Comunicazione, sport e leadership relazionale: Alessia Passatordi, componente del Comitato Femminile Plurale di Confindustria Salerno e Brand & Strategic Marketing Manager, ci racconta perché il fattore umano resta l’unico algoritmo invincibile
La sua carriera è indissolubilmente legata alla comunicazione. In un’epoca di sovraccarico informativo, in cui tutto «è urgente e prioritario», quali strumenti utilizza per distinguere un trend passeggero da un valore di marca che merita di essere raccontato con cura? Nonostante i nuovi linguaggi, quali valori restano per lei non negoziabili nell’approcciare al racconto di un brand?
Viviamo in un tempo in cui la velocità rischia di sostituire la profondità. Per distinguere un trend passeggero da un valore autentico parto sempre da un principio: la coerenza. Se un tema, un linguaggio o una scelta strategica sono coerenti con l’identità del brand, con la sua storia e con la sua visione futura, allora meritano di essere sviluppati e raccontati. Se invece sono solo una rincorsa all’onda del momento, difficilmente genereranno valore nel lungo periodo.
In oltre 20 anni di lavoro tra agenzie e aziende internazionali ho imparato che ciò che distingue un trend da un valore è la sua capacità di durare nel tempo e di essere strutturale. Quando ho lavorato al riposizionamento e al rilancio di pasta Antonio Amato o alla promozione del brand Magaldi e al lancio di Magaldi Green Energy, non siamo partiti dalle mode del momento, ma dalla ridefinizione dell’identità e dei valori fondanti. I trend possono essere acceleratori, ma non possono essere fondamenta.
Gli strumenti che utilizzo sono analisi strategica, studio del posizionamento competitivo, ascolto delle community e lettura dei dati. Ma soprattutto mi pongo una domanda: questa scelta rafforza la reputazione nel lungo periodo? Negli anni ho imparato che il posizionamento non è uno slogan, ma una scelta precisa. L’innovazione efficace nasce sempre da una profonda comprensione delle radici del brand: è un equilibrio delicato tra tradizione e contemporaneità, che richiede metodo, ascolto e capacità di visione.
I valori per me non negoziabili restano autenticità, coerenza e responsabilità. Li ho applicati nella gestione delle community digitali di Rovagnati – dove abbiamo costruito engagement reale e misurabile – quanto nei progetti di riposizionamento industriale in contesti B2B più complessi. Cambiano i linguaggi, ma non cambia la necessità di essere credibili.
Algoritmi e automazione stanno riscrivendo le regole del marketing…resta spazio per il fattore umano? Qual è la dote che porta nei suoi progetti e che nessuna tecnologia riuscirà mai a tradurre in codice?
Gli algoritmi sono strumenti straordinari: ci aiutano a leggere i dati, a ottimizzare processi, a personalizzare i messaggi. Ma non sostituiscono l’intuizione, la sensibilità, la capacità di interpretare le sfumature.
Il fattore umano non solo resta centrale, ma diventa ancora più prezioso. La tecnologia può suggerire cosa funziona; l’essere umano decide perché farlo e in che modo farlo. Nei ruoli manageriali che ho ricoperto ho imparato quanto sia determinante la capacità di tradurre i dati in visione strategica.
La dote che porto nei miei progetti è la capacità di costruire relazioni e di leggere tra le righe. Empatia e visione strategica insieme: comprendere le esigenze di un’azienda, ma anche anticiparne le potenzialità, guidarla verso scelte che abbiano un impatto reale e duraturo.
C’è poi un aspetto che considero centrale: la leadership relazionale. Coordinare team, dialogare con imprenditori, confrontarsi con reparti tecnici o commerciali significa saper tradurre linguaggi diversi e creare sintesi. La tecnologia ottimizza, ma non media. La costruzione della fiducia, la gestione dei conflitti, la capacità di motivare restano competenze profondamente umane. Questo equilibrio tra razionalità e sensibilità è qualcosa che nessun algoritmo può replicare davvero.
E nel Comitato Femminile Plurale di Confindustria Salerno invece? Qual è il valore distintivo che ha portato all’interno del CFP per supportare l’imprenditoria al femminile?
Il mio ingresso nel Comitato è relativamente recente, quindi per me è soprattutto una fase di ascolto e confronto. Credo molto nel valore delle reti e nel potenziale che nasce dalla condivisione di esperienze tra imprenditrici e professioniste.
Più che parlare di un contributo già definito, mi piace pensare al CFP come ad uno spazio in cui mettere a disposizione competenze, visione e spirito collaborativo per costruire insieme progetti che abbiano un impatto concreto sul territorio.
Lei è anche una sportiva appassionata. Quanto l’abitudine al sacrificio, la disciplina, il porsi obiettivi influenzano il suo stile professionale?
Gioco a tennis a livello agonistico e lo sport ha avuto un impatto profondo sul mio approccio professionale.
Il tennis ti insegna responsabilità individuale: non puoi delegare il risultato. Questo lo ritrovo molto nei ruoli che ho ricoperto. Significa assumersi la responsabilità delle scelte strategiche, lavorare per obiettivi e misurare costantemente le performance.
Lo sport mi ha insegnato anche la gestione della sconfitta. Non tutti i progetti producono risultati immediati e non tutte le strategie vanno nella direzione prevista. Saper analizzare un errore senza viverlo come un fallimento, ma come un passaggio di apprendimento, è una competenza fondamentale tanto in campo quanto in azienda.
Nel lavoro questo si traduce in metodo, determinazione e capacità di affrontare le sfide con lucidità. Ogni progetto è un percorso: ci sono momenti di fatica, ma anche di grande soddisfazione.
Avere chiari gli obiettivi, misurare i progressi e non perdere mai di vista la meta è un approccio che cerco di applicare ogni giorno.
Oggi è tornata in squadra nella stessa agenzia che aveva visto i suoi esordi anni addietro. Rispetto alla giovane di allora, come si è evoluta Alessia? Ha avuto fin qui la vita che voleva?
In Medialine ho iniziato come Account e Project Manager, occupandomi di consulenza strategica, PR, eventi e piani integrati online e offline. Era una fase di grande entusiasmo e formazione. Oggi torno con un bagaglio completamente diverso: ho vissuto l’azienda dall’interno, ho gestito brand nazionali e internazionali, ho lavorato su processi di digitalizzazione, repositioning e sviluppo prodotto, riportando direttamente alla proprietà o al CEO. Questo mi ha dato una visione più ampia, più manageriale, più orientata al business.
La differenza principale rispetto ad allora è la consapevolezza strategica: oggi non vedo solo la comunicazione, ma l’impatto che essa ha sui processi aziendali, sulla crescita e sulla solidità di un brand.
In questa nuova fase mi sto occupando anche di marketing sportivo, seguendo progetti legati alla pallamano. È un ambito che sento particolarmente vicino, anche per la mia formazione sportiva personale: lo sport è identità, comunità, appartenenza.
Lavorare su questi progetti significa coniugare strategia, territorio e passione, valorizzando realtà che hanno un forte impatto sociale oltre che competitivo.
Mi sono evoluta imparando a scegliere, a dire qualche “no” in più, a dare valore al tempo, alle relazioni, alla famiglia. Ho capito che la crescita non è solo professionale, ma anche personale: è equilibrio, è capacità di ascolto, è fiducia nelle proprie competenze.
Se ho avuto la vita che volevo? Direi che ho costruito la vita che sentivo mia, passo dopo passo. E continuo a farlo, con la stessa passione di sempre, ma con una maggiore serenità e determinazione.