IL PROTEZIONISMO USA E GLI EFFETTI SULL’ECONOMIA EUROPEA

La presidenza Trump ha inaugurato un periodo di profonda incertezza; per non esserne travolta, l’Ue deve diversificare in modo strategico gli scambi commerciali, superando divisioni interne e continuando a investire in innovazione tecnologica

La guerra di tutti contro tutti è un modello irreale che rifiutiamo con decisione. Lo abbiamo detto nel marzo scorso, in occasione della nostra Assemblea Pubblica, quando la questione dei dazi si era riaffacciata, con forza, sullo scenario internazionale, con il presidente americano Trump tornato a brandire l’arma delle barriere tariffarie anche contro l’Unione europea. In uno scenario competitivo così agguerrito, il rischio di marginalizzazione per l’industria europea, così come per quella italiana che resta la seconda manifattura d’Europa e la quarta esportatrice al mondo, si fa sempre più concreto.

Gli Stati Uniti, infatti, nel 2024 si sono confermati il principale partner commerciale dell’Unione con circa il 20,6% delle esportazioni europee dirette verso questo mercato, soprattutto prodotti medicali e farmaceutici. Un’imposta rilevante su tutte le importazioni dall’Ue, così come ventilata da Trump, sarebbe pertanto un danno ingente per la manifattura europea. Prospettive a tinte fosche anche per l’industria italiana, per cui gli Usa rappresentano il secondo mercato di riferimento, con un valore di circa 65 miliardi di euro al 2024.

A essere in pericolo sarebbe, in particolare, il settore agroalimentare di una provincia italiana su cinque. Nella lista di quelle ad alto rischio, ovvero quelle le cui esportazioni di food verso gli Stati Uniti generano un valore superiore ai 100 milioni di euro, secondo l’Ufficio studi di Cia-Agricoltori Italiani la più esposta è la nostra provincia di Salerno con 518 milioni, suddivisi soprattutto in ortofrutta lavorata e conserve di pomodoro.

Criticità notevoli e volumi in calo anche per abbigliamento, comparto mobile-arredo e automotive, con l’annesso rischio per questo settore in particolare di cedere quote di mercato sempre maggiori ai concorrenti cinesi. Cosa fare dunque per preservare la competitività europea e italiana?

Va rafforzata innanzitutto l’autonomia strategica dell’industria europea, senza che questo equivalga a un muro contro muro con gli Usa, dannoso proprio le imprese più competitive e orientate all’export. In più, nel mentre negoziamo con l’Amministrazione americana, dobbiamo accelerare sugli accordi di libero scambio con altre aree del mondo pronte per i nostri prodotti e in grado di riaprire spazi nuovi di cooperazione, soprattutto con quei paesi emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Sarebbe poi fondamentale che l’Ue finalizzasse l’accordo con il Mercosur con il suo bacino di circa 20 trilioni di dollari e oltre 700 milioni di consumatori, secondo Export.gov.it.

Le aziende hanno bisogno di stabilità e certezza, le grandi assenti in questo momento. Al netto dell’effetto dei dazi, infatti, dopo due anni di flessione della produzione con costi energetici oramai insostenibili, la nostra industria appare indebolita, rallentata da troppi vincoli che ne riducono la competitività rispetto a Paesi con regole, sistemi fiscali e infrastrutture più favorevoli. Ciononostante la nostra risposta non può essere un ritorno a un nazionalismo economico.

Tradiremmo la nostra natura.

L’industria italiana ha costruito il proprio successo sull’apertura, sull’innovazione e sull’internazionalizzazione. Dobbiamo difendere questi pilastri, difendere la nostra identità, anche in un mondo che cambia rapidamente e pone nuove sfide alla nostra competitività.