Il senso di Bonomi per il futuro

La nuova dimensione verso cui tendere deve essere incentrata su lavoro, giovani, donne, tecnologia e sostenibilità, di cui è proprio la sostenibilità il cuore centrale, declinata a sua volta in 3 accezioni diverse: sostenibilità generazionale, sociale e ambientale

 

Presidente, nella Costituzione di Weimar si dice che «la proprietà obbliga socialmente», ovvero chi è proprietario di un mezzo di produzione ha degli obblighi non solo nei confronti dei propri lavoratori, ma anche rispetto al territorio in cui la produzione insiste. Questa massima, lei la adatta ai tempi moderni e la estende. Oggi che la fabbrica tradizionale non esiste più, sono per lo più le reti e l’élite economica a dover “rendere conto”. Da presidente della Territoriale più grande di Confindustria, cosa crede vada necessariamente restituito non solo alla sua Milano?
Guardare oltre le performance economiche. È quello che oggi sono chiamati a fare gli imprenditori moderni, che devono vivere e interpretare il proprio ruolo non solo in una chiave di profitto ma nella consapevolezza di essere parte attiva e responsabile della comunità. Non basta più produrre utili da redistribuire ai soci, ma creare concretamente crescita, lavoro e reddito, elementi reali di coesione sociale. La lezione kennediana è viva: «Non chiederti che cosa può fare il tuo Paese per te, ma chiediti che cosa puoi fare tu per il tuo Paese». Dunque, non ci limitiamo ad avanzare richieste ai governi ma facciamo proposte concrete e ci assumiamo impegni con responsabilità. È questo il senso che abbiamo voluto esprimere nel corso della nostra Assemblea il 3 ottobre scorso, racchiuso e condensato nel titolo della stessa: “L’impresa di servire l’Italia”.

E la sua classe dirigente ideale o quella di cui il Paese ha assoluto bisogno quale dna dovrebbe mostrare di avere?
La nuova classe dirigente ideale deve avere una grande visione sulla filiera futuro, la nuova dimensione verso cui tendere, incentrata su lavoro, giovani, donne, tecnologia e sostenibilità, di cui è proprio la sostenibilità il cuore centrale, declinata a sua volta in 3 accezioni diverse: sostenibilità generazionale, sociale e ambientale.

Partiamo dalla prima: non crediamo nei prepensionamenti e in quota 100. Le economie occidentali che crescono sono quelle in cui il lavoro all’interno delle imprese vede cooperare più over sessantacinquenni e più under trentacinquenni. Per questo abbiamo chiesto di sgravare il tutoring per consentire alle imprese di affiancare quanti hanno competenze e saperi ai più giovani che ancora non ne hanno a sufficienza. Un diritto alla formazione continua che deve diventare un diritto-dovere fondamentale della persona e delle imprese.

Seconda: occorre maggiore sostenibilità sociale. Va estesa la facoltà delle lavoratrici di poter conciliare i tempi di lavoro con le cure parentali. Allo stesso tempo occorre estendere i congedi parentali su base di parità di genere. Vorremmo, come già si verifica in Assolombarda su spinta volontaria, che il congedo di maternità fosse esteso da 5 a 8 mesi con indennizzo all’80%. Ragioniamo, poi, sulla deducibilità totale dei costi dei servizi a sostegno per il rientro nel mondo del lavoro: baby sitter, asili nido e simili. Non si tratta solo di una questione economica, ma di scelta e indirizzi di civiltà. Sempre in relazione alla sostenibilità sociale, dobbiamo fare di più in tema di sicurezza sul lavoro. Dopo due anni i numeri delle morti sui luoghi di lavoro è tornato a crescere. Certo, lo Stato deve modificare la sua architettura di vigilanza e controllo che resta molto barocca, ma le imprese devono fare meglio e di più per la formazione diffusa, la manutenzione continua degli impianti, l’automazione di ogni sistema interdittore in presenza di anomalie dei processi produttivi. Stesso discorso per scuola e sanità. Le riforme degli ultimi anni sono state sempre incentrate su chi ci lavora e non su chi le frequenta, tenendo conto esclusivamente del pur giusto contenimento di costi, ma prescindendo dalla qualità dei risultati offerti. Nella sanità, in particolare, chiedendo anche ai privati che operano nel settore di limitare la loro eccellenza nella diagnostica precoce e nella clinica con tecnologie avanzate. Se proseguiamo in questa direzione, in una società sempre più anziana come la nostra, otterremo una sola cosa: una sanità più ingiusta con i deboli e più indifferente ai pazienti con patologie più gravi.

Terza e ultima dimensione: la sostenibilità ambientale. Accogliamo positivamente la svolta europea e dell’ONU nella lotta al cambiamento climatico, ma ribadiamo che nel nostro Paese la sostenibilità ambientale va interpretata in chiave di cambio di paradigma tecnologico e industriale. Non si risolve con i micro aiuti. Il problema fondamentale italiano non è oggi sussidiare il sapone sfuso o la pasta alla spina nella grande distribuzione. Il problema numero uno nell’ambito non energetico è chiudere integralmente il ciclo del trattamento dei rifiuti, industriali e urbani. Rifiuti che continuiamo a esportare nel mondo pagando miliardi, quando non sono gestiti dalle ecomafie. Sgravi quali l’ecobonus e il sismabonus nell’edilizia hanno mosso 28 miliardi di investimenti in 2 anni. Una misura analoga per la chiusura del trattamento del ciclo dei rifiuti a cominciare da quelli industriali sarebbe in grado di mobilitare nelle stime oltre 10 miliardi di investimenti privati. Con occupati aggiuntivi stimabili tra le 15 e le 20mila unità. Perché da noi mancano gli impianti necessari e avanzati per trattarli in sicurezza, i rifiuti. E quegli impianti vanno realizzati.

L’intesa di massima sul taglio del cuneo fiscale, previsto in finanziaria, dovrebbe aggirarsi sui due/tre miliardi.
Due-tre miliardi sono pochi. L’abbattimento del cuneo fiscale, a vantaggio totale dei lavoratori, deve essere tale da produrre effetti significativi. Servono 13/14 miliardi di euro. Dove trovare queste risorse? Ci sono i residui inutilizzati degli stanziamenti di quota 100 – misura che andrebbe peraltro abolita totalmente -, quelli del reddito di cittadinanza per la parte delle politiche attive del lavoro, anche qui da rivedere, e i 9,4 miliardi del bonus 80 euro. Dopo l’errore del decreto dignità si è aggiunto quello di voler destinare il Reddito di Cittadinanza non solo alla sacrosanta lotta alla povertà ma alle politiche attive del lavoro, che hanno tutt’altra necessità di competenze, metriche e criteri.

Poniamo la fortuna che le imprese, da Nord a Sud, vengano finalmente messe nelle condizioni per competere: eccesso di burocrazia e regole azzerato e fisco friendly. Basterebbe?
Forse nel passato sarebbe bastato, ma oggi per uscire dalla stagnazione occorre un cambio di rotta decisivo. Abbiamo perso troppo tempo e va recuperato con una legge di bilancio di forte discontinuità, che dimostri che possiamo percorrere una strada diversa che potrebbe ancorarci a quota 80 o 90 punti di spread. Aggiungo, a tal proposito, un punto di “metodo”: oggi più che mai occorre che il Paese adotti un nuovo modello di cooperazione, il “metodo Milano”, fondato su una grande collaborazione tra tutte le componenti dei territori e tra i territori stessi. Occorre unità, non divisioni.

Lei vorrebbe un’Italia attrattiva per chi e per cosa?
Attrattiva innanzitutto per i giovani e, successivamente, per gli investitori internazionali. Purtroppo, i dati sono drammatici: ogni anno emigrano 50mila giovani e un Paese come il nostro, con una demografia asfittica, non può più permetterselo se non a costo di abdicare al proprio futuro.
Dovremmo avere il coraggio di pagare di più i neoassunti, piuttosto che parlare di voto ai sedicenni.

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