Ripensare la crescita: dall’export alla domanda interna, la lezione di due economisti salernitani cresciuti negli anni della ricostruzione europea
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo di Pasquale Lucio Scandizzo, economista di lungo corso, dal titolo eloquente: “Ecco la trappola commerciale in cui è finita l’Italia, con l’Europa”.
Quelle righe mi hanno spinto a confrontarmi con Lucio Valerio Spagnolo, mio docente di Economia all’Università di Salerno, con cui da tempo condivido, insieme a un piccolo gruppo di colleghi – quelli della Cena Erasmus – un dialogo costante sui temi di economia politica.
Scandizzo e Spagnolo condividono le stesse origini salernitane e un comune orizzonte culturale, ma incarnano due modi opposti di crescere nel campo dell’economia: uno accademicamente strutturato e globale (potremmo definirlo il Golia), l’altro segnato dall’esperienza, dall’ibridazione teorica e da un percorso meno lineare ma più ricco di influenze eterogenee (il Davide). Pur con percorsi differenti, entrambi condividono l’influenza di figure centrali dell’economia italiana, in particolare Manlio Rossi-Doria.
Con il professor Spagnolo, ho ripreso una frase di Scandizzo che mi aveva colpito per la sua forza ma anche per la sua ambiguità iniziale: «L’Italia è intrappolata in una stagnazione ricca, dove l’accumulo di risparmio e la prudenza fiscale non si traducono in crescita e innovazione». Un passaggio che descrive, con lucidità, il paradosso delle economie mature europee: solide nei conti, ma incapaci di generare sviluppo reale. C’era bisogno solo di tradurla, e qui entra in gioco Spagnolo…che in uno scritto di otto pagine intitolato “A portrait sans retouch des deux auteurs” mi risponde dando merito al suo pensiero originale, di cui riporto un paio di sue citazioni…«Non riesco a capire (I’m sorry, Sir) la definizione di stagnazione ricca. Se i salari (W=Wage) sono bassi, da dove dovrebbe provenire una ricca disponibilità finanziaria [disponibilità di Risparmio (S=Saving)]?.Salari (W) bassi non implicano forse profitti (P=Profit)) elevati? E se i Profitti sono elevati perché non si traducono in Investimenti (I=Investment)? Gli Investimenti non dipendono forse dai Profitti? Perché sono bassi sia i salari che i profitti, se lo sono? E dunque Che senso ha parlare di stagnazione ricca in presenza di salari e profitti bassi? Stagnazione ricca sta forse a significare che è necessario far ricorso a Investimenti Pubblici (G) [G sta per (Governo)]? Ma se W e P sono bassi, anche T (Tasse) è basso e dunque T non è forse minore di G?».
Cit. LV. Spagnolo*.
In sostanza, per decenni, il modello dominante è stato quello export-oriented, fondato sulla ricerca costante di nuovi mercati in cui collocare la produzione. La crescita era sinonima di espansione verso l’esterno, di competitività e di conquista commerciale. Oggi però quel paradigma mostra i suoi limiti. Le stesse aree da cui si è attinto lavoro e risorse chiedono ora una redistribuzione della ricchezza e una crescita della domanda interna. Non basta più trovare mercati dove vendere: servono mercati che assorbono, capaci cioè di sostenere la domanda grazie a un reale potere d’acquisto e a un tessuto economico dinamico.
Il punto è che non è soltanto l’economia italiana ad aver bisogno di un rilancio fondato su un modello demand-oriented: anche l’economia dell’Unione Europea si trova nella stessa condizione. E, ancor più, l’economia cinese richiede questo cambio di rotta con urgenza crescente. La causa è una crisi di sovrapproduzione in cui l’offerta globale (Ys) supera la domanda globale (Yd), una dinamica che – come è noto – tende a spingere verso il basso il livello dei prezzi. Concludendo, chi mi conosce sa che, tanto nel mio lavoro di accompagnamento delle imprese all’estero quanto nei corsi che tengo, da sempre promuovo un modello economico che superi la semplice logica dell’export. Un modello in grado di costruire una presenza internazionale stabile, equa e sostenibile, capace di ascoltare i bisogni locali, valorizzare le comunità e generare relazioni economiche durature.
Ritornare alle riflessioni di Scandizzo e Spagnolo rafforza la mia convinzione che siamo di fronte a una sfida culturale ancor prima che economica: ovvero smettere di inseguire unicamente l’efficienza produttiva e imparare a mettere al centro la domanda, i territori e le persone, orientando lo sviluppo verso un futuro più solido, inclusivo e responsabile.
* Lucio Valerio Spagnolo
EU Jean Monnet Chairholder
Economia dell’Integrazione europea