Per Raffaella Milione, componente del Comitato Femminile Plurale di Confindustria Salerno, la capacità di sbarazzarsi di vecchie abitudini è un’attitudine fondamentale per rinnovare il proprio sapere e saper fare, aprendosi a nuovi ambiti di conoscenza e a regole e schemi mentali differenti dal convenzionale
Trentatré anni di cui già 8 all’attivo nell’azienda di famiglia: di cosa si occupa e come si è evoluta l’impresa con il suo ingresso?
Tremil srl dal 1979 si occupa di valorizzazione fisica del brand, progettando, producendo e installando sistemi di comunicazione visiva per retail, franchising, spazi commerciali: insegne luminose, stampe digitali ed elementi di arredo personalizzati in metallo e plexiglass, con l’obiettivo di esaltarne i valori e l’identità visiva. Fin dai tempi dell’università ho guardato con grande interesse alle potenzialità offerte dal mercato degli appalti pubblici, tanto da scegliere di approfondire questo ambito nel mio percorso accademico con una tesi sperimentale in diritto processuale amministrativo. Un interesse che ho poi tradotto in pratica concreta nel mio ruolo di Tender Manager e Legal Affairs all’interno di Tremil. L’introduzione di questo settore ha rappresentato una vera svolta per l’azienda, permettendoci di aprire un mercato completamente nuovo e di ampliare in modo significativo il numero delle commesse, acquisendo nuovi clienti su scala nazionale e internazionale. In particolare, la partecipazione a gare d’appalto per contesti di alto valore storico, artistico e culturale ci ha permesso di esprimere appieno le nostre competenze progettuali e capacità realizzative. Un risultato reso possibile dalla presenza in azienda di figure tecniche altamente specializzate, operai qualificati e tecnologie all’avanguardia. Accanto alla tradizione, portata avanti dal fondatore che ha impresso il DNA dell’azienda, si è affermata la seconda generazione con una visione orientata all’innovazione, alla strategia e alla sostenibilità. Oggi Tremil si posiziona come un partner strategico per i brand che vogliono affidarsi ad un interlocutore unico qualificato che sappia garantire tempi certi e risultato atteso.
C’è qualcosa che ha dovuto “disimparare” per affermarsi sul lavoro?
Sì, più di una. Crescere in un’azienda di famiglia come Tremil significa viverla fin da piccoli, non solo come un luogo di lavoro, ma come parte della propria identità. Per me è sempre stata una seconda casa, il posto in cui trascorrevo le estati e in cui ho imparato presto cosa significano il sacrificio, l’impegno quotidiano e il valore delle cose fatte bene. Una volta terminati gli studi universitari, ho scelto consapevolmente di entrare in azienda, ma volevo che la mia presenza fosse legittimata dal rispetto dei collaboratori, non imposta “dall’alto”. Per questo ho disimparato l’idea che bastasse un titolo di studio o il cognome per guidare: ho iniziato a vivere i reparti produttivi, ad ascoltare, osservare, comprendere i tempi delle lavorazioni, le dinamiche quotidiane, la complessità tecnica e le competenze straordinarie delle nostre maestranze. Ho anche dovuto disimparare l’idea di controllo totale. In un’azienda come Tremil, in cui convivono artigianalità, innovazione e visioni generazionali diverse, ho capito quanto sia importante delegare, fidarsi delle competenze altrui e costruire una squadra.
Infine, ho dovuto abbandonare anche l’illusione che il cambiamento potesse essere immediato. In un’azienda strutturata, con una storia e un’identità forti, il cambiamento richiede tempo, pazienza e visione. È un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, lavorando sul campo, affrontando le resistenze, ma anche celebrando ogni piccolo traguardo.
La dote “personale” e attitudinale che, invece, si è rivelata fin da subito il suo asso nella manica?
Credo sia stata la capacità di ascolto, unita a una forte determinazione. Osservare i processi, leggere tra le righe delle dinamiche aziendali, é un’attitudine che mi ha permesso di costruire relazioni di fiducia, senza mai perdere la chiarezza degli obiettivi: quando credo in un progetto, lo porto avanti con costanza, cercando sempre di coinvolgere e valorizzare chi mi circonda.
Chi è stato il suo “sponsor” nel percorso di crescita professionale e quanto è stato importante?
Senza dubbio i miei genitori che non mi hanno mai obbligato a un ruolo, né a un destino ma lasciata libera di trovare con consapevolezza il mio spazio. Il loro sostegno non è mai stato una scorciatoia, ma un appoggio discreto e profondamente solido. Hanno saputo esserci senza mai imporsi, affidandomi la grande responsabilità, e l’onore, di guadagnarmi ogni giorno la fiducia dei collaboratori e di costruire con coerenza il mio ruolo. È proprio in questo delicato equilibrio tra eredità e autonomia che si fonda la mia identità professionale: una leadership fatta di rispetto, passione e continuità, con lo sguardo sempre rivolto al futuro.
Potesse disegnare un mondo del lavoro ideale, quali sarebbero le 3 parole per descriverlo?
Passione, profitto e qualità. Il mondo del lavoro ideale è quello in cui la passione guida ogni azione, il profitto riconosce e sostiene il valore creato e la qualità del tempo e della vita permette di lavorare con equilibrio e benessere, perché solo un equilibrio reale tra lavoro e benessere può trasformare il lavoro in crescita autentica e soddisfazione profonda.
Studiare e/o fare un’esperienza lavorativa fuori dai propri confini può essere secondo lei un valore aggiunto per le nuove generazioni? Ha mai sentito la voglia di estero?
Assolutamente sì. Credo che confrontarsi con culture, sistemi e visioni differenti sia un’opportunità fondamentale per i giovani. Nel contesto industriale contemporaneo, vivere esperienze formative o professionali all’estero rappresenta un valore aggiunto reale e misurabile. Significa aprire la mente a nuovi modelli produttivi, comprendere approcci differenti alla gestione d’impresa, acquisire una maggiore sensibilità verso tematiche globali che oggi incidono in modo diretto anche sulle filiere locali.
Nel mio percorso personale ho avuto l’opportunità di vivere esperienze significative già durante gli anni del liceo, grazie a un progetto di scambio culturale con l’estero. È stata una palestra di adattamento, autonomia e confronto, che mi ha insegnato il valore del rispetto reciproco e della diversità.
Durante l’università poi ho partecipato al National Model United Nations (NMUN) di New York, la più prestigiosa simulazione dei lavori delle Nazioni Unite rivolta agli studenti universitari.
È un’esperienza che unisce formazione accademica e competenze trasversali come negoziazione, public speaking in inglese e diplomazia multilaterale. Ho rappresentato un Paese membro dell’ONU all’interno dell’Assemblea Generale Primaria, confrontandomi con studenti provenienti da tutto il mondo su temi di rilievo globale.
Anche nei viaggi personali continuo a coltivare questa attitudine. Ogni cultura altra è per me una fonte di ispirazione. Non si tratta solo di arricchimento personale, ma anche di una forma continua di aggiornamento che mi aiuta a interpretare meglio i cambiamenti in atto: nel mercato, nella tecnologia, nel design, nei modelli organizzativi.
Pensiero o azione, cosa la descrive meglio? Ha un suo claim personale?
Per me tutto è possibile, a patto di avere il coraggio di osare. Le conquiste appartengono a chi ha la forza di tradurre il pensiero in realtà, a chi si lascia guidare non dalla paura dell’imprevisto, ma dall’ossessione del risultato. Il mio claim personale è: “Nessun limite oltre me stessa”, perché credo che siano le azioni a definirci, non solo le competenze che possediamo. Contano le scelte che facciamo ogni giorno, il modo in cui affrontiamo le difficoltà, la capacità di trasformare l’ambizione in risultati concreti. È lì che si misura la vera forza di una persona ed è quella persona che cerco di essere ogni giorno.