Il gioco di Santa Oca di Laura Pariani

Autunno 1652, brughiera lombarda. La storia corale messa in scena da Laura Pariani per “Il gioco di Santa Oca”, finalista al Premio Campiello 2019, ha per protagonisti sfalsati nel tempo Bonaventura Mangiaterra, un capopopolo che ammalia e convince i suoi compagni con la Bella Parola contro i nobili iniqui e prepotenti del tempo, e la cantastorie Pùlvara, un tempo assoldata nella banda di Bonaventura travestita da maschio, oggi – vent’anni dopo – raminga per le terre, alla ricerca di ospitalità in cambio di racconti, e della verità sulla sorte di Bonaventura

 

È un romanzo coinvolgente per tanti aspetti: la lingua, su tutti. Un dialetto lombardo mescolato a esotismi spagnoli e francesi, modi di dire fermi nel tempo e curiosi lessemi, frutto di reali commistioni di realtà e popoli ma anche cifra stilistica originale dell’autrice per distinguere – fin dal linguaggio usato – sentimenti e personaggi. Una lingua che sulle prime allontana e, forse, distrae, per poi alla fine ammantare di magia ogni pagina. Quella che racconta Laura Pariani – e per lei Pulvara – è una società povera ma ricca di soprusi, in cui Bonaventura Mangiaterra e i suoi compagni vogliono ristabilire giustizia e futuro. Un romanzo di disobbedienza riflessiva, coraggio e audacia, specie al femminile, sorprendente dalla prima all’ultima parola detta, trovata e giocata.

«…A quel tempo spesso si addormentava al suono della voce di Bonaventura che raccontava del giardino di Santa Oca il cui premio attende alla fine di un lungo cammino chi non si dà per vinto. “Ah,” ridevano gli uomini della sò banda, “allora se ci arriviamo, diventiamo ricchi come il Re d’Ispagna e possiamo finalmente toglierci tutti gli sfizi che ci pare”… Ma Bonaventura spiegava che le ricchezze andavano distribuite ai più bisognosi: alle vedove, ai vecchi… Non c’era verso di fargli cambiare parere: sulla Giustizia e sulla ripartizione equa si faceva un punto d’onore che neanche un nobile franzé…».

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