Il nuovo modello rappresentato dal Tax Control Framework (TCF) è un passo concreto verso una fiscalità collaborativa, capace di unire rigore e dialogo, nell’interesse comune della crescita e della sostenibilità economica
Negli ultimi anni il rapporto tra Fisco e contribuente sta vivendo una profonda trasformazione. La riforma fiscale e i successivi decreti correttivi hanno ridisegnato l’istituto della cooperative compliance – o adempimento collaborativo – trasformandolo da strumento riservato alle grandi imprese in un modello di trasparenza e fiducia esteso anche a realtà di dimensioni più contenute.
L’obiettivo del legislatore è chiaro: superare la logica del sospetto che per decenni ha caratterizzato la relazione tra amministrazione e contribuente, per favorire una fiscalità del confronto basata sul dialogo, sulla chiarezza e sulla corresponsabilità. Il cuore operativo di questo nuovo sistema è rappresentato dal Tax Control Framework (TCF), il meccanismo di controllo interno che consente alle imprese di individuare, misurare e gestire in modo strutturato i propri rischi fiscali. Il TCF, certificato da professionisti indipendenti dotati di requisiti di onorabilità e competenza, diventa non solo un presidio tecnico ma anche un indicatore di affidabilità e sostenibilità. La certificazione, infatti, rafforza la reputazione aziendale e contribuisce a costruire un clima di fiducia reciproca: l’impresa dimostra trasparenza e correttezza, mentre l’Amministrazione finanziaria calibra la propria azione di controllo in modo proporzionato e preventivo.
Le nuove norme prevedono una disciplina dettagliata per la certificazione, sanzioni in caso di attestazioni infedeli e, al tempo stesso, riconoscono benefici concreti per i contribuenti virtuosi: riduzione dei termini di accertamento, minore intensità dei controlli, esonero da garanzie per i rimborsi IVA e, nei casi previsti, esclusione della rilevanza penale dei fatti di reato connessi a rischi comunicati in via preventiva. Si tratta di un cambiamento di prospettiva significativo: dalla fiscalità del controllo si passa alla fiscalità della fiducia, in cui l’errore non è più punito ma prevenuto attraverso un dialogo costruttivo. L’evoluzione del regime non si limita alle grandi imprese. La riforma prevede, infatti, la possibilità di accesso per gruppi d’impresa anche quando solo una società possiede i requisiti dimensionali richiesti e introduce un regime opzionale per chi, pur non aderendo formalmente, sceglie di adottare un TCF certificato, potendo così beneficiare di tutele sanzionatorie attenuate. In questa prospettiva, la cooperative compliance si configura come un percorso di responsabilità condivisa e di crescita culturale del sistema economico.
Proprio di recente, il Consiglio Nazionale Forense e l’Ordine dei dottori commercialisti – in rappresentanza delle due sole categoria professionali che possono rilasciare la certificazione – di concerto con l’Agenzia delle Entrate hanno dato avvio ai primi corsi formativi e abilitativi per la certificazione del TCF, rivolti ai professionisti che intendono assumere un ruolo qualificato nell’ambito della cooperative compliance. Il corso e l’esame finale rappresentano un’opportunità per acquisire competenze tecniche e metodologiche di alto profilo, contribuendo alla diffusione di una cultura fiscale fondata su responsabilità, affidabilità e buona governance.
In conclusione, la cooperative compliance non è più un esperimento riservato a pochi, ma un nuovo patto di fiducia tra Stato e impresa. Essa riconosce valore alla trasparenza, riduce l’incertezza interpretativa e rafforza la certezza del diritto, ponendo le basi per un sistema tributario moderno, prevedibile e competitivo. In un Paese in cui la stabilità fiscale è spesso percepita come un miraggio, il nuovo modello rappresenta un passo concreto verso una fiscalità collaborativa, capace di unire rigore e dialogo, controllo e fiducia, nell’interesse comune della crescita e della sostenibilità economica.