L’analisi dei margini di Ottaviano

Bruno Criscuolo WebLa preoccupazione principale per un manager che è intenzionato a internazionalizzare la sua azienda risulta essere quella relativa ai costi addizionali legati a questi tipi di operazioni, che si vanno ad aggiungere a quelli sostenuti per le attività domestiche e che rischiano di rappresentare una grossa barriera all’ingresso che solo alcune aziende riescono a superare con successo

Da una prospettiva prettamente manageriale, l’internazionalizzazione viene intesa come la capacità di un’impresa di generare valore attraverso operazioni internazionali.

La preoccupazione principale per un manager, quindi, risulta essere quella relativa ai costi addizionali legati a questi tipi di operazioni, che si vanno ad aggiungere a quelli sostenuti per le attività domestiche e che rischiano di rappresentare una grossa barriera all’ingresso che solo alcune aziende riescono a superare con successo. Da un’analisi statistica dei dati disponibili a livello d’impresa, emerge la presenza di due driver fondamentali alla base dell’evoluzione dei fenomeni di export, import e di FDI: “il margine estensivo”, che si riferisce al numero di imprese coinvolte in attività internazionali, e il “margine intensivo”, inteso come la media delle esportazioni, importazioni e FDI per una singola impresa.

Per Ottaviano, il “margine estensivo” è quello più importante, in quanto rappresenta il canale principale attraverso il quale si manifestano gli effetti del commercio aggregato e dei flussi di FDI. É un margine sottile, in quanto le Imprese Internazionali sono rare e distribuite molto anomala, e un piccolo numero di grossi players è responsabile della maggior parte delle attività relative al commercio. Il margine rappresenta un club esclusivo, poiché i player di caratura internazionale sono più grandi, generano maggiore valore aggiunto, pagano salari più elevati, impiegano un capitale maggiore per ogni singolo lavoratore e hanno una maggiore produttività.

All’interno di questo contesto operativo, Ottaviano identifica i cosiddetti “Esportatori Superstar” e, portando ad esempio il caso della Francia, costruisce un modello econometrico che dimostra come le aziende che incluse nel 1°, 5° e 10° percentile siano responsabili rispettivamente del 45%, 70% e 80% delle esportazioni aggregate. Sezionando il primo percentile, inoltre, è possibile verificare che all’interno di questo 1% il top 0.001%, 0.01% e 0.1% generi rispettivamente il 10%, il 20% e il 40% delle esportazioni aggregate.
Andando ad analizzare “l’intensità” delle esportazioni, Ottaviano nota che l’Italia gli esportatori sono il 75% delle aziende totali, ma che solo il 3% del totale esporta più del 90% del fatturato e solo il 25% esporta più del 50% del fatturato.

Secondo Ottaviano i top exporters esportano molti prodotti in molteplici location e le aziende che esportano più di 10 prodotti su più di 10 mercati determinano più del 75% delle esportazioni totali. Le esportazioni aggregate in sintesi sono riferibili a pochi major players che possono contare su grandi dimensioni d’impresa e un vasto range di prodotti differenziati su più mercati esteri.
La concorrenza internazionale può essere tollerata solo da imprese grandi e con un portfolio di prodotti diversificato. Maggiore il numero di mercati servito, maggiore sarà la lontananza dal paese di origine.

Le imprese internazionali ottengono risultati migliori anche per quanto riguarda la produttività totale dei fattori (TFP) e i salari per i lavoratori (misurati come produttività apparente del lavoro o ALP), una differenza particolarmente enfatizzata in termini di occupazione e di valore aggiunto.

Per quanto riguarda il “premio salariare” e il “premio occupazionale” dovuti all’attività di export, l’Italia sembra piazzarsi al di sotto della media, ma tale discostamento sembra essere dovuto al fatto che i database nostrani contengono informazioni solo sulle grandi imprese, che comprendono anche un gran numero di non-esportatori che “viziano” il risultato finale.
In ogni caso, gli esportatori tendono a pagare salari maggiori del 10-20% rispetto ai non esportatori. Gli esportatori, inoltre, sembrano essere più inclini ad avere proprietari stranieri, con picchi di crescita anche in Italia.

Il quesito fondamentale che Ottaviano si pone è il seguente: le performance superiori degli esportatori sono la chiave per il loro accesso al mercato oppure la loro performance migliora in seguito all’accesso ai mercati d’esportazione? Dall’analisi dei dati non emerge un risposta chiara, ma risulta evidente che la performance di aziende che iniziano ad esportare è migliore di quelle che non esportano già dopo un anno o più da quando tali attività sono iniziate.

La teoria gravitazionale del commercio
Per analizzare l’effetto dei margini dell’export e dei FDI, Ottaviano ricorre alla cosiddetta “equazione gravitazionale”, che analizza l’effetto degli ostacoli al commercio e delle distanze fisiche e culturali nei flussi commerciali bilaterali tra nazioni. Per esempio, se un Paese A è il 10% più grande di un Paese B, allora attrarrà una quota di esportazioni superiore del 10% a quella del Paese B. Se il Paese A sarà il 10% più lontano del Paese B da una terza nazione, il flusso commerciale con A si ridurrà del 9%. 

A giocare un ruolo chiave sull’impatto negativo delle barriere al commercio e su quello positivo in termini di dimensioni della nazione importatrice, sarà il numero di imprese operanti in quel territorio che si dedicano ad attività di export. In termini di margini di prodotto, il numero dei prodotti esportati sarà di fondamentale importanza: paesi di grandi dimensioni avranno più esportatori, esporteranno più prodotti e i loro esportatori avranno un numero di esportazioni inferiore, in media e sui singoli prodotti. Prezzi e quantità non saranno immuni dall’effetto gravitazionale, in quanto essi saranno soggetti a eventuali riduzioni (o aumenti) delle barriere commerciali. Quando queste diminuiranno, le quantità medie esportate e i prezzi, rispettivamente, di norma, inferiori e maggiori in paesi di grandi dimensioni, diminuiranno. Ottaviano evidenzia anche come legami di carattere storico e una lingua comune siano promotori positivi che aumentano le esportazioni, rendendole più semplici anche per aziende meno efficienti. Per quanto riguarda i margini derivanti dagli FDI, essi saranno impattati da numero degli associati stranieri attratti sul mercato, più che in termini di vendite o fatturato: Paesi più grandi e con barriere commerciali ridotte attraggono più attività multinazionali.

Focus: internazionalizzazione all’italiana
I distretti italiani sono da sempre caratterizzati da alcuni tratti peculiari specifici: specializzazione della filiera, organizzazione del network, solide relazioni fiduciarie, qualità, flessibilità, forte concorrenza domestica e tradizioni imprenditoriali. La frammentazione della produzione mette in serio pericolo la struttura di simili meccanismi economici, soprattutto in termini di governance, carenza di innovazione, difficoltà di recepimento e assorbimento delle tecnologie e reperimento delle risorse da destinare a operazioni di finanza straordinaria. Tali problematiche hanno dato origine al cosiddetto “paradosso locale”, una sindrome di eccessivo attaccamento alle tradizioni territoriali che devono necessariamente adattarsi al nuovo contesto operativo, trans-locale, globalizzato e internazionalizzato.

Behavioural doctrine
Seconda la scuola “comportamentista”, il successo di questo complicato processo di ristrutturazione dipende fortemente dalla presenza di aziende leader. Tali imprese, spinte da elevati tassi di crescita, rappresentano il volano dello sviluppo industriale locale, in quanto capaci di generare spillovers in termini di innovazione, apertura ai mercati e capitale umano. Il loro impatto su processo di crescita internazionale potrebbe tradursi in due risultati differenti:
a.    un effetto pull, che indurrà le imprese locali a “legarsi” alle aziende leader verso i mercati esteri;
b.    un effetto-sostituzione, che trasformerà le imprese leader in un ombrello protettivo per le imprese locali che potranno ridurre gli sforzi tesi all’internazionalizzazione e muoversi come free-rider, sfruttando gli sforzi già compiuti dai “pionieri” dei mercati esteri.

L’idea di Porter
Secondo la scuola “porteriana”, invece, la concorrenza a livello locale sarà una condizione cruciale per la competitività locale. La concorrenza su scala locale sarà il driver per la promozione di una nuova cultura imprenditoriale tesa alla competizione internazionale e indurrà le imprese a emulare modelli e strategie di successo per stimolare efficienze produttive e ottenere migliori risultati in termini di performance operative.
É opinione corrente invece che le due dottrine strategiche siano complementari e possano essere coerentemente integrate in “cluster” di capacità e comportamenti da tradursi in pratica operativa.

Il ruolo delle Multinazionali
La presenza di Imprese multinazionali (MNCs) è positivamente correlata con lo sviluppo endogeno di un Paese, in quanto queste forniscono ai distretti “un ponte” per i mercati esteri, determinando spillovers orizzontali (all’interno di un determinato comparto industriale), verticali (nelle relazioni clienti/fornitori) e laterali (creazione di un’atmosfera cosmopolita). In alcuni casi però le Multinazionali potrebbero appropriarsi unilateralmente dei “know hows” territoriali e determinare un effetto “crowding out” del distretto, determinandone quindi la distruzione.
Determinanti strutturali e comportamentali: integrazione dei modelli
Le performances dei processi di internazionalizzazione dipendono anche dagli atteggiamenti strategici assunti dalle imprese: la loro capacità di innovarsi e di adattarsi alle novità verrà massimizzata dalle esternalità cognitive che si generano dalle operazioni sui mercati stranieri, un processo virtuoso di accumulazione dell’esperienza che permetterà loro di superare la “liability of foreignness”, ossia il gap culturale-informativo che le separerà dai produttori locali.

Conclusioni

1. La presenza di imprese di grandi dimensioni aumenta le percentuali di successo del processo di internazionalizzazione di un distretto.

2.    Una solida concorrenza domestica risulta essere un “allenamento” valido per favorire la crescita a livello internazionale.
3.    Le imprese leader inibiscono gli sforzi in senso di internalizzazione delle società.
4.    Le imprese multinazionali favoriscono lo sviluppo del processo di internazionalizzazione, ma non hanno impatti significativi sulla fase iniziale dello stesso processo. In altre parole, gli spillovers vanno a beneficiare solo le imprese che hanno già sviluppato una loro capacità di assorbimento e di crescita a livello globale.

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