L’ego cum di Elena Bellantoni

Elena BellantoniL’esposizione “Dunque siamo”, visitabile fino al 6 settembre 2014 negli spazi del Museo Archeologico Provinciale di Salerno, si presenta come un percorso luminoso che attraversa Salerno per costruire dialoghi e chiare emersioni del pensiero

 

Essere con, vivere come «singolari singolarmente insieme», concepire la terza persona del singolare come prima persona. Attorno a queste problematiche di non facile decifrazione, Elena Bellantoni tesse, da tempo, progetti luminosi e altrettanto luminose avventure. È il caso, oggi, di un nuovo lavoro, DUNQUE SIAMO, terza mostra del ciclo Tempo Imperfetto realizzato dalla Fondazione Filiberto Menna – Centro Studi d’Arte Contemporanea a Salerno, in collaborazione con la Provincia di Salerno e con il Comune di Salerno, in cui l’artista mette in gioco ancora una volta il suo corpo e il suo sguardo per creare un incendio estetico che, tra processualità del conoscere e percezione delle cose nel tempo, organizza un tutto insieme all’interno e oltre i bordi del vivere.

 

L’esposizione, inaugurata negli spazi del Museo Archeologico Provinciale di Salerno (in via San Benedetto, 28) – visitabile fino al 6 settembre 2014 (tutti i giorni dalle 09.00 alle 19.30, lunedì escluso) – si presenta come un percorso luminoso che attraversa Salerno per costruire dialoghi, vertigini, chiare emersioni del pensiero. Di un pensiero che è estroflessione mentale, sentimento del tempo, brano d’un racconto umido, infinito, dolcemente spigoloso, aperto a modalità conoscitive che si formulano in praesentia. Legata ad un principio performativo che si formalizza secondo modalità linguistiche di differente natura, DUNQUE SIAMO, il nuovo site project di Elena Bellantoni realizzato per gli spazi del Museo Archeologico Provinciale di Salerno, si presenta dunque come un viaggio alla riscoperta dei luoghi, degli orizzonti storici e culturologici del paesaggio salernitano.

 

Ad aprire la mostra è il neon mi rivolto, dunque siamo la cui dicitura – coniata da Albert Camus in un saggio del 1951 (L’homme révolté) – indica una prassi espressiva che rappresenta per l’artista il bisogno di solidarietà, il momento in cui «l’io si apre all’altro, e in lui scopre qualcosa di cui pensa valga la pena prendersi cura». Sulla stessa scia riflessiva è anche il solitario solidale, due specchi collocati frontalmente dove un colpo d’essere rappresenta sempre anche un colpo di «con» (Nancy), una singolarità plurale, un nos sumus, una comunità che vuole dimenticare a memoria la storia di un luogo per prendersene cura. Ambientato nell’area archeologica etrusco-sannitica di Fratte, I giocatori è un video che, se da una parte punta l’indice sui reperti custoditi nel Museo Archeologico, dall’altra si pone come una partita tra l’artista e il critico d’arte, tra due pensieri, tra due differenti modalità riflessive.

 

La città sale, una installazione luminosa che riporta (attraverso un proiettore DIA) alcune immagini significative su un mucchio di sale grosso, è un ulteriore cenno alla città di Salerno al cui etimo (Salernum) sono associati il mare alto (salum, sostantivo maschile – II declinazione) e il fiume Irno (Irnum, forse all’origine Irnthi), quasi ad indicare un luogo situato tra due acque differenti, o salis (sale) ed ernum (fabbrica), da antiche, plausibili fabbriche di sale. Di un sale che non è soltanto sostanza marina, ma anche elemento alchemico che trasporta e trasforma, che – tra prima e dopo – fora lo sguardo dello spettatore per spingerlo in uno spazio metateorico, tra le materie della mente e di quello che mente non è.

 

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