Come cambia l’avvocato e cosa deve sapere anche il cliente
Il tema dell’avvento (quasi messianico) dell’intelligenza artificiale è quello tra i più dibattuti e ben si comprende perché.
Anche questa rubrica lo ha affrontato lo scorso anno, sotto il profilo dei cambiamenti che riguardano l’attività delle Pubbliche amministrazioni e dunque il correlato mondo delle imprese che vi si interfacciano.
Trattandosi di tema trasversale – che riguarda ogni sapere umano – le occasioni per tornare sull’argomento sono praticamente giornaliere, come repentini sono i cambiamenti che si stanno verificando. Si introducono normative, regolamenti, nazionali ed europee. Si dibatte della riserva di umanità che va mantenuta, che va tutelata.
In questa occasione, si vuole affrontare il tema specifico del cambiamento delle professioni forensi e in particolare di quella dell’avvocato, argomento apparentemente settoriale ma che, come si vedrà, interessa anche le imprese e i clienti di ogni professionista. Svolgo alcune veloci considerazioni su questo aspetto, necessariamente a “volo d’uccello” per lo spazio concesso.
Intanto noi avvocati abbiamo il compito di dominare il fenomeno senza timore anche perché l’AI è entrata da tempo nella nostra vita in molti comportamenti di uso quotidiano attraverso gli smartphone o il riconoscimento facciale, solo per fare alcuni esempi immediati. Adesso che l’A.I. entra nella nostra professione, si redigono atti e si svolgono ricerche alla velocità delle luce. Opporsi è inutile e anche dannoso. Mi viene in mente il passo di una canzone di Battisti “…come uno scoglio può arginare il mare…”. Lo scoglio sono le nostre paure, incapaci di fermare il mare di tecnologia che ci inonda, per cui vale la pena di affrontare la questione con raziocinio e intelligenza.
Come cambia, dunque, la professione di avvocato? Come sarà (o già è) l’avvocato 4.0?
Come non è sparita la produzione manuale dell’uomo sulla macchina, non credo sparirà neanche quella intellettuale.
Certo, l’AI cambia tutto nel lavoro giornaliero dell’avvocato e sono chiari i vantaggi: efficienza e precisione, accesso istantaneo a dottrina, giurisprudenza e normative; più tempo da dedicare a relazioni, strategia, creatività.
Ma il rischio per l’avvocato che usa l’IA è non comprenderla e finire per subirla. Essa va governata, non delegata. Servono specifiche competenze tecniche, spirito critico e la capacità di porre le domande giuste.
E qui va svolto il ragionamento a mio avviso centrale che riguarda la nostra professione. Senza una solida cultura giuridica, la professione diventerebbe quella di mero operatore di macchine specializzate e questo va evitato con un cambio di rotta che s’impone da oggi.
Anche quando si usa la più semplice delle tecnologie, come ChatGPT, l’interrogazione deve essere consapevole e questa consapevolezza è un’attitudine culturale. Solo chi conosce il diritto saprà formulare domande che generano risposte davvero utili. É questa la riserva di umanità per l’avvocato, la cultura giuridica. Da questo assioma, da questa proposizione, nasce il primo corollario: l’iper-specializzazione rischia di perdere terreno. Se un algoritmo sa tutto su di una specifica materia e la migliora ogni giorno, cosa rimane per l’Uomo? Resta ciò che non è riducibile in un algoritmo: il rapporto con il cliente, il giudizio, l’intuizione, la visione complessiva e la capacità di orientare nelle scelte complesse chi ci ha dato fiducia.
La nuova generazione di avvocati, quindi, necessariamente dovrà essere formata con una cultura giuridica molto più ampia, capace di connettere rami diversi del diritto e avere forte sensibilità anche politica e sociale.
L’avvocato concentrato solo su specifiche materie rischia di essere superato dall’IA. Sarà competitivo colui che saprà accompagnare il cliente nella comprensione strategica del problema, ben prima della sua risoluzione tecnica.
E di questo devono essere consapevoli anche i clienti che magari già conoscono una possibile soluzione per la facilità di accesso alle informazioni, ma che devono trovare un avvocato colto, che abbia conoscenze ampie per poter interpretare e valutare i dati che vengono fuori anche da un telefonino. Di qui l’ulteriore corollario: la nuova formazione dovrà essere paradossalmente avanzata e nuova per l’uso degli strumenti, ma tradizionale per l’approccio detto. Su questo, devo dire, siamo indietro perché la formula proposta ovunque, dagli Ordini alle Università, tende ad una cultura iperspecialistica. Altro aspetto è come viene costruito, oggi, l’algoritmo in diritto. Il nostro sistema si assimilerà sempre di più ai principi del common law e dunque con sempre più spazio al precedente giurisprudenziale, al caso simile? Indubbiamente il rischio di dare troppa importanza al precedente esiste ed è abbastanza trascurato. Ciò potrebbe portare a un’omologazione, a una diversa cultura giuridica, quella dei paesi anglosassoni, differenti per tradizione e processo dal resto di Europa. Se si dà troppo importanza al precedente, sarà necessario un’impostazione di mitigazione per dar maggior peso alle fonti piuttosto che al precedente. E credo che questa tendenza dipenda anche dalla produzione degli algoritmi per lo più statunitensi.
Anche per tale peculiare aspetto l’Intelligenza Artificiale Generativa, pur rappresentando una rivoluzione per il diritto, comporta necessariamente una progettazione responsabile e la formazione di tutti i protagonisti per bilanciare la percezione e per evitare il rischio di uso non trasparente degli strumenti. Infine un non trascurabile dato deontologico. Il cliente va avvertito che il professionista farà uso di strumenti per l’intelligenza artificiale? Ritengo che sia assolutamente necessario, non fosse altro per eventuali responsabilità derivanti dall’uso di informazioni che non siano corrispondenti all’input del professionista. Come inevitabilmente sarà necessario ampliare la sfera dell’assicurazione professionale.
Insomma ci si trova di fronte ad una rivoluzione che è tecnologica, ma anche culturale, che richiede un nuovo umanesimo delle professionalità, molto più dedicate all’approccio umano di quello che potrebbe immaginarsi.