«Distruggi la tua idea preferita per fare spazio a quella giusta»

Progettata non solo per il settore spaziale, l’innovazione di Astradyne, arrivata sul podio, ha convinto tutti per la capacità di unire la leggerezza e la portabilità dei pannelli flessibili con l’efficienza di quelli rigidi, creando un prodotto che oggi non ha veri equivalenti sul mercato. A raccontarci peculiarità e obiettivi Giammarco Alessandrino, System Engineering Manager della startup

 

La “sua” innovazione come nasce, a quale bisogno concreto risponde e a chi è rivolta?

La nostra innovazione nasce da un’esigenza chiara: portare molta più potenza su satelliti sempre più piccoli, senza aumentare massa, volume e costi. I pannelli per satelliti sono pesanti, voluminosi, costosissimi e complessi da dispiegare (partono chiusi nel razzo e poi si aprono in orbita). Nel frattempo, anche i satelliti piccoli ospitano payload (telecamere, radar, antenne, telescopi, AI onboard…) sempre più energivori: con i pannelli classici è impraticabile fornire la potenza richiesta senza penalizzare la piattaforma.

Da qui nasce il nostro primo prodotto, inizialmente SolarCube, concepito per dare a un CubeSat 3U (≈10×10×30 cm) la stessa potenza tipica di un 12U. Come? Reinventando l’ala fotovoltaica: abbandoniamo la catena di moduli rigidi con cerniere meccaniche e adottiamo un’unica ala continua in materiale tessile; tramite circuiti rigido-flessibili posizioniamo le celle e l’elettronica di controllo. Questo approccio ci rende fino a 10 volte più sottili, con peso dimezzato e costi sensibilmente ridotti.

Oggi SolarCube è evoluto in Solar Z: un sistema meno vincolato al formato CubeSat, che scala su piattaforme più grandi, ma ne mantiene la semplicità di integrazione. In parallelo, abbiamo creato Solar Y, la declinazione terrestre/nautica che porta a terra le stesse value proposition: leggerezza, trasportabilità, modularità e robustezza.

I casi d’uso vanno dal dual-use all’agrivoltaico, dalla nautica da diporto alla logistica e al campeggio. A chi è rivolta? A costruttori e operatori di smallsat/microsat che vogliono massimizzare potenza e payload performance, e – sul lato terrestre – ad attori che necessitano di generazione portatile e rapida da distribuire in scenari off-grid o dinamici.

C’è stato un momento di “svolta” nel percorso dall’idea al prodotto?

Sì. In fase iniziale abbiamo esplorato architetture di dispiegamento ispirate all’origami per minimizzare lo spazio occupato in fase chiusa. Sulle piattaforme piccole il beneficio di volume si è rivelato inferiore al costo in termini di complessità tecnica e rischi.

Il momento di svolta è stato accettare di “uccidere la nostra idea preferita”: abbandonare lo schema origami e adottare una chiusura a Z (tipo fisarmonica), meno esotica ma più lineare e ripetibile.

Il risultato: integrazione e test più rapidi, affidabilità di dispiegamento più alta e costi/lead time più prevedibili – tutto ciò senza sacrificare la potenza specifica che ci eravamo prefissati. Su piattaforme più grandi, dove i vincoli cambiano, il trade-off potrebbe cambiare; non lo escludiamo.

Negli ultimi anni il comparto ampio del green è, finalmente, esploso. Rispetto ad applicativi concorrenti in cosa la vostra soluzione è più avanti?

Negli ultimi anni si parla molto di “green”, ma nel settore spaziale il fotovoltaico è da sempre la principale – e spesso unica – fonte di energia. Fin dai primi satelliti, ogni sistema mandato in orbita e destinato a restarci per più di pochi giorni, ha dovuto fare affidamento sull’energia solare. Per questo preferisco raccontare il nostro ruolo nella “rivoluzione green” pensando a Solar Y, il nostro prodotto terrestre: per valutarne davvero il valore è importante chiarire bene a quali concorrenti ci riferiamo.

Possiamo dividerli in due grandi categorie: (i) i pannelli rigidi, i classici che tutti immaginiamo sui tetti o nei campi fotovoltaici; (ii) i pannelli portatili e flessibili, spesso pieghevoli, molto meno diffusi e più vicini concettualmente al nostro approccio. Rispetto ai pannelli rigidi, Solar Y è circa dieci volte più leggero, perché non ha la pesante cornice in alluminio che normalmente incornicia e sostiene le celle. Al confronto invece di pannelli portatili attualmente sul mercato, utilizziamo celle ad altissima efficienza, le stesse impiegate nei pannelli rigidi, e questo ci permette di offrire molta più potenza a parità di peso e dimensioni. In sintesi, uniamo la leggerezza e la portabilità dei pannelli flessibili con l’efficienza dei pannelli rigidi, creando un prodotto che oggi non ha veri equivalenti sul mercato.

Convincere l’ecosistema intorno a lei a investire sulla sua visione è stato complicato? Quanto tempo ha richiesto e quante energie ha raccolto intorno a sé?

Il settore spaziale è notoriamente prudente: tende a non abbandonare soluzioni consolidate e ampiamente testate se non di fronte a innovazioni che rappresentino un salto netto in termini di prestazioni. Per questo, farsi conoscere e conquistare la fiducia di grandi aziende del settore è stato inizialmente molto complesso.

Ma alla fine ce l’abbiamo fatta: proprio la settimana scorsa abbiamo chiuso un round di investimento seed da 2 milioni di euro con Primo Space Venture Capital, un risultato che conferma la fiducia di questo ecosistema nelle nostre idee, nei nostri prodotti e soprattutto nel team di Astradyne. Un team che oggi sta crescendo, ma che fin dall’inizio è stato la vera forza propulsiva della nostra innovazione.

Di quali talenti “intorno” avrebbe bisogno per fare ancora meglio?

Per continuare a crescere e accelerare lo sviluppo di Astradyne abbiamo bisogno di persone con competenze molto verticali ma anche con grande curiosità e flessibilità mentale. In particolare, ci servono ingegneri specializzati in materiali e sistemi energetici, e figure con forte esperienza nel business development, per portare le nostre soluzioni sul mercato in modo sempre più rapido e capillare. Ma, soprattutto, cerchiamo talenti che credano davvero nella nostra visione e abbiano voglia di mettersi in gioco fuori dai percorsi già battuti: è questo tipo di energia che fa davvero la differenza.

C’è più tecnologia o più “umanità” nella sua innovazione?

Alla base di Astradyne c’è sicuramente molta tecnologia avanzata, frutto di anni di ricerca e di competenze ingegneristiche di altissimo livello. Ma sarebbe riduttivo pensare che l’innovazione nasca solo da lì. La vera scintilla è umana: nasce dalla curiosità, dal desiderio di superare i limiti, dal coraggio di provare strade nuove e dall’entusiasmo di un team che condivide la stessa visione. Anche l’innovazione più tecnologica non ha senso senza le persone che la immaginano, la costruiscono e la fanno vivere ogni giorno.

Due vizi e due virtù dell’ecosistema dell’innovazione italiano.

In Italia abbiamo creatività e resilienza da vendere: sappiamo trovare soluzioni ingegnose anche con pochi mezzi e non molliamo facilmente. Ma spesso ci frenano la burocrazia e la paura del rischio, che rendono difficile scommettere su idee davvero ambiziose. Se riuscissimo a sciogliere questi due nodi, l’innovazione italiana potrebbe correre molto più veloce.

Qual è la sua idea di “mondo migliore”?

La mia idea di mondo migliore è un mondo in cui innovazione, sostenibilità e diritti civili non siano tre strade parallele, ma una sola direzione comune.

Un mondo in cui la tecnologia sia al servizio delle persone e dell’ambiente, capace di migliorare la vita senza consumare il futuro, e in cui il progresso venga misurato anche dalla capacità di garantire pari opportunità, rispetto e libertà a tutti. Solo così l’innovazione può essere davvero duratura: se è sostenibile per il pianeta e giusta per chi lo abita.