Impatto dei dazi statunitensi sul commercio marittimo

Le analisi di SRM sugli scenari delle rotte atlantiche e pacifiche

Oggi più che mai, i fattori geopolitici stanno causando effetti economici dirompenti che si riflettono anche sul settore marittimo. Oltre alle due guerre (Russia-Ucraina e Israele-Hamas) che hanno sconvolto il mondo e stanno influenzando l’economia, le catene di approvvigionamento e i trasporti, si aggiungono ora la guerra commerciale e le politiche tariffarie degli Stati Uniti, in particolare nei confronti della Cina.

Le prospettive per il trasporto marittimo restano ribassate rispetto al passato, sensibili ai due conflitti mondiali e all’effetto dazi e protezionismo. In particolare, il commercio globale si prevede in calo (dal +3,1% del 2024 al -0,5% del 2025), e il commercio marittimo che, nel 2024 era cresciuto del 2,2% raggiungendo 12,7 miliardi di tonnellate, presenta prospettive di +0,2% al 2025 e +1,5% al 2026.

Anche le previsioni per il segmento container rimangono incerte a causa delle crescenti tensioni geopolitiche e della guerra commerciale scatenata dalla nuova amministrazione statunitense.

La presidenza degli Stati Uniti ha, difatti, annunciato dazi doganali radicali nel Liberation Day del 2 Aprile e pochi giorni dopo (9 Aprile) ha comunicato una pausa di 90 giorni per la maggior parte dei paesi che ora devono affrontare un’imposizione doganale solo del 10% da parte degli Stati Uniti, fino a luglio.

Successivamente, il 14 maggio 2025, il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato anche una riduzione di 90 giorni delle tariffe per la Cina, dal 145% al 30%, mentre la Cina ha ridotto i suoi sulle importazioni dagli Stati Uniti dal 125% al 10% nello stesso periodo.

L’accordo è stato poi successivamente confermato agli inizi di giugno e prevede anche una maggiore apertura sulle terre rare di matrice cinese, mentre sembrano confermate le tariffazioni ribassate.

Per il momento la temporanea riduzione dei dazi ha portato benefici e una rapida ripresa di domanda di container specialmente sulla rotta Cina-USA, causando un picco di import nei porti USA volto a ricostituire le scorte prima della chiusura della finestra tariffaria prevista per il mese di agosto.

Per quanto riguarda la rotta transatlantica i vettori stanno utilizzando blank sailing (cancellazioni di partenze) per gestire al meglio la capacità mentre persistono ritardi dovuti alla congestione ad Anversa, Amburgo, Rotterdam e Le Havre ma anche nei porti nord Americani.

Vi sono effetti anche sui noli. Dopo aver registrato a maggio 2025 una riduzione annuale del 39%, nell’ultimo mese sono in ripresa a seguito della parziale sospensione daziale.

La tendenza continua a interessare anche le tratte transpacifiche, le più esposte alle politiche protezionistiche.

La sospensione dei dazi è, però, solo temporanea ed in Europa, a breve potrebbero essere fissati al 20% (tranne il Regno Unito per il quale rimarranno al 10%), in Cina al 145% (da agosto) e in Giappone al 24%.

Anche il Vietnam, che in precedenza beneficiava di tariffe zero, sarà ora colpito da dazi del 46%. I paesi asiatici che saranno trattati in modo più favorevole sono le Filippine (17%), la Malesia (24%) e la Corea del Sud (25%). L’India vedrà un dazio del 26% su tutti i prodotti importati dagli Stati Uniti.

Queste diverse misure potrebbero causare uno spostamento delle attività manifatturiere nei paesi del Sud-Est asiatico trattati meglio, con una delocalizzazione di talune attività soprattutto nel settore elettronico e automobilistico. Le nuove tariffe si aggiungono a una serie di misure già applicate da Trump: un 25% su tutte le importazioni di acciaio e alluminio. È previsto anche un dazio del 10% sulle importazioni di energia dal Canada.

Secondo stime, i nuovi dazi statunitensi sulle importazioni cinesi e la risposta prevista dalla Cina avrebbero un impatto diretto di circa 500 milioni di tonnellate di volumi commerciali annuali trasportati via mare, pari al 4% del totale mondiale.

Per il momento, gli impatti sul trasporto marittimo sono ancora relativamente limitati. Su base complessiva, il commercio di container, il commercio di automobili e il commercio di cereali sono i settori potenzialmente più esposti.

Ma c’è di più: una maggiore azione protezionistica da parte degli USA.

L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America (US Trade Representative Office – USTR) ha annunciato politiche doganali volte a rilanciare la cantieristica negli Stati Uniti e a rafforzare la presenza americana nel trasporto marittimo.

Le misure, che partiranno dal 14 ottobre 2025, prevedono tasse sugli scali nei porti statunitensi delle navi di proprietà o gestite da un’entità cinese o di alcune navi costruite in Cina.

Le tassazioni saranno progressive e, ad esempio, per gli operatori cinesi che scalano gli USA la tassazione sarà di 50 dollari per tonnellata netta per poi raggiungere 140 (sempre a tonn. netta) dal 17 aprile 2028. Per quanto riguarda invece i player che operano con navi costruite in Cina (esclusi quelli statunitensi con presenza USA almeno al 75%) dovranno pagare la cifra più alta fra quella risultante dal seguente confronto: 18 dollari per tonnellata netta oppure 120 dollari per container scaricato.

Entrambe le cifre saliranno ogni sei mesi per arrivare nell’aprile 2028 rispettivamente a 33 dollari per tonnellata netta o 250 dollari per container scaricato.

Sono inoltre previste misure specifiche per i settori delle navi metaniere e delle navi per il trasporto di auto, con l’obbligo di aumentare la percentuale delle esportazioni statunitensi di GNL trasportate su navi costruite negli Stati Uniti nei prossimi 20 anni e l’introduzione di tasse su tutte le navi per il trasporto di auto costruite all’estero (non solo quelle cinesi e di qualsiasi dimensione) nel tentativo di sostenere la costruzione di car carrier negli Stati Uniti. Le misure aumenteranno successivamente ogni anno nei tre anni successivi. Le tariffe non si applicheranno alle navi che trasportano esportazioni statunitensi e ad alcune navi di piccole e medie dimensioni.

Con tale azione la nuova amministrazione americana mira a recuperare posizioni nello shipping adottando una serie di iniziative volte ad incrementare la flotta, aumentare le dimensioni delle navi e potenziare e modernizzare le infrastrutture portuali.

Nonostante siano un gigante economico, tecnologicamente avanzato e sede di grandi aziende industriali e commerciali, non si sono mai realmente concentrati sul settore marittimo. Gli USA non hanno vettori globali nelle loro file, non hanno grandi armatori e non hanno mai creato una vera politica per il settore marittimo e logistico.

A seconda delle priorità dell’amministrazione Trump, però, la piena operatività dei dazi, le misure protezionistiche e le conseguenze del conflitto in Medio Oriente potrebbero creare sfide per le catene di approvvigionamento globali.

Gli effetti delle restrizioni e delle politiche protezionistiche potrebbero comunque riverberarsi anche sull’Italia considerato che gli USA sono il nostro primo partner cliente via mare verso cui si dirige ben un quarto di tutto il nostro export marittimo.

Il commercio via mare tra Italia e Stati Uniti al 2024 è stato pari a 48 miliardi di euro pari al 53% del totale. Inoltre, verso gli USA l’Italia esporta via mare principalmente automotive, bevande e liquori e macchinari settori tipici del Made in Italy.

Va però anche detto, nonostante le turbolenze geopolitiche causate da Trump e i conflitti, che i porti italiani hanno mostrato il loro carattere crescendo dello 0,7% a circa mezzo miliardo di tonnellate movimentate all’anno.

Inoltre, nuove opportunità potrebbero venire dai nuovi assetti in area mediterranea, da nuovi investimenti negli USA e da una ancora più incisiva attività nei traffici di corto raggio (Short Sea Shipping) in cui l’Italia è leader con 302 milioni di tonnellate movimentate in Europa.