione ecologica. Qui la geografia diventa geo-economia: la collocazione mediterranea si traduce in capacità di generare valore e autonomia strategica per l’intero continente. Le filiere produttive, dall’agroalimentare all’aerospazio, trovano forza proprio nell’essere interconnesse ai mercati globali attraverso porti, infrastrutture energetiche e reti digitali.

Per questo il rilancio del Mezzogiorno passa da un investimento deciso nelle connessioni – fisiche, energetiche e tecnologiche – che lo rendano hub di scambi, innovazione e sostenibilità. È in questa chiave che il Sud può diventare un vero motore di crescita europea, trasformando la sua posizione geografica in un vantaggio competitivo strutturale.

E la nostra regione, la Campania, rispetto ai 4 ambiti approfonditi anche in occasione del Premio BPI, come si posiziona?

La Campania emerge dalle analisi condotte da SRM in occasione del Premio Best Practices come una delle regioni più dinamiche del Mezzogiorno, capace di intrecciare tradizione e innovazione lungo tutte le filiere considerate. L’agricoltura resta un pilastro identitario, non solo per il valore delle produzioni di eccellenza, ma anche per la crescente capacità di introdurre pratiche di precisione e soluzioni digitali che aprono la strada alla bioeconomia.

Questa vitalità si riflette anche nel settore aerospaziale, in cui la Campania è riconosciuta come uno degli hub nazionali di riferimento: qui convivono grandi imprese, PMI e centri di ricerca di livello internazionale, all’interno di un distretto che ha fatto della collaborazione tra industria e ricerca un modello di sviluppo.

La spinta tecnologica e l’apertura ai mercati globali, caratteristiche dell’aerospazio, dialogano con quanto avviene sul fronte della trasformazione digitale, che vede la Campania tra le aree più vivaci del Sud per numero di imprese, startup e capacità di adottare cloud, intelligenza artificiale e piattaforme digitali. La crescita è evidente, ma per consolidarsi richiede investimenti in infrastrutture e soprattutto in competenze, così da permettere alle PMI di compiere un salto di scala.

A fare da cornice trasversale è il tema della sostenibilità, che non rappresenta più un vincolo ma un’opportunità: raccolta differenziata ed economia circolare mostrano progressi concreti, mentre il welfare aziendale si diffonde anche tra le realtà di piccola e media dimensione, segno di una crescente attenzione al benessere dei lavoratori e alla responsabilità sociale.

In questo intreccio di percorsi, la Campania mostra dunque una forte capacità di posizionarsi come protagonista delle grandi transizioni digitale, verde e industriale. Restano da affrontare alcune fragilità strutturali, ma il tessuto imprenditoriale, la qualità della ricerca e la propensione all’innovazione confermano la regione come uno dei poli trainanti non solo del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese.

La dinamica positiva che la Campania sta sperimentando negli ultimi anni sul piano economico ne è una prova tangibile: un risultato che riflette proprio il ruolo propulsivo di queste quattro filiere, oggi veri motori di competitività, occupazione e sviluppo sociale per l’intero territorio regionale.

Di cosa ha bisogno il sistema dell’innovazione italiano per creare valore e realtà imprenditoriali che possano avere futuro, mercato e tempo?

Per creare valore e dare futuro al sistema dell’innovazione italiano non bastano iniziative isolate: occorre un ecosistema aperto, integrato e capace di mettere in rete attori, competenze e risorse. Le analisi di SRM individuano in tre direttrici fondamentali – le 3C, ovvero Connessione, Coesione e Competenza – i fattori essenziali per fare dell’innovazione un motore stabile di sviluppo. La Connessione riguarda la capacità di costruire reti tra università, imprese, finanza e istituzioni, creando filiere innovative e canali efficaci di trasferimento tecnologico.

La Coesione è legata alla governance e alla fiducia tra i soggetti dell’ecosistema: senza collaborazione e stabilità, l’innovazione rischia di rimanere frammentata e incapace di generare impatto duraturo. La Competenza, infine, è il pilastro su cui poggia tutto: capitale umano qualificato, specialisti ICT, ricercatori e manager innovativi sono indispensabili per trasformare tecnologie e idee in imprese solide.

L’Italia, pur migliorando negli ultimi anni, resta un innovatore “moderato” in Europa, con punti di debolezza proprio nell’istruzione terziaria e nella disponibilità di profili digitali. Nel Mezzogiorno il divario è ancora più evidente: la spesa in R&S è pari solo allo 0,96% del PIL, contro l’1,37% nazionale; appena il 62,6% delle imprese raggiunge un livello base di digitalizzazione, a fronte del 70,7% della media italiana

Eppure, segnali positivi non mancano: dal 2019 al 2025 le PMI innovative nel Sud sono cresciute del 180% (contro il +155% della media nazionale), mentre le startup innovative hanno registrato un +34%, quasi il doppio rispetto alla media italiana. Questi dati dimostrano che il potenziale c’è, ma va coltivato. Perché il sistema dell’innovazione possa creare imprese con futuro, mercato e tempo servono investimenti in infrastrutture tecnologiche, politiche di sostegno mirate e capitale umano di qualità.

Solo così l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, potranno trasformarsi in veri laboratori di crescita e competitività europea.