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	<title>l&#8217;opinione &#8211; Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero &#8211; Confindustria Salerno</title>
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		<title>SUD, LA FUGA DELLE LAUREATE E L’ADDIO ALLE ASPIRAZIONI: UN CONTO DA 7 MILIARDI L’ANNO</title>
		<link>https://www.costozero.it/sud-la-fuga-delle-laureate-e-laddio-alle-aspirazioni-un-conto-da-7-miliardi-lanno/</link>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 08:03:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dalla discriminazione nelle carriere STEM al welfare dei “nonni con la valigia”.&#160;Le analisi di SVIMEZ e Save the Children rivelano un Mezzogiorno che esporta&#160;competenze e capitale sociale, spegnendo le speranze dei giovanissimi ancor prima del&#160;loro ingresso nel mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Serenella Caravella, ricercatrice Svimez L’ultimo report Svimez evidenzia che dal 2002 [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13606" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella.png" alt="" width="358" height="239" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/serenella-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" />Dalla discriminazione nelle carriere STEM al welfare dei “nonni con la valigia”.&nbsp;</strong><strong>Le analisi di SVIMEZ e Save the Children rivelano un Mezzogiorno che esporta&nbsp;</strong><strong>competenze e capitale sociale, spegnendo le speranze dei giovanissimi ancor prima del&nbsp;</strong><strong>loro ingresso nel mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Serenella Caravella, ricercatrice Svimez</strong><span id="more-13605"></span></p>
<p><strong>L’ultimo report Svimez evidenzia che dal 2002 al 2024 quasi 350.000 laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno. In particolare, il fenomeno migratorio è &#8211; negli ultimi anni &#8211; fortemente a trazione femminile, con 195.000 donne laureate emigrate dal Sud al Centro-Nord. Quali sono i fattori strutturali che rendono l&#8217;emigrazione una scelta quasi obbligata per le giovani donne qualificate del Sud? Esiste una motivazione “donna” a suo parere?</strong></p>
<p>Esiste più di una motivazione “donna” o, detto altrimenti, ci sono diversi fattori che, nelle scelte migratorie, condizionano molto più le donne degli uomini. In generale dobbiamo riflettere sul fatto che l’impostazione tradizionale della nostra società, ancora fortemente incardinata su stereotipi di genere che relegano l’immaginario femminile all’interno di determinate mansioni e ruoli, si sta progressivamente scontrando con le aspirazioni delle nuove generazioni. Dalle millennial in poi, è già maturo un processo di consapevolezza sulle potenzialità e sulle qualità del “nuovo femminile” che si va a sovrascrivere al vecchio immaginario, assumendo un carattere di “riscatto” non solo generazionale, ma anche professionale e personale. Un processo che però, a livello collettivo, si trova ad uno stadio ancora embrionale, specialmente nelle aree del nostro Mezzogiorno, in cui la discrasia tra le “vecchie” aspettative sulle donne e le “nuove” aspirazioni delle donne incide fortemente sulle scelte di vita, e sulle decisioni migratorie.</p>
<p><strong>Dicevamo che ad andare via sono soprattutto le laureate: la quota tra le migranti meridionali è passata dal 22% a quasi il 70% nel 2024. È possibile dunque tracciare oggi un identikit dell’emigrante differente dal passato?</strong></p>
<p>Nell’ultimo report SVIMEZ spieghiamo come «ad oggi, le donne partano in cerca di uno sbocco professionale che valorizzi, anche a livello retributivo, le loro competenze, mentre in passato si spostavano principalmente a seguito di genitori o mariti». Significa che il fatto stesso di possedere titoli e competenze avanzate non assicura loro lo stesso futuro professionale degli uomini. Questo ragionamento assume maggiore fondatezza per il caso meridionale. In primo luogo, c’è un tema di domanda di lavoro: l’economia meridionale, anche in questa eccezionale stagione di crescita, continua ad espandersi in settori a bassa produttività (es. turismo e costruzioni) in cui la richiesta di competenze specializzate e qualificate rimane relativamente scarsa. Inoltre, laddove richiesti, questi profili professionali tendono ad essere assorbiti in maniera predominante dalla componente maschile, nonostante non ci sia un uguale divario di genere nei percorsi formativi. Il caso STEM è lampante: in tutte le regioni italiane, la percentuale femminile nei corsi universitari STEM supera il 40%, tra i valori più alti in Europa, eppure le posizioni STEM aperte dalle imprese meridionali, specialmente nei profili associati al mondo digitale e informatico, sono appannaggio quasi esclusivo degli uomini. Questa evidenza dimostra che la scarsità di domanda si traduce in una corsia preferenziale per il genere maschile perché, tra gli altri fattori, queste aree sono più vulnerabili anche sotto il profilo sociale. Ciò riguarda in primo luogo l’offerta e la qualità dei servizi di cura e conciliazione famiglia-lavoro, attività che, come detto in principio, continuano a ricadere in maniera preponderante sulle donne. L’effetto è duplice. Oltre a disincentivare la partecipazione al mercato del lavoro per le donne che restano in loco, soprattutto se madri (ricordiamo che il tasso di occupazione femminile al Mezzogiorno è fermo al 36,9%, quasi la metà del Nord dove raggiunge il 62,4%), vengono condizionate anche le aspirazioni delle giovani meridionali che, ancora prima di “sistemarsi” sotto il profilo familiare, cercano realizzazione e autonomia nell’ambito lavorativo, spostandosi altrove per cercare un impiego che ne valorizzi pienamente il potenziale.</p>
<p><strong>Questo fenomeno ha implicazioni dirette sul costo annuo dell&#8217;investimento formativo disperso, stimato dalla Svimez in 6,8 miliardi di euro per il Mezzogiorno. Oltre al calcolo economico, come incide la migrazione di intere famiglie sul capitale sociale e sul tessuto comunitario delle regioni del Sud?</strong></p>
<p>È un effetto di impoverimento complessivo che ambia gli equilibri e le proporzioni della società, ridefinendo l’intera piramide sociale. Con le partenze della parte più giovane e dinamica della società, le aree di svuotano di dinamismo, innovazione, idee, futuro, progettualità e, nuovamente, vorrei tornare sul tema importante delle aspirazioni. Perché un effetto progressivo di spopolamento si riversa anche ui progetti dei giovanissimi, che crescono maturando sia da piccoli una disaffezione “innaturale” verso il proprio luogo di nascita. Già in età adolescente sono consapevoli che per potersi realizzare dovranno emigrare. Save the Children ci dice che oltre quasi il 40% degli adolescenti del Mezzogiorno immagina un futuro lontano da casa, a questo si aggiunge un dato ancora più allarmante: questa consapevolezza interessa quasi un adolescente su due tra coloro che hanno background migratorio.</p>
<p><strong>Oltre alla &#8220;fuga di cervelli&#8221;, il report introduce il fenomeno in crescita dei “nonni con la valigia”: anziani che, pur mantenendo la residenza al Sud, si trasferiscono temporaneamente al Centro-Nord per supportare figli e nipoti emigrati. Quali sono le cifre e che tipo di fragilità sociali e infrastrutturali del Mezzogiorno vengono messe in luce da questa dinamica familiare “a fisarmonica”?</strong></p>
<p>Stimiamo che quasi 300mila over75 attualmente hanno lasciato il Mezzogiorno per vivere temporaneamente, ma c’è anche chi lo fa stabilmente, al Centro-Nord: si tratta di quasi il 10% della popolazione ultrasettantacinquenne residente al Sud. Ancora più chiaramente significa che 1 giovane laureato su 4, tra coloro che da Sud emigrano al Nord, porta con sé almeno un genitore. Li abbiamo quindi chiamati “nonni” per evidenziare, da un lato quanto il loro sostegno sia una forma di “welfare” familiare che consente ai propri figli, diventati a loro volta genitori, di bilanciare vita lavorativa e familiare. Da un’altra prospettiva, questa forma di ricongiungimento familiare consente agli anziani di avere a loro volta supporto dai figli per fare fronte alle difficoltà fisiologiche che affiorano con l’avanzare degli anni, un supporto che sarebbe loro negato se fossero rimasti a vivere in solitudine nel Mezzogiorno. Ultima osservazione: spostandosi, questi nonni possono beneficiare di un’offerta di servizi sanitari qualitativamente migliore di quella che avrebbero ricevuto al Sud, dove ricordiamo, i sistemi sanitari continuano a soffrire di una carenza strutturale di risorse, finanziarie e umane, che non consente di garantire un livello quantitativamente e qualitativamente sufficiente di servizi di assistenza e di cura. Ma ci sono anche altri tipi di servizi, ricreativi, e culturali, verde pubblico, di cui i nonni del Sud riescono a godere migrando al Centro-Nord. Sono condizioni che fanno la differenza nella qualità della vita degli anziani.</p>
<p><strong>Considerando che la Svimez da quasi 80 anni studia le trasformazioni economiche e sociali del Mezzogiorno, quali sono, a suo avviso, le tre azioni prioritarie e non più procrastinabili che il Governo dovrebbe implementare nell&#8217;immediato futuro per invertire questi trend demografici e sociali negativi?</strong></p>
<p>Partire dai giovani, metterli al centro di una programmazione di lungo periodo che investe sul futuro per cambiare il futuro. Da troppo tempo assistiamo a crescenti forme di discriminazione intergenerazionale che penalizzano i giovani, sul mercato del lavoro in primo luogo. È bene ricordare come in Italia le retribuzioni dei giovani laureati siano sensibilmente più basse rispetto alla media europea, con un differenziale negativo di quasi 600 euro netti mensili. A questo gap si aggiungono i divari territoriali: al Sud un laureato può guadagnare oltre 800 euro mensili netti in meno rispetto a un laureato expat, e se è donna il differenziale negativo si avvicina ai 900 euro. Seconda linea di intervento: i territori. Non è solo un divario macro-territoriale, Nord-Sud quello che caratterizza il nostro Paese, ma c’è un tema centro-periferia, un’emergenza aree interne. Il rischio spopolamento interessa soprattutto queste ultime, si estende alle periferie, si acuisce nelle Isole. Occorre prendere atto che tutti i territori hanno il medesimo valore, ma su quelli più fragili e marginali bisogna investire in maniera più massiccia. Una linea di intervento utile a tenere insieme il Paese passa sicuramente per la riscoperta e valorizzazione delle città medie: anelli di connessione tra grandi e piccoli centri che oltre a decongestionare le metropoli consentirebbero, allo stesso tempo, di mantenere in vita le aree più periferiche, offrendo tutti quei servizi (sociali, sanitari e ambientali) che restituiscono attrattività anche alle realtà più piccole e marginali. Infine, bisogna investire sulla connettività, materiale e immateriale. Avvicinare i territori con infrastrutture di trasporto, sociali, e di assistenza è una scelta di coesione che consente di restituire dignità ed eguali prospettive di sviluppo a tutte le aeree, e pone le condizioni necessarie affinché quella di emigrare non sia più una costrizione ma, piuttosto, una scelta volontaria.</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
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		<title>Valutazione di Impatto Generazionale: la roadmap per renderla operativa</title>
		<link>https://www.costozero.it/valutazione-di-impatto-generazionale-la-roadmap-per-renderla-operativa/</link>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 14:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Save the Children e ASviS e presentano 10 raccomandazioni al Governo per trasformare la tutela dei giovani in una pratica legislativa concreta &#160; Dieci raccomandazioni per evitare che la Valutazione di impatto generazionale (VIG) delle nuove leggi resti solo sulla carta. È questo il cuore del Future Paper, presentato oggi a Roma da ASviS e [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_13568" style="width: 340px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-13568" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro.png" alt="" width="340" height="227" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/tesauro-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /><figcaption class="wp-caption-text">La presentazione di Claudio Tesauro, presidente Save The Children</figcaption></figure>
<p><strong>Save the Children e ASviS e presentano 10 raccomandazioni al Governo per trasformare la tutela dei giovani in una pratica legislativa concreta</strong><span id="more-13567"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Dieci raccomandazioni per evitare che la Valutazione di impatto generazionale (VIG) delle nuove leggi resti solo sulla carta. È questo il cuore del <b>Future Paper, presentato oggi a Roma da ASviS e Save the Children</b><span style="background: white;">, realizzato nell’ambito della partnership Ecosistema Futuro, che individua </span>principi, approcci e strumenti per rendere efficace la normativa approvata a novembre 2025, anche <span style="background: white;">in vista della prossima adozione del DPCM del Governo, </span>da cui dipenderà la reale efficacia della VIG nel processo legislativo e amministrativo. &nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">L’introduzione della VIG rappresenta <b>l’esito di un percorso istituzionale</b>, a cui ha contribuito in modo determinante<b> </b>l’Alleanza sin dalla sua fondazione dieci anni fa<b>: </b>è stata tra i principali sostenitori della <b>riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione </b>che nel 2022 ha introdotto “la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse della future generazioni”, ponendo per la prima volta il futuro tra i compiti espliciti della Repubblica. Coerentemente con la modifica costituzionale, <b>l’ASviS ha proposto anche l’introduzione della VIG</b>, inserita ora nella <b>Legge n.167/2025</b>, frutto dell’iniziativa governativa e approvata lo scorso novembre, la quale impone un salto culturale nel processo legislativo. Richiamando la politica alla sua espressione più alta, cioè quella di riscoprirsi custode, e non proprietaria assoluta, delle risorse del nostro tempo, la nuova normativa afferma che “le leggi della Repubblica promuovono il principio dell’equità intergenerazionale” e introduce l’obbligo di svolgere in via preventiva una valutazione sugli effetti sociali e ambientali delle nuove normative proposte dal Governo sui giovani e sulle future generazioni, insieme alla Valutazione di impatto di genere (VIGE). <b>L’auspicata adozione del DPCM</b> <b>attuativo</b> e l’istituzione <b>dell’Osservatorio nazionale per l’Impatto generazionale delle leggi</b> rappresentano i prossimi passaggi decisivi per tradurre la norma in pratica amministrativa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Il Rapporto, elaborato grazie al contributo di esperte ed esperti provenienti da diversi ambiti disciplinari, <b>propone <span style="background: white;">dieci raccomandazioni per evitare che la VIG sia interpretata come un atto puramente formale</span></b><span style="background: white;">: assumere la VIG come <b>“un’infrastruttura cognitiva permanente”</b> del processo normativo e <b>garantire l’indipendenza tecnica degli organismi</b> chiamati ad effettuare la valutazione; <b>rafforzare le capacità del Parlamento di utilizzare la VIG</b> anche nella fase emendativa e assicurare <b>tempestività nella sua applicazione</b> anche ai decreti-legge che determinano importanti effetti sui giovani e sulle future generazioni; <b>potenziare dati, indicatori e modelli</b> per valutare in modo accurato gli effetti delle leggi, tenendo conto anche degli<b> scenari demografici</b>; promuovere <b>la partecipazione dei giovani in tutte le fasi del processo. </b>Si sottolinea, infine, la necessità di una forte spinta culturale a sostegno delle <b>iniziative che si stanno attivando a livello locale.</b></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; color: black; background: white;">Nel corso dell’evento, </span><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; color: black;">dal titolo </span><b><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; background: white;">“La Valutazione d’impatto generazionale delle politiche pubbliche: una sfida senza precedenti per l’Italia”</span></b><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; background: white;">,<b> </b>svo<span style="color: black;">ltosi presso </span></span><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; color: black;">l’Auditorium di Save the Children, <b>il Future Paper</b> <b>è stato discusso</b> da rappresentanti del mondo accademico e della società civile, <span style="background: white;">esponenti politici nazionali e locali, tra cui la Ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione amministrativa, <b>Maria Elisabetta Casellati.</b></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><i><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">«Nel nostro lavoro quotidiano in Italia, avvertiamo tutto il peso delle ingiustizie generazionali, soprattutto nei territori più svantaggiati, dove incontriamo ragazzi e ragazze presto indotti a rinunciare ai loro sogni e ai loro talenti.&nbsp; La Valutazione di impatto generazionale rappresenta uno strumento per tutelare concretamente i loro diritti e quelli delle generazioni che verranno”, ha affermato <b>Claudio Tesauro</b>, presidente di Save the Children nel suo intervento di apertura. “È una sfida che dobbiamo raccogliere non solo a favore dei giovani ma con&nbsp;i giovani, facendo in modo che siano autentici protagonisti di questo percorso, in ogni sua fase». </span></i></p>
<p style="text-align: justify;"><b><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; color: black;">Enrico Giovannini</span></b><i><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; color: black;">, </span></i><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif; color: black;">direttore scientifico dell’ASviS ha illustrato il Rapporto notando che:<i> «Quella dell’equità intergenerazionale non è una questione simbolica, ma un principio che cambia il modo di disegnare e attuare le politiche pubbliche. Se applicata in modo rigoroso, impedirà che i costi economici, sociali e ambientali delle scelte di oggi vengano trasferiti automaticamente sui giovani e sulle generazioni future. Integrare stabilmente la prospettiva intergenerazionale nelle decisioni pubbliche<b> </b>non è solo<b> </b>una scelta etica, ma una condizione di razionalità economica e sostenibilità finanziaria».</i></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Le<b> tendenze di medio-lungo periodo e gli squilibri strutturali, come l’invecchiamento della popolazione e la crisi climatica</b> producono impatti che si distribuiscono nel tempo tra le generazioni. L’Italia rischia una stagnazione prolungata legata a declino demografico, bassa produttività e ritardi nell’innovazione, ma dispone anche di concrete opportunità di sviluppo fondate su istruzione, lavoro di qualità, transizione ecologica, digitalizzazione e inclusione sociale. <b>Le scelte di oggi determineranno il futuro del Paese</b>; per questo è fondamentale integrare l’equità intergenerazionale nei processi decisionali e legislativi, così da affrontare in modo sistemico rischi e opportunità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Il Rapporto illustra le <b>esperienze maturate in diversi Paesi eu<img class=" wp-image-13569 alignright" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2.png" alt="" width="538" height="359" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2026/03/save2-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" />ropei</b> dove la prospettiva intergenerazionale è stata integrata strutturalmente nei processi decisionali, come ad esempio in Finlandia, Galles e Germania. <b>A livello delle Nazioni Unite</b> nel settembre del 2024 è stata adottata la Dichiarazione sulle future generazioni nell’ambito del Patto per il Futuro, <b>mentre in ambito europeo</b> si stanno affrontando diversi aspetti tematici e trasversali legati alla <b>Strategia per l’equità intergenerazionale in fase di definizione</b>. Tra gli obiettivi della Commissione vi è l’introduzione di strumenti di analisi e valutazione già nella fase di disegno delle politiche e delle iniziative legislative, nonché il rafforzamento di quelli esistenti, in un’ottica sistemica e di lungo periodo. In questa direzione, l’Italia può valorizzare anche le esperienze già avviate a livello territoriale da alcune <b>amministrazioni locali</b>,<b> </b>che<b> </b>hanno integrato la prospettiva intergenerazionale nei propri strumenti di programmazione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">«<i>A partire dall’incontro di oggi, ci impegneremo affinché questo Rapporto sia la base di un confronto aperto tra le istituzioni e tutti gli attori sociali su un tema cruciale per il nostro Paese</i> – ha dichiarato, concludendo i lavori, la Direttrice Ricerche di Save the Children <b>Raffaela Milano</b> -. <i>La collaborazione tra ASVIS e Polo Ricerche di Save the Children proseguirà per accompagnare con altre analisi e proposte questo delicato processo di trasformazione delle politiche pubbliche»</i>. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><b><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Il Rapporto è stato pubblicato come “Future Paper”</span></b><span style="font-size: 10.5pt; font-family: 'Arial',sans-serif;"> <b>nell’ambito dell’iniziativa Ecosistema Futuro</b>, una partnership nata a maggio 2025 che coinvolge oltre 60 soggetti, con l’obiettivo di mettere il futuro – o meglio, i futuri – al centro del dibattito pubblico (<a href="http://www.ecosistemafuturo.it">www.ecosistemafuturo.it</a>). I Future Paper sono approfondimenti su tematiche relative agli studi di futuro, sulle opportunità e gli scenari futuri di specifici settori, territori, o aree tematiche. </span></p>
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		<title>«BASTA INSEGUIRE L&#8217;EMERGENZA»</title>
		<link>https://www.costozero.it/basta-inseguire-lemergenza/</link>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 08:24:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[francesco saraceno]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[macroeconomia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Per l’economista Francesco Saraceno vanno ricomposte le differenze nazionali in ragione di un interesse generale europeo. Una scelta di campo non più rinviabile: «Dobbiamo sapere che se non si riesce ad andare oltre le divergenze e le priorità dei singoli Stati membri, la competizione con il resto del mondo sarà del tutto impari per l’Europa [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft wp-image-13396" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno.jpg" alt="" width="382" height="255" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/12/f_saraceno-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" />Per l’economista Francesco Saraceno vanno ricomposte le differenze nazionali in ragione di un interesse generale europeo. Una scelta di campo non più rinviabile: «Dobbiamo sapere che se non si riesce ad andare oltre le divergenze e le priorità dei singoli Stati membri, la competizione con il resto del mondo sarà del tutto impari per l’Europa e per il nostro Paese»</strong><span id="more-13395"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore, che Europa e che Italia restituiscono le previsioni economiche autunnali in merito a crescita del Pil e inflazione?</strong></p>
<p>Europa e Italia sono accomunate dallo stesso stato di salute precario. Le previsioni di crescita per il 2025 sono state riviste al ribasso per fattori congiunturali connessi alla guerra commerciale, alla politica protezionistica di Trump e, più in generale, per l&#8217;incertezza geopolitica che ovviamente non giova alla tenuta economica.</p>
<p>Ma il deficit di crescita del nostro Continente viene da lontano. Come mostra il rapporto Draghi, infatti, la nostra incapacità di generare produttività e crescita è strutturale.</p>
<p>E in questa Europa che arranca, l’Italia &#8211; non da oggi, ma dal 1999 &#8211; performa molto meno della media della zona euro.</p>
<p>Le nuove stime della Commissione Europea non sono incoraggianti per l’Italia: se quest&#8217;anno l&#8217;Italia fa meglio (+0,4% nelle previsioni) solo di Finlandia (+0,1%) e Germania (+0,2%), nel 2026 saremo penultimi per crescita economica e nel 2027 ultimi in UE, con una crescita del Pil reale prevista allo 0,8%.</p>
<p>La crescita cumulata 2026-2027 sarà quindi la più bassa di tutta Europa. Le transizioni ecologica e digitale, in questo scenario, lungi dall’essere un freno alla crescita, sono l’unica speranza per acquisire quell’autonomia strategica di cui l’Europa ha bisogno per rilanciare la crescita e mantenere una rilevanza nello scacchiere internazionale.</p>
<p>Perché l’occasione non vada perduta, occorre riformare in profondità le istituzioni di governance dell’Unione Europea, così da consentire politiche industriali e investimenti all’altezza delle sfide che ci attendono.</p>
<p><strong>La legge di bilancio per il 2026 potrebbe contribuire a migliorare in qualche modo questa situazione per il nostro Paese?</strong></p>
<p>A parere mio no, e questo è il mio principale rilievo alla manovra finanziaria in fieri.</p>
<p>Anche i nodi italiani sono di lungo periodo, di certo preesistenti al governo in carica che però &#8211; oramai a tre anni dal suo insediamento &#8211; non sembra mostrare una visione corale e coerente di Paese e del futuro, un progetto di crescita che individui i settori e le imprese sulle quali investire perché diventino il motore della crescita. Difettiamo di progettazione e da tempo. Cosa vogliono i nostri governanti?</p>
<p>A cosa vogliono che assomigli l&#8217;Italia fra vent&#8217;anni? La Cina i suoi vantaggi competitivi odierni li ha costruiti non oggi, ma a partire dal 2005.</p>
<p>Anche gli Usa, sia pure in misura minore, hanno dato prova di questa capacità di elaborare politiche industriali di lungo respiro; l’eccezione siamo noi, italiani ed europei, che viviamo invece nell&#8217;inseguire l&#8217;emergenza.</p>
<p><strong>Tornando all&#8217;Europa, le regole commerciali condivise sembrano sempre più in bilico, ad oggi qual è lo stato della competizione internazionale?</strong></p>
<p>Il vecchio mondo delle regole condivise è effettivamente sotto scacco. Assistiamo ad un’autentica riconfigurazione dei rapporti di forza geopolitici data dall’ascesa della Cina, cui gli Usa &#8211; con politiche industriali e guerre commerciali &#8211; in qualche modo stanno provando a rispondere, anche tenuto conto che la Cina di oggi non produce più soli beni di basso costo, ma soluzioni tecnologiche avanzate.</p>
<p>Se non vogliamo dunque finire schiacciati nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina, è necessario che l’Europa si attrezzi, decidendo quale ruolo giocare in questa partita. Scene poco edificanti come quelle consumatesi nel corso delle negoziazioni su misure significative e politicamente sensibili come il Green Deal o, ancora, se pensiamo all’accordo umiliante imposto alla Commissione Europea da Donald Trump sui dazi, non possono e devono più verificarsi. Vanno ricomposte le differenze nazionali &#8211; oggi fin troppo divisive &#8211; in ragione di un interesse generale europeo.</p>
<p>Si tratta di una scelta di campo non più rinviabile. Dobbiamo sapere che se non si riesce ad andare oltre le divergenze e le priorità dei singoli Stati membri, la competizione con il resto del mondo sarà del tutto impari per l’Europa e quindi per nostro Paese.</p>
<p><strong>Ma cosa ne è stato del Rapporto Draghi e, prima ancora, di quello a firma Letta? Quale dovrebbe essere, per lei, l’agenda concreta perché l’Europa torni protagonista, in particolare per consentire politiche industriali e investimenti all’altezza delle sfide che ci attendono?</strong></p>
<p>Ambedue i documenti hanno il merito di indirizzare e spingere verso una migliore politica comune perché è solo restando &#8211; o forse diventando finalmente &#8211; una e unita che l’Europa può trovare un cammino di ripresa. Al momento però sono del tutto inattuati, sempre a causa di quegli egoismi nazionali che stanno condannando il nostro Continente all’irrilevanza.</p>
<p><strong>Ora che il dollaro è debole, l’euro potrebbe giocare un ruolo come valuta di riserva o come bene rifugio alternativo?</strong></p>
<p>Potrebbe, sì, senz’altro potrebbe. Sono due gli elementi che consentono ad una moneta di aspirare a essere una valuta di riserva.</p>
<p>Il primo è la sua liquidità, quanto è facile scambiarla. Su questo punto siamo molto lontani dall’emissione di eurobond comuni per condividere il rischio, al momento utilizzati solo per finanziare il piano NextGeneration Eu e in parte gli aiuti all’Ucraina. La seconda condizione necessaria è l’esistenza di un’economia dinamica, innovativa, capace di fare da traino. E siamo indietro di molto anche su questo.</p>
<p><strong>Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è recentemente espresso a favore della creazione di un&#8217;unica borsa valori europea, sottolineando che la frammentazione su base nazionale continua a ostacolare gli investimenti nell&#8217;UE. Perché sarebbe così importante completare l’unione bancaria?</strong></p>
<p>Sarebbero utili e necessari sia un mercato azionario integrato, sia uno obbligazionario e, ambedue questi strumenti sarebbero alla nostra portata se solo ci fossero una reale volontà politica in questa direzione e un debito comune, con l’emissione di eurobonds.</p>
<p>Non sono molto fiducioso al riguardo, però, nonostante le potenti leve che pure abbiamo in Europa: penso al nostro sistema educativo tra i migliori al mondo, o alla ricerca di base che fa registrare numeri impressionanti, anche se al momento non è messa al servizio di un piano di lungo periodo tanto da incrementare paradossalmente la «fuga dei cervelli».</p>
<p>Il nostro Paese resta non sufficientemente attrattivo per i migliori, che troppo spesso decidono di emigrare. La responsabilità è, a mio avviso, ancora una volta di una leadership politica miope che non è capace di creare le condizioni per convincerli a non partire.</p>
<p><strong>Quando lei dice l&#8217;Europa è a un bivio, le opzioni quali sono? Scegliere tra l’irrilevanza o tornare a essere un attore globale stabile?</strong></p>
<p>Sì, se non riusciamo a rimanere un&#8217;economia avanzata, finiremo per seguire gli altri. Inevitabilmente. Una strada potrebbe essere quella di fare business con il Colosseo, con le rendite turistiche. Ma un’economia basata sulla rendita, che sia il petrolio o il turismo, è destinata a non crescere e ad avere disuguaglianze crescenti. Per un Continente che ha una storia economica come quella europea sarebbe una fine un po’ ingloriosa.</p>
<p>La riottosità a integrarsi su difesa, sicurezza, migrazioni e su tanti aspetti cruciali in questo caso non dipende solo dalla farraginosità di Bruxelles, ma soprattutto dalla scarsa lungimiranza dei Paesi membri.</p>
<p><strong>Quale politica europea, infine, potrebbe essere utile al nostro Mezzogiorno?</strong></p>
<p>Il punto focale del mio ragionamento qui è la necessità non più rinviabile di una politica industriale europea, politica che poi ciascun paese dovrebbe declinare per se stesso.</p>
<p>Avremmo bisogno di uno sviluppo dei mercati finanziari, della capacità di mobilitare i risparmi, di incentivi per le imprese perché ogni Paese possa sviluppare le sue attività più redditizie.</p>
<p>Una volta decisi i settori su cui puntare, andrebbero poi destinate loro risorse congrue, non solo finanziarie. A quel punto sarebbe logico e naturale &#8211; ad esempio &#8211; realizzare impianti solari non in Svezia, ma nel nostro Sud Italia, la cui posizione geografica è invidiabile non solo per l&#8217;energia ma anche per i traffici marittimi.</p>
<p>Dobbiamo liberarci dallo spettro della gestione calamitosa del debito sovrano greco. Da lì, l’Europa si è avvitata in un clima di sfiducia reciproca e di egoismi personali di cui oggi ancora paghiamo dazio nel pianificare la crescita futura del Continente.</p>
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		<title>TRUMP, DAZI E WTO: UNA RIFLESSIONE CONTROCORRENTE</title>
		<link>https://www.costozero.it/trump-dazi-e-wto-una-riflessione-controcorrente/</link>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 07:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Trimarchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Le tariffe del presidente americano riaccendono i riflettori sulle regole del WTO e sui modi per rivitalizzare e rafforzare l’organismo che regola il sistema commerciale globale &#160; A dire il vero non avevo intenzione di scrivere un articolo sui dazi. E ancor meno desideravo affrontare l’argomento Donald Trump. Nel primo caso, perché ci sono voci [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft  wp-image-13000" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok.jpg" alt="" width="435" height="290" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/dazi-ok-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" />Le tariffe del presidente americano riaccendono i riflettori sulle regole del WTO e sui modi per rivitalizzare e rafforzare l’organismo che regola il sistema commerciale globale</strong><span id="more-12999"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A dire il vero non avevo intenzione di scrivere un articolo sui <strong>dazi</strong>. E ancor meno desideravo affrontare l’argomento Donald <strong>Trump</strong>. Nel primo caso, perché ci sono voci ben più autorevoli della mia.</p>
<p>Nel secondo, perché non volevo rischiare di addentrarmi nelle polemiche seguite all’annuncio del 2 aprile 2025.</p>
<p>E allora, perché lo sto facendo? Forse perché sento il bisogno, più profondo che razionale, di proporre una prospettiva diversa.</p>
<p>Magari impopolare, forse controcorrente perché credo ci siano delle ragioni che meritano di essere esplorate. Lo farò in due passaggi: prima una panoramica su cosa siano realmente le barriere doganali, poi un tentativo &#8211; forse scomodo &#8211; di mettersi nei panni del Presidente americano.</p>
<p>Barriere doganali: cosa sono davvero</p>
<p>Quando si parla di dazi, spesso lo si fa con superficialità, dimenticando che questi strumenti esistono per proteggere l’economia interna dalla concorrenza estera.</p>
<p>Tuttavia, la storia insegna: oltre una certa soglia, la protezione diventa una trappola. Le imprese, sentendosi al riparo, smettono di innovare e il sistema rischia di decadere.</p>
<p>Ma quanti tipi di barriere esistono? E con chi vengono applicate? In Europa, ad esempio, i dazi non si applicano tra Stati membri.</p>
<p>Fin dal 1968, con l’introduzione dell’Unione Doganale, sono stati eliminati i dazi intra-UE ed è stata introdotta una tariffa comune verso i Paesi terzi (extra UE). Questi ultimi, definiti “non unionali”, trattano con la UE come se fosse un singolo Stato, con regole doganali uniformi in tutti i 27 membri. A livello globale, il commercio è regolato dal WTO (World Trade Organization), che riunisce oltre 160 Paesi responsabili del 98% del commercio mondiale.</p>
<p>Il <strong>WTO</strong> nasce proprio per ridurre le barriere che ostacolano il libero scambio. Queste limitazioni possono essere tariffarie, come i dazi (calcolati ad valorem, cioè in percentuale sul valore della merce, o specifici, legati a peso o quantità), oppure non tariffarie.</p>
<p>Le barriere non tariffarie sono spesso meno visibili ma più insidiose: quote, contingentamenti, requisiti tecnici, licenze, standard di qualità o sicurezza.</p>
<p>Un esempio? Le ispezioni pre-spedizione, i certificati da ottenere in ambasciata, le licenze obbligatorie per lo sdoganamento.</p>
<p>Tutti ostacoli che, seppur giustificati dalla necessità di proteggere salute e sicurezza dei consumatori, possono diventare veri e propri strumenti di restrizione commerciale mascherata.</p>
<p>Negli ultimi anni, queste barriere non tariffarie stanno progressivamente sostituendo i classici dazi, rendendo ancora più complesso il commercio globale.</p>
<p>E qui torna in gioco il WTO.</p>
<p><strong>Il WTO e la politica di Trump</strong></p>
<p>Siamo sicuri che abbia senso aderire ad un’organizzazione multilaterale come il WTO, se poi se ne ignorano le regole? Il punto è chiaro: o si rispettano le regole comuni, o si riscrive il gioco. E forse è questo ciò che Trump ha provato a fare, nel suo stile discutibile ma diretto.</p>
<p>Anche come membro del WTO, ogni Stato conserva la sovranità per imporre barriere, purché in linea con gli impegni presi. Ma Trump non è certo noto per il rispetto delle formalità internazionali.</p>
<p>Già nel 2018, da Presidente, aveva introdotto dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, giustificandoli con la necessità di difendere l’industria siderurgica americana, considerata “strategica per la sicurezza nazionale”.</p>
<p>Nel 2020 aveva esteso i dazi anche ai derivati di questi materiali, come chiodi, cavi elettrici e componentistica per il settore trasporti.</p>
<p>Per farlo, Trump si era appellato a una norma del 1962, il Trade Expansion Act, attivando l’articolo 21 del GATT: una clausola che consente di imporre dazi unilaterali in caso di minaccia alla sicurezza nazionale. Un cavillo? Forse, ma legale.</p>
<p>E oggi, rispetto al Trump di allora, la sostanza non cambia: cambiano solo i toni. Il punto centrale della sua strategia resta lo stesso: riequilibrare la bilancia commerciale, soprattutto nei confronti della Cina. Nel 2018, il deficit commerciale USA con la Cina superava i 414 miliardi di dollari. Oggi, seppur ridotto grazie a dazi, restrizioni, e diversificazione delle catene di approvvigionamento (reshoring e nearshoring), il problema resta enorme.</p>
<p>Nel 2024, secondo il Bureau of Economic Analysis e l’U.S. Census Bureau, il deficit commerciale totale degli Stati Uniti ha toccato quota 1.061 miliardi di dollari:</p>
<ul>
<li>Esportazioni: 1.827 miliardi</li>
<li>Importazioni: 2.888 miliardi</li>
</ul>
<p>Parallelamente, operazioni di triangolazione &#8211; spesso poco trasparenti &#8211; hanno per anni agevolato l’ingresso negli Stati Uniti di prodotti soggetti a sanzioni, come ad esempio l’acciaio russo, tramite Paesi terzi come la Turchia.</p>
<p>È importante sottolineare che anche l’Italia non è estranea a queste dinamiche.</p>
<p>Basti pensare alla quantità di prodotti importati dalla Cina, immessi in libera pratica e, dopo semplici operazioni di assemblaggio o l’aggiunta di materiali di valore minimo (pari ad almeno il 45% del prezzo EXW), riescono persino a ottenere l’origine non preferenziale prima di essere riesportati verso gli USA come prodotti italiani. Certo è tutto regolare, peccato che a queste pratiche si affiancano migliaia di casi meno nobili.</p>
<p>Ma riflettiamoci un attimo: accetteremmo di essere costretti ad acquistare beni da chiunque, senza garanzie reali sulla qualità rispetto a quanto dichiarato nei documenti, rischiando magari di indebitarci per farlo?</p>
<p>Gli Stati Uniti sono esattamente nella situazione di cui sopra, rischiando un’emorragia economica reale, e forse Trump &#8211; con tutti i suoi limiti e i suoi modi discutibili &#8211; ha colto una parte della verità.</p>
<p>La questione non è solo economica, ma geopolitica. E se il mercato americano crollasse, le conseguenze ricadrebbero anche su di noi, o quanto meno su quegli imprenditori corretti che con gli States fanno affari onestamente.</p>
<p>Forse avremmo potuto noi, prima di lui, imporre un freno a certe pratiche scorrette. Forse no. Ma ignorare il problema oggi significa solo rimandare il conto a domani.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>AL TEMPO DEI DAZI</title>
		<link>https://www.costozero.it/al-tempo-dei-dazi/</link>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 07:54:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro fontana]]></category>
		<category><![CDATA[csc confindustria]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>L’incertezza frena esportazioni e investimenti. A rischio la tenuta del sistema industriale italiano. Per il direttore del CSC Confindustria, Alessandro Fontana, «probabile una perdita di export verso gli Usa pari a circa 12 miliardi, di cui quasi 5 potrebbero essere recuperati penetrando altri mercati» &#160; Direttore, i dazi stanno tornando a essere protagonisti delle guerre [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_12977" style="width: 361px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-12977" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia.jpg" alt="" width="361" height="241" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/07/Fontana-copia-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /><figcaption class="wp-caption-text">Alessandro Fontana, direttore CSC Confindustria</figcaption></figure>
<p><strong>L’incertezza frena esportazioni e investimenti. A rischio la tenuta del sistema industriale italiano. Per il direttore del CSC Confindustria, Alessandro Fontana, «probabile una perdita di export verso gli Usa pari a circa 12 miliardi, di cui quasi 5 potrebbero essere recuperati penetrando altri mercati»</strong><span id="more-12975"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Direttore, i dazi stanno tornando a essere protagonisti delle guerre commerciali internazionali. Ma non sono uno strumento di potere oramai superato?</strong></p>
<p>Sì, lo sono, ma in realtà l&#8217;utilizzo da parte dell&#8217;amministrazione americana è molto particolare questa volta perché, di fatto, diventa più che altro uno strumento di pressione politica.</p>
<p>L’obiettivo sotteso non è solo di natura commerciale; pensiamo al Messico, ad esempio: il presidente americano Trump aveva minacciato di imporre dazi del 25% per frenare l&#8217;immigrazione illegale e il traffico di droga.</p>
<p>Oppure, all’idea dell’Ue di acquistare armi americane in cambio dell’eliminazione dei dazi sulle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti. Insomma, i dazi congegnati così vanno oltre lo scopo commerciale; appare infatti chiaro che siano voluti per spingere alcuni Paesi a collaborare con le politiche americane.</p>
<p>Vedremo cosa succederà nei mesi a venire (<em>ad oggi Trump ha annunciato in una lettera tariffe dall’1 agosto, al 30%, per la UE, ndr</em>).</p>
<p><strong>Il CSC da lei diretto ha stimato di recente una crescita dimezzata nel 2025 (+0,4%) per il nostro Paese. Cosa potrebbe accadere se, i dazi imposti dagli Usa diventeranno effettivi anche per l’Europa? Quali gli effetti su fiducia, consumi, investimenti, mercati finanziari e politiche economiche in Italia?</strong></p>
<p>In Italia, l&#8217;impatto dei dazi sull&#8217;economia, in particolare sul PIL, è stimato in una diminuzione dello 0,3% nel biennio 2025-2026. Questa riduzione è principalmente dovuta al calo delle esportazioni di beni (-1,2%), causato dall&#8217;aumento dei dazi, e dall&#8217;incertezza che ne deriva e che sembra tenere ostaggio i mercati globali che ha effetti negativi principalmente sugli investimenti.</p>
<p>Tra l&#8217;altro gli Stati Uniti erano un mercato in netta crescita per le nostre imprese, molte delle quali già pronte a rafforzare le produzioni proprio verso quel mercato.</p>
<p>Ovviamente, l’ipotesi ventilata di dazi frena questo processo di espansione, diciamo, riducendo di molto gli investimenti, fino ad arrivare a un calo dello 0,3% accumulato in due anni sul pil dovuto alla caduta dell&#8217;export.</p>
<p><strong>Quali sono i settori più a rischio nel nostro Paese?</strong></p>
<p>Il comparto più colpito sembra essere quello dell’automotive, seguito da alimentare, moda e abbigliamento, nonché quello della produzione di macchinari.</p>
<p><strong>A pagarne il prezzo sarà anche la stessa economia statunitense?</strong></p>
<p>Sì, e il conto sarà ancor più salato tenuto conto che gli Stati Uniti sono il primo paese importatore al mondo, con il 13% di tutto l’import globale. La quota di import americano equivale a circa il 46% di quello che producono, vale a dire che 1 bene su 3 di quelli domandati negli Stati Uniti viene dall’estero.</p>
<p>Poiché i prodotti per effetto dei dazi saranno importati a un prezzo più elevato, inevitabile sarà un incremento dell’inflazione. Facendo una rapida proiezione &#8211; ponendo che i dazi si attestino sul 10% &#8211; va tenuta nella giusta considerazione anche la svalutazione del dollaro, per cui l&#8217;importatore americano acquisterà verosimilmente con una maggiorazione di oltre il 20% circa in più in termini di prezzo (se esportatori e importatori non riducono i loro margini; cosa che faranno sicuramente ma altrettanto sicuramente non riusciranno ad evitare un aumento dei prezzi).</p>
<p>Inevitabile, pertanto, sia una riduzione di domanda, sia un significativo impatto sul reddito delle famiglie americane al punto che gran parte degli osservatori ritengono molto elevata la possibilità di recessione negli Stati Uniti, probabilità che, a cascata, produrrebbe effetti nefasti sul resto dell&#8217;economia mondiale come già successo in passato.</p>
<p><strong>Una “nuova”, ancora poco battuta traiettoria di crescita per l’Europa potrebbe essere aprirsi agli scambi con l’India, potenza emergente che sta ridisegnando gli equilibri dell’economia globale?</strong></p>
<p>Sarebbe per noi un ottimo mercato, anche perché il nostro Paese ha da sempre dimostrato che, laddove si ampliano i rapporti commerciali, c’è sempre da guadagnare perché siamo, in termini di export, molto competitivi e dove riusciamo ad abbattere le barriere, otteniamo risultati soddisfacenti. Più di ogni altra azione, però, sarebbe importante approvare senza più attendere l&#8217;accordo di libero scambio tra Unione Europea e Paesi del Mercosur, il mercato unico del Sud America formato da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Sarebbe un passo di rilevanza strategica per l’industria nazionale ed europea.</p>
<p>L’intesa costituirebbe un mercato integrato di oltre 750 milioni di consumatori, pari a quasi un decimo della popolazione mondiale, e le cui economie rappresentano il 20% del Pil globale e il 25% degli scambi mondiali. Inoltre, il nostro Paese sarebbe il maggior beneficiario di questo accordo, tenuto conto che le esportazioni di beni totali di beni e servizi dell’Unione Europea aumenterebbero infatti di circa 25 miliardi di dollari e l’Italia ne avrebbe una quota del 14% maggiore rispetto agli altri Paesi europei (3,5 miliardi di dollari). Accrescere accordi commerciali, offrendo alle nostre imprese mercati di sbocco ad alto potenziale di crescita, è per noi la via maestra per compensare l’effetto dei dazi</p>
<p><strong>Altro problema nazionale &#8211; così come lo definisce il presidente Orsini &#8211; è il costo dell’energia che pure pesa sul rinvio di decisioni di investimento e consumo. Qual è la fotografia attuale per le nostre imprese in particolare e quali le proposte del nostro Sistema?</strong></p>
<p>La questione è nota: paghiamo l’energia fino a un 30-35% in più rispetto ai nostri competitor tedeschi, per fare un esempio, e rispetto a Paesi come la Spagna o la Francia, il divario si fa anche più ampio. Nel lungo periodo, l&#8217;unica soluzione che consideriamo utile è il ricorso al nucleare di nuova generazione tra le opzioni energetiche possibili, specie per le produzioni ad alta intensità energetica come l&#8217;acciaio, i prodotti in metallo, la ceramica, il vetro, il cemento. Difficilmente per queste lavorazioni la sola produzione rinnovabile sarà sufficiente. Non si tratta né di una questione ideologica, né di una presa di posizione politica, ma di una scelta strategica per garantire la sicurezza energetica e la competitività del Paese.</p>
<p>Nel breve, invece, andrebbe reso concreto il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello gas per abbassare i costi, così come andrebbe incentivata l’adesione all’Energy Release, il meccanismo del Gestore dei Servizi Energetici che permette alle imprese energivore di accedere a energia elettrica a un prezzo calmierato, in cambio dell&#8217;impegno a realizzare impianti di energia rinnovabile. Continueremo a lavorare per promuovere una ampia partecipazione delle aziende a questa misura che può permettere da subito una stabilizzazione del prezzo dell’energia. Si tratta di un’ottima soluzione nel transitorio fino ad arrivare all’indipendenza energetica che resta l’obiettivo cui tendere.</p>
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		<item>
		<title>La Circular Economy nella Blue Economy</title>
		<link>https://www.costozero.it/la-circular-economy-nella-blue-economy/</link>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2025 14:22:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Claudio Lubatti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[blue economy]]></category>
		<category><![CDATA[claudio lubatti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Un nuovo paradigma per la sostenibilità marittima capace di ridurre l’impronta ambientale del settore SRM nelle proprie analisi recentemente svolte ha dimostrato come la Blue Economy abbia assunto un ruolo sempre più centrale nelle strategie di sviluppo sostenibile a livello globale. Secondo il Blue Economy Report 2024 della Commissione Europea, il settore ha generato un [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft wp-image-12742" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu.jpg" alt="" width="360" height="240" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2025/04/blu-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />Un nuovo paradigma per la sostenibilità marittima capace di ridurre l’impronta ambientale del settore</strong><span id="more-12741"></span></p>
<p><span style="color: #000080;"><strong><a style="color: #000080;" href="https://www.sr-m.it/" target="_blank" rel="noopener">SRM</a> </strong></span>nelle proprie analisi recentemente svolte ha dimostrato come la <strong>Blue Economy</strong> abbia assunto un ruolo sempre più centrale nelle strategie di sviluppo sostenibile a livello globale. Secondo il Blue Economy Report 2024 della Commissione Europea, il settore ha generato un fatturato di 623,6 miliardi di euro, con una crescita del 21% rispetto all&#8217;anno precedente. Tuttavia, la pressione sugli ecosistemi marini sta aumentando esponenzialmente.</p>
<p>Tradizionalmente, la Blue Economy ha seguito un modello lineare basato sull&#8217;estrazione delle risorse marine e il loro consumo senza un adeguato reinserimento nei cicli produttivi. Questo approccio ha determinato un impatto significativo sulla biodiversità e sulla qualità degli ecosistemi marini. L’OCSE stima che entro il 2030 la crescita dell’Economia Blu supererà quella dell’economia globale, con il rischio di un ulteriore sfruttamento delle risorse marine. L’adozione di modelli di Circular Economy rappresenta una soluzione concreta per ridurre l’impronta ambientale del settore.</p>
<p>La strategia si basa su tre principi fondamentali:</p>
<ul>
<li>Progettazione a zero rifiuti e inquinamento;</li>
<li>Mantenimento dei prodotti e dei materiali in uso il più a lungo possibile;</li>
<li>Rigenerazione del capitale naturale.</li>
</ul>
<p>A questi tre principi si aggiunge la necessità di sviluppare infrastrutture resilienti e modelli di business innovativi, che possano integrare processi di economia circolare all’interno delle filiere esistenti. La collaborazione tra pubblico e privato rappresenta un elemento essenziale per garantire una transizione efficace verso un’economia del mare sostenibile e inclusiva. La transizione verso la Circular Blue Economy coinvolge diversi comparti strategici:</p>
<ol>
<li><strong>Logistica e trasporto marittimo</strong></li>
</ol>
<p>Il trasporto marittimo è responsabile del 29% delle emissioni di CO2 legate alla movimentazione globale delle merci. L’adozione di combustibili alternativi, come ammoniaca e idrogeno, insieme a tecnologie di cold ironing nei porti, permette di ridurre le emissioni e lo sviluppo di navi a propulsione elettrica e a idrogeno sta guadagnando attenzione grazie agli investimenti in innovazione tecnologica e ricerca avanzata. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, entro il 2040 il settore marittimo potrebbe ridurre le proprie emissioni di oltre il 50%.</p>
<ol start="2">
<li><strong>Pesca e acquacoltura sostenibile</strong></li>
</ol>
<p>Con oltre 3,2 miliardi di persone che dipendono dalle risorse ittiche per il proprio apporto proteico, la gestione circolare delle risorse marine è essenziale. L’acquacoltura rigenerativa, basata su sistemi di policoltura e l’uso di sottoprodotti per la produzione di mangimi, riduce l’impatto ambientale. Le certificazioni di pesca sostenibile, come la MSC, stanno incentivando un approccio più responsabile lungo la filiera. Il riutilizzo delle squame e delle pelli di pesce nella produzione di bioplastica e cosmetici è una delle soluzioni innovative che stanno emergendo nel settore.</p>
<ol start="3">
<li><strong>Energie rinnovabili marine</strong></li>
</ol>
<p>L’energia eolica offshore e il recupero energetico dalle correnti marine rappresentano un’opportunità cruciale. Il fatturato del settore è passato da 91 milioni di euro nel 2009 a 3,4 miliardi nel 2021, evidenziando il crescente interesse verso soluzioni energetiche pulite. Oltre alla crescita delle energie rinnovabili marine, le innovazioni nel settore stanno portando alla creazione di nuovi sistemi di accumulo dell’energia per garantire la stabilità della rete elettrica. L’adozione di sistemi di stoccaggio basati su batterie avanzate e idrogeno liquido potrebbe contribuire a migliorare la flessibilità e l’affidabilità delle fonti energetiche marine.</p>
<ol start="4">
<li><strong>Recupero e riutilizzo dei materiali</strong></li>
</ol>
<p>L’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. Strategie innovative di economia circolare, come la trasformazione delle reti da pesca abbandonate in materiali per l’industria tessile, stanno emergendo come soluzioni chiave. Il riciclo dei materiali marini e il riutilizzo di residui industriali possono generare nuove opportunità di business. L’Italia, con una quota del 10% sul Valore Aggiunto Lordo (GVA) della Blue Economy europea, sta giocando un ruolo cruciale in questa transizione. La Strategia Nazionale per l’Economia Circolare e il Piano del Mare 2023-2025 stanno incentivando investimenti in infrastrutture portuali sostenibili e progetti di rigenerazione ambientale. Inoltre, il nuovo quadro normativo europeo, con la Nature Restoration Law entrata in vigore nel 2024, impone obiettivi chiari di ripristino degli ecosistemi marini. Gli Stati membri sono chiamati a implementare misure specifiche per il recupero delle aree marine degradate e la promozione di pratiche industriali circolari.</p>
<p>In conclusione, anche in base alle analisi SRM, possiamo affermare che la Circular Blue Economy rappresenta un’opportunità unica per coniugare sviluppo economico e tutela degli ecosistemi marini. La sfida principale sarà favorire una maggiore collaborazione tra stakeholder pubblici e privati, investendo in ricerca, innovazione e politiche di sviluppo che garantiscano un equilibrio tra crescita economica e protezione ambientale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Più coesione, più crescita</title>
		<link>https://www.costozero.it/piu-coesione-piu-crescita/</link>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 13:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[coesione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Per il direttore generale Svimez, Luca Bianchi «è necessario continuare a mantenere un sentiero di investimenti pubblici e di riforme al Mezzogiorno, al fine di aumentare produttività e sviluppo anche una volta che il PNRR avrà esaurito la sua spinta propulsiva» &#160; La prima grande iniziativa della nuova Commissione Europea sarà una Bussola della Competitività, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_12477" style="width: 489px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-12477" title="credit Stefano Segati" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi.jpg" alt="" width="489" height="364" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi-300x223.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi-768x572.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/12/bianchi-600x447.jpg 600w" sizes="(max-width: 489px) 100vw, 489px" /><figcaption class="wp-caption-text">Luca Bianchi, direttore generale Svimez</figcaption></figure>
<p><strong>Per il direttore generale Svimez, Luca Bianchi «è necessario continuare a mantenere un sentiero di investimenti pubblici e di riforme al Mezzogiorno, al fine di aumentare produttività e sviluppo anche una volta che il PNRR avrà esaurito la sua spinta propulsiva»</strong><span id="more-12476"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La prima grande iniziativa della nuova Commissione Europea sarà una Bussola della Competitività, fondata sui tre pilastri del rapporto Draghi: arginare il divario d&#8217;innovazione con Usa e Cina, approntare un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività e, infine, aumentare la sicurezza, riducendo al contempo le dipendenze dall’estero. Quello di Draghi è un riferimento anche per il Rapporto 2024 della Svimez, in cui viene ribaltata diametralmente la prospettiva che vorrebbe, da tempo, il Sud fardello per il resto del Paese. La Svimez, invece, vede il Mezzogiorno come luogo funzionale alla strategia europea con la coesione come prima, vera riforma economica da realizzare anche grazie alle cospicue risorse del PNRR. Ma quanto spazio reale per la coesione c’è nelle politiche future dell’Europa? </em></strong></p>
<p>Quest’anno abbiamo voluto incentrare il nostro Rapporto attorno a una domanda fondamentale: quale politica europea può essere utile al Mezzogiorno? Partendo dai validissimi documenti presentati da Enrico Letta e Mario Draghi, indispensabili per immaginare una nuova Ue alla luce delle trasformazioni storiche che stanno rivoluzionando il Pianeta, suggeriamo di aggiungere un pezzo determinante alle dimensione di competitività: la coesione. In sostanza, dice bene Draghi quando rimarca la necessità di politiche comuni europee per rafforzare i settori strategici, ma altrettanto importante è la dimensione spaziale, ovvero il luogo in cui concretamente si investe. L&#8217;obiettivo della coesione territoriale non può però essere lasciato soltanto alla politiche di coesione, ma deve orientare tutte le politiche europee, qualificandole. Gli ultimi vent&#8217;anni ci dimostrano infatti che l&#8217;Europa ha fatto segnare tassi di crescita sostenuti superiori alle altre economie mondiali solo quando ha ridotto le sue disuguaglianze interne. Emblematici, gli anni del post covid momento in cui il Sud era cresciuto come il Centro e il Nord, contrariamente ad altre crisi precedenti, per merito della crescita degli investimenti in opere pubbliche che ha determinato effetti espansivi più intensi al Sud. Dati alla mano, se si fa coesione si cresce di più. Anzi, si accelera come è successo per il Mezzogiorno.</p>
<p><strong><em>Scendendo nel dettaglio dei numeri del Rapporto, il Sud cresce più del Centro-Nord Italia per il secondo anno consecutivo, con il Pil in aumento dello 0,9% nel 2024 contro lo 0,7% del resto del Paese, crescita che però si prefigura in calo una volta ultimata la fase di investimenti pubblici. Quando il PNRR uscirà di scena, che Mezzogiorno potremmo avere e in quale Italia?</em></strong></p>
<p>Fino al 2026, secondo le nostre stime, la crescita e la coesione nel nostro Paese dipenderanno in maniera preponderante dal PNRR; nello specifico il Piano varrà ¾ della crescita del Mezzogiorno e metà di quella del Centro-Nord. Fondamentale pertanto spendere integralmente le risorse disponibili e farlo in modo efficace per avere, come risultante al completamento dei processi di investimento, un’Italia leggermente più coesa. Attenzione però alla forbice sociale che potrebbe nuovamente allargarsi negli anni a venire, una volta esaurita la spinta propulsiva del PNRR, creando nuovamente maggiori divari non solo tra classi, ma anche tra territori, generi e generazioni. Se non si imposta infatti una politica di investimento di lungo periodo, europea e nazionale, che prosegua il processo di rinnovamento nel nostro Paese, rischiamo seriamente di tornare alla tradizione che vuole il Mezzogiorno un peso a danno del Centro-Nord. Il Sud non è un vuoto a perdere, ha le energie per crescere anche più del resto del Paese, ma lo spazio temporale del PNRR non può di certo bastare a colmare divari territoriali storici.</p>
<p><strong><em>Intanto, la Legge di Bilancio 2025 prevede una riduzione delle risorse destinate al Sud di circa 5,3 miliardi di euro nel triennio 2025-2027. Tra queste, spicca l’abrogazione della Decontribuzione Sud. Che effetti avrà? </em></strong></p>
<p>La riduzione delle risorse è un segnale preoccupante perché prefigura la possibilità di un ritorno all’antico disinvestimento nel Sud. Si apre una stagione di grande incertezza che, dopo l’espansione post-covid, potrebbe equivalere a un’inversione di tendenza per la crescita del Mezzogiorno. Eliminare la decontribuzione, che ha contribuito negli ultimi anni ad ampliare l&#8217;impatto occupazionale della ripresa al Sud, determinerà un incremento del costo del lavoro al Sud di circa il 30%, con il serio pericolo di arrestare la crescita occupazionale. Essere arrivati a dicembre 2024 senza neanche aver aperto una trattativa con l’Europa per la ridefinizione dello strumento per compensare i maggiori costi per le imprese del Sud a causa di carenze infrastrutturali e più elevati costi energetici, è stato un grave errore che pagheranno imprese e lavoratori.</p>
<p><strong><em>Anche in questa edizione sottolineate con forza quanto l’aumento dell’occupazione al Sud, ma più in generale nel Paese, non corrisponda a un reale riposizionamento del lavoro verso livelli qualitativi più alti. Anzi, i “nuovi” poveri continuano a essere i lavoratori, quest’anno 1,4 milioni al Mezzogiorno&#8230;siamo ancora indietro con la riqualificazione dei Centri per l’Impiego, nell’attuazione del programma Gol e di altri strumenti di politiche attive del lavoro?</em></strong></p>
<p>La riduzione delle risorse per il Mezzogiorno rischia di fatto di far di nuovo aumentare precarietà, lavoro nero e grigio. I nuovi poveri continuano a essere i lavoratori sia per via dei bassi salari, sia per la durata breve dell’occupazione come accade nei casi di part-time involontario in cui il lavoratore non sceglie di lavorare meno ore, ma “accetta” l&#8217;unico lavoro disponibile. Rispetto a questa situazione, va segnalato che la grande riforma della formazione professionale e delle politiche attive del lavoro connesse anche al programma Gol ancora stenta a dare risultati per responsabilità delle Regioni.</p>
<p><strong><em>Altro dato tristemente ricorrente è l’emigrazione giovanile qualificata, “vera emergenza del Paese”. In soli 10 anni sono andati all’estero quasi 140mila giovani laureati, mentre circa 200mila hanno scelto di trasferirsi al Centro-Nord. Un fenomeno che ha una duplice conseguenza: il Sud non solo si svuota, ma manca delle generazioni di ricambio. Guardando al futuro cosa è legittimo aspettarsi? La soluzione potrebbe venire dall’immigrazione, dall’accoglienza?</em></strong></p>
<p>L’emigrazione rimane la grande questione irrisolta del Sud, anche se nel dibattito pubblico nazionale i termini sono rovesciati: a destare preoccupazione è e resta sempre il fenomeno dell’immigrazione, spesso enfatizzato e strumentalizzato. Questa distorsione porta i nostri concittadini a sovrastimare il fenomeno migratorio a livello numerico, accrescendo il circolo vizioso di paure e ansie legate al tema quando l’immigrazione potrebbe essere la soluzione sia al problema di crescente invecchiamento del Paese, sia, al contempo, a quello del calo delle nascite, del gelo demografico aggravato come dicevamo dalla precarietà crescente dell’occupazione. Posto che sono innanzitutto le debolezze del mercato del lavoro, in particolare l’aspetto dei bassi salari reali, un inevitabile “incentivo” ad andare via per i giovani più qualificati, nel nostro Rapporto abbiamo mostrato chiaramente che, per effetto di dinamiche demografiche, corriamo il rischio che in 3000 comuni italiani chiuda l&#8217;unica scuola elementare attualmente presente. Se si mettesse mano a una strategia intelligente di attrazione di stranieri, sia lato mercato del lavoro cercando le qualifiche che occorrono alle imprese spesso introvabili, sia come strumento per ringiovanire le aree interne, l’effetto sarebbe più che positivo perché si porrebbero le basi anche per aiutare le famiglie di quel territorio a restare perché molta dell&#8217;emigrazione soprattutto nelle aree interne dipende dalla assenza di servizi. Superiamo la retorica e mediatica contrapposizione immigrazione/emigrazione restando aperti. Al Sud, lo diciamo da anni, bisognerebbe puntare meno sul turismo e più sulla ricerca e l’innovazione. Bisognerebbe scegliere di orientare le risorse nei settori ad alta specializzazione. Al Sud esistono &#8211; penso all’agroalimentare, alla farmaceutica, all’aerospazio &#8211; comparti che possono offrire condizioni lavorative interessanti per i giovani qualificati che non sarebbero così costretti a lasciare il Paese per costruirsi un futuro. Anche le strategie per incentivare a restare dovrebbero mutare superando dinamiche di lavoro fossilizzate sui dogmi di epoche ormai lontane. È finito il tempo dell’economia legata solo alla valorizzazione dei sapori locali. Connessioni, smart working, south working, investimento tecnologico sono elementi indispensabili per rendere attraente il nostro Mezzogiorno restituendogli vitalità e futuro.</p>
<p><strong><em>Veniamo all’industria. Dici automotive, dici altra crisi industriale per il Sud. ANFIA, l’Associazione Nazionale Associazione Nazionale della Filiera Industria Automobilistica, denuncia una riduzione di oltre 4,6 miliardi di euro il Fondo automotive nella prossima Legge di Bilancio. Un errore non sostenere la transizione del comparto con aiuti di Stato?</em></strong></p>
<p>Innanzitutto una premessa: non c’è sviluppo per il Sud senza un&#8217;industria forte, consolidando quello che già di buono c’è e che, nonostante le ridotte dimensioni, non solo ha resistito alle lunghe crisi ma si è rivelato competitivo nelle sue specializzazioni. Oggi l’automotive non è più a Torino, ma nel Mezzogiorno con una produzione di quasi il 90% degli autoveicoli nazionali. Abbandonarlo a sé stesso, senza sostenerlo nella transizione, è un atto scellerato anche perché si rischia di disperdere non solo il capitale economico ma quello umano. Sarebbe una ecatombe.</p>
<p><strong><em>Due anni fa aveva lanciato l’appello “non disuniamoci” in riferimento all’autonomia differenziata. Secondo lei cosa accadrà dopo lo stop della Consulta?</em></strong></p>
<p>In merito alla legge Calderoli, la Corte Costituzionale ha lanciato un segnale forte sia dichiarandone l’incostituzionalità, sia sostanzialmente accogliendo tutte le obiezioni che abbiamo fatto in questi anni certificando quanto si tratti di un provvedimento iniquo, che disunisce e rende più fragile il Paese peggiorandone complessivamente i servizi. A questo punto non resta che fermarsi. Mutilata com’è dalla Corte costituzionale, la legge non consente di proseguire le trattative con le Regioni. Va preso atto che il modello proposto era sbagliato. Si potrebbe ripartire lavorando a un’attuazione ordinata e simmetrica di federalismo fiscale, basato sulla solidarietà, cosa che peraltro ha ribadito con chiarezza il cardinale Zuppi nostra nella nostra presentazione rimarcando che non c’è sviluppo senza solidarietà, attenzione agli ultimi, valorizzazione delle differenze e corresponsabilità nella promozione del bene comune.</p>
<p><strong><em>Il Cardinale Zuppi ha scelto le sue parole chiave per gli anni a venire: sobrietà e serietà. Quali sono, a suo avviso invece, le parole sulle quali possiamo ri-edificare il nostro futuro come Paese?</em></strong></p>
<p>Senz&#8217;altro competitività e coesione cui aggiungerei la solidarietà, quella sensibilità verso gli altri da sempre radicata nella cultura del nostro Paese tanto da essere finanche riconosciuta nella Costituzione italiana tramite l’articolo 2 ed essere ricompresa tra i diritti inviolabili dell’uomo.</p>
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		<title>VIESTI: «No alla frammentazione del Paese»</title>
		<link>https://www.costozero.it/viesti-no-alla-frammentazione-del-paese/</link>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 13:36:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L’autonomia differenziata è una grande questione politica, che riguarda tutti gli italiani. È serio il rischio di creare cittadini differenziati sulla base del loro certificato di residenza ma non se ne parla volutamente. Si pensi che il documento del Dipartimento per gli affari regionali, che individua le 500 funzioni che sarebbero teoricamente trasferibili alle Regioni, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_10749" style="width: 284px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-10749" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti.jpg" alt="" width="284" height="189" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2023/03/viesti-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 284px) 100vw, 284px" /><figcaption class="wp-caption-text">Gianfranco Viesti, economista</figcaption></figure>
<p><strong>L’autonomia differenziata è una grande questione politica, che riguarda tutti gli italiani. È serio il rischio di creare cittadini differenziati sulla base del loro certificato di residenza ma non se ne parla volutamente. Si pensi che il documento del Dipartimento per gli affari regionali, che individua le 500 funzioni che sarebbero teoricamente trasferibili alle Regioni, non è disponibile sul sito. Non si vuole, evidentemente che gli italiani capiscano di che cosa si tratta</strong><span id="more-12282"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Professore, ad agosto scorso la Camera ha approvato il disegno di legge sull&#8217;autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, cui ha fatto seguito il ricorso di alcune di queste &#8211; Puglia, Sardegna, Toscana e Campania &#8211; e, in parallelo, il raggiungimento delle 500mila firme per indire il referendum abrogativo. Cosa è lecito aspettarsi ora?</strong></em></p>
<p>Il quadro è molto articolato: la raccolta firme per il referendum abrogativo si è conclusa a fine settembre con un numero di firme molto importante (in soli due mesi sono state raccolte&nbsp; un milione e mezzo di firme tra cartacee e online, ndr). Successivamente, bisognerà attendere le decisioni della Corte Costituzionale sui ricorsi delle Regioni e sull&#8217;ammissibilità del referendum. Ancora, c&#8217;è l&#8217;iniziativa della Regione Veneto e altre per siglare le intese già sulle materie non LEP (il Veneto ha chiesto maggiore autonomia in nove materie &#8220;non Lep&#8221;: Organizzazione della giustizia di pace; Rapporti internazionali e con l&#8217;Ue della Regione; Commercio con l&#8217;estero; Professioni; Protezione civile; Previdenza complementare e integrativa; Coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; Casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; Enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale, ndr). Vedremo via via come si concluderanno queste fasi.</p>
<p><em><strong>Rispetto all’eventuale referendum abrogativo della nuova legge sull’autonomia differenziata, il ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli ritiene sarebbe inammissibile. Concorda con questa posizione?</strong></em></p>
<p>Non sono un giurista, ma credo che la stragrande maggioranza dei giuristi italiani costituzionalisti abbia una posizione diversa rispetto a quella espressa dal ministro Calderoli. Esistono ottimi motivi per cui la Corte potrebbe giudicare ammissibile il referendum e il punto è che da parte del Ministro, viste le difficoltà recenti, anche all&#8217;interno della maggioranza è in corso un&#8217;offensiva mediatica volta a rinserrare le fila dei sostenitori dell&#8217;autonomia differenziata, cui sta dando una mano importante anche il professor Cassese. Ma credo che la Consulta abbia ogni serenità per decidere al meglio su questi temi così complessi.</p>
<p><em>Lei in passato aveva immaginato sì un referendum, ma confermativo da parte dell’intero corpo elettorale. Sarebbe stata una strada più semplice o preferibile?</em></p>
<p>Il referendum possibile sull&#8217;autonomia differenziata è solo quello abrogativo. Altri pronunciamenti non avrebbero alcun valore e dunque si tratta di un percorso difficile, perché il referendum abrogativo richiede un quorum pari alla maggioranza più uno degli iscritti nelle liste elettorali compresi tutti gli italiani che stanno all&#8217;estero.</p>
<p>Il valore reale di questo referendum ritengo sia però innanzitutto nella mobilitazione politica che sta determinando, cioè nella circostanza che tanti italiani alla fine stanno capendo che cos&#8217;è l&#8217;autonomia differenziata, perché è una secessione dei ricchi e quanti problemi può provocare all&#8217;intero Paese.</p>
<p><em><strong>Secondo lei ci sono aspetti fin qui trascurati nel dibattito sull’autonomia, che invece, sarebbe necessario indagare?</strong></em></p>
<p>Il punto centrale e molto trascurato della discussione sull&#8217;autonomia differenziata sono le richieste di competenze da parte delle Regioni, ovvero l&#8217;elemento più importante.</p>
<p>Le Regioni infatti chiedono di diventare delle Regioni Stato, con poteri pari a quelli degli Stati sovrani. Una situazione che non esiste in nessuna parte del mondo, peraltro in regioni come quella italiane nelle quali c&#8217;è l&#8217;elezione diretta del Presidente e dunque avremo dei premier regionali con poteri estesissimi. Le richieste delle Regioni hanno pochissimo fondamento, non è mai stato spiegato perché quella Regione richieda quella specifica competenza o perché dovrebbe essere più efficiente se gestita a livello locale. Che cosa succede al sistema delle politiche italiane in quella materia?</p>
<p>C&#8217;è un velo di ignoranza su tutti questi aspetti, che non è casuale. Si pensi che il documento del Dipartimento per gli affari regionali, cioè del Ministro Calderoli, che individua le 500 funzioni che sarebbero teoricamente trasferibili alle Regioni, non è disponibile sul sito.</p>
<p>Non si vuole, evidentemente che gli italiani capiscano di che cosa si tratta.</p>
<p><em><strong>Quali, invece, restano per lei i risvolti più temibili del ddl Calderoli?</strong></em></p>
<p>I risvolti più temibili sono sempre gli stessi. Da un lato, lo spezzettamento dell&#8217;Italia in tante repubblichine quasi indipendenti, in regioni dotate di potere estesissimo e quindi la rottura nelle grandi politiche pubbliche dell&#8217;ambiente, dell&#8217;energia, della scuola, della sanità. Un Paese che si frantuma e diventa un Paese Arlecchino. Dall&#8217;altro, la possibilità che le Regioni più forti ricevano maggiori risorse per far fronte a queste competenze e che quindi si generino difficoltà nella gestione del debito pubblico e che ci siano degli effetti negativi per le regioni più deboli.</p>
<p><em><strong>Un’ultima domanda: esistono rischi per i conti pubblici? Quanto costerà l’autonomia differenziata al Paese?</strong></em></p>
<p>Certo che esistono enormi rischi per i conti pubblici perché il Ministro dell&#8217;economia potrebbe disporre di un gettito fiscale molto minore per far fronte al debito e per far fronte ai servizi pubblici del resto del Paese, questo perché le regioni ad autonomia differenziata tratterebbero una quota del gettito fiscale delle tasse statali sul proprio territorio. Il punto è che queste regioni sono molto grandi, a partire dalla Lombardia, e quindi queste cifre potrebbero essere significative.</p>
<p>Non disponiamo di nessuna stima affidabile perché l&#8217;importo di queste risorse dipende moltissimo dalle competenze che saranno concesse.</p>
<p>Questo ci ricorda però un punto decisivo, e cioè che la chiave economica dell&#8217;autonomia differenziata non sta nei LEP, ma nel fatto che le Regioni si finanzierebbero solo attraverso un&#8217;aliquota di compartecipazione al gettito di imposte nazionali quindi con una totale irresponsabilità da parte della politica regionale nell&#8217;acquisire queste risorse.</p>
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		<title>D&#8217;AMICO: «LAVORIAMO AL FUTURO DELL’ECCELLENZA ALIMENTARE»</title>
		<link>https://www.costozero.it/damico-lavoriamo-al-futuro-delleccellenza-alimentare/</link>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2024 12:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[agroalimentare]]></category>
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		<category><![CDATA[Diploma di Tecnico Superiore]]></category>
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		<category><![CDATA[ITS Te.La.]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il 23 settembre si terranno le selezioni per il corso Food Marketing 2.0. Per il presidente della Fondazione ITS Te. La. Sabato D’Amico «Il futuro del Made in Italy alimentare è legato alla sua capacità di innovare soprattutto grazie a capitale umano altamente specializzato. La nostra offerta formativa va dritta in questa direzione» &#160; Presidente [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_12081" style="width: 515px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-12081" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico.png" alt="" width="515" height="343" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico.png 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico-300x200.png 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico-768x512.png 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico-600x400.png 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico-360x240.png 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/07/damico-272x182.png 272w" sizes="(max-width: 515px) 100vw, 515px" /><figcaption class="wp-caption-text">Sabato D&#8217;Amico, presidente Fondazione ITS Te.La.</figcaption></figure>
<p><strong>Il 23 settembre si terranno le selezioni per il corso Food Marketing 2.0. Per il presidente della Fondazione ITS Te. La. Sabato D’Amico «Il futuro del Made in Italy alimentare è legato alla sua capacità di innovare soprattutto grazie a capitale umano altamente specializzato. La nostra offerta formativa va dritta in questa direzione»</strong><span id="more-12080"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Presidente D’Amico, siamo quasi al giro di boa del corso numero uno &#8211; quello Agri-Food Tech 4.0 &#8211; promosso e attivato dalla Fondazione ITS TE.LA.. lo scorso ottobre. È possibile tracciare un primo, parziale, bilancio? Sul campo quali criticità sono emerse?</strong></p>
<p>Abbiamo avviato le attività formative per i 25 allievi di questo primo corso il 30 ottobre 2023 e già realizzato circa 650 delle 2000 ore di attività, tra formazione frontale, on the job, project work, attività di laboratorio e visite didattiche sia presso le aziende, sia a manifestazioni di settore. I ragazzi iniziano adesso la prima fase di stage, 200 ore che saranno importanti per “vivere dall’interno l’azienda”, entrando in contatto diretto con le aree produttive e con i vari reparti di una impresa, esperienza fondamentale non solo per sperimentare sul campo quanto appreso, ma anche per far emergere attitudini utili per il matching di fine corso, quello che dovrà orientare maggiormente verso il placement. Ci riteniamo molto soddisfatti di come stiamo procedendo, anche se possiamo migliorarci, tenuto conto che a tutti gli effetti siamo una start up. Penso che, finora, siamo riusciti a mettere in campo un percorso di spessore, per la qualità delle docenze e dei contenuti formativi e per le attività di accompagnamento ed esperienziali, che stanno rendendo molto concreta l’esperienza d’aula. I docenti di molti moduli sono professionisti del settore o tecnici delle imprese socie della <span style="color: #339966;"><a style="color: #339966;" href="https://itstela.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Fondazione ITS TE.LA.</strong></a>,</span> che hanno trasferito ai ragazzi la conoscenza diretta di come stare in azienda e in aggiunta, in più di una occasione, le sessioni formative si sono svolte direttamente presso gli stabilimenti, secondo lo schema <em>learning by doing</em>, al fine di massimizzare il collegamento tra teoria e pratica, nodo focale dei percorsi ITS. Ad avvio del corso uno dei fattori di criticità emerso è stata l’elevata eterogeneità della composizione d’aula: per la provenienza dei diversi profili formativi, per la difformità di età tra i vari ragazzi, per le esperienze pregresse e altro. Attraverso i moduli di <em>soft skills</em> focalizzati su leadership, comunicazione, problem solving e con l’innesto di periodiche sessioni di orientamento &#8211; curate da una coach esperta di tali tipologie di corsi e da una psicologa del lavoro – abbiamo insistito su queste condizioni apparentemente di svantaggio, rendendole in alcuni casi un fattore di forza che ha potenziato il confronto costante in aula. Sono emerse delle differenze nelle conoscenze e competenze possedute e maturate dai ragazzi durante questi primi mesi, ma su questo si continuerà a lavorare, anche in termini di consapevolezza degli studenti riguardo alle proprie attitudini.</p>
<p><strong>Come si distingue l’ITS TE.LA. rispetto ad altri percorsi di studi post diploma?</strong></p>
<p>Il percorso formativo &#8211; gratuito per i partecipanti &#8211; ha durata biennale e rilascia un titolo riconosciuto, ossia un Diploma di Tecnico Superiore che corrisponde al ‘‘5° livello EQF’’/Quadro Europeo delle Qualifiche, un sistema che certifica in maniera universalmente riconosciuta i livelli raggiunti in termini di conoscenze, abilità e competenze. Per dare un parametro di raffronto, il Diploma di Scuola Superiore corrisponde al 4° livello EQF, la Laurea triennale al 6° e la magistrale al 7°.</p>
<p>Elemento caratterizzante dell’ITS é una didattica basata sulla pratica, ma soprattutto progettata ed erogata in sintonia con le aziende. Il percorso nasce infatti per rispondere alla richiesta di specifiche competenze fortemente ricercate dalle imprese della filiera agroalimentare del territorio, che per la maggior parte sono soci fondatori dell’ITS TE.LA. Gli ITS costituiscono pertanto un modello didattico innovativo per la formazione di figure “super tecniche”, in grado di presidiare la gestione operativa dei processi aziendali. La formazione si svolge per oltre il 35% della durata in azienda (700 ore, tra stage sul campo, laboratori, esercitazioni pratiche, visite aziendali e project work) e ben oltre il 50% dei docenti proviene dal mondo del lavoro. Lo scopo è proprio quello di mettere immediatamente in pratica le conoscenze acquisite e formare figure specializzate in base alle reali necessità delle aziende. Il percorso mira dunque a garantire un’elevata occupabilità dei propri diplomati: circa il 90% degli studenti che conseguono il titolo trova un’occupazione lavorativa entro un anno. In aggiunta, qualora il giovane intenda proseguire gli studi universitari, si vedrà riconosciuti dei crediti formativi per il Diploma di Tecnico Superiore conseguito con l’ITS.</p>
<p><strong>Ritiene sufficienti le attuali risorse economiche messe in campo dalle Istituzioni, Governo e Regione? Rendere permanenti i finanziamenti sarebbe una misura utile per far crescere in modo significativo e strutturale i numeri degli ITS Academy?</strong></p>
<p>Questo tema è, purtroppo, la nota dolente dell’esperienza che stiamo sperimentando con l’ITS TE.LA: la Fondazione è stata costituita nel luglio 2022 e, solo da poche settimane, abbiamo ricevuto la prima tranche di finanziamento regionale sul primo dei tre corsi, mentre manca completamente l’assegnazione delle risorse sulla fase di start up. Abbiamo affrontato le spese d’avvio utilizzando il capitale sociale costituito con le quote private dei soci fondatori e chiedendo un particolare sforzo alla rete dei partner della Fondazione. Per rendere efficiente e strutturale la gestione degli ITS Academy è necessaria una regolarità di trasferimento di fondi, al pari delle modalità di finanziamento di componenti del sistema educativo di istruzione e formazione, quali scuole e università. Questo permetterebbe una programmazione regolare, ma anche una legittimazione e un riconoscimento degli ITS quali organismi di formazione terziaria professionalizzante. Altro aspetto fondamentale, su cui il nostro Sistema Paese dovrebbe investire con massicce campagne informative e di orientamento, è <strong>la conoscenza degli ITS</strong>, che restano ancora poco noti da studenti e famiglie. Tanti giovani prossimi al diploma vivono l’incertezza di scegliere il percorso giusto da intraprendere per il proprio futuro e, purtroppo, gli ITS continuano a non rientrare tra le alternative possibili per mancanza di conoscenza.</p>
<p><strong>A settembre partirà il secondo corso dell’ITS TE.LA. A chi è rivolto e quali profili professionali formerà?</strong></p>
<p>Abbiamo aperto il bando di partecipazione al corso Food Marketing 2.0 che resterà aperto <strong>fino al 19 settembre</strong>. Le selezioni si terranno il prossimo 23 settembre per entrare in aula il 30. Come per tutti i corsi ITS, potranno partecipare alle selezioni giovani e adulti &#8211; tra i 18 e 35 anni &#8211; in possesso di diploma di scuola secondaria superiore e, speriamo, particolarmente affascinati dal settore food. Il profilo in uscita è uno specialista di marketing che opera per la valorizzazione del <strong>Made in Italy</strong> con competenze relative al controllo qualitativo dei processi e dei prodotti della filiera agroalimentare, garantendone la conformità agli standard nazionali e comunitari. Con le competenze acquisite, il profilo sarà non solo un esperto di marketing digitale, specializzatosi attraverso l’utilizzo delle più moderne piattaforme &#8211; dai social media al metaverso &#8211; ma avrà anche abilità specifiche nelle attività di vendita per il mercato italiano ed estero, attraverso la conoscenza di innovative tecniche per la gestione efficace del cliente. Siamo sicuri che i ragazzi, con questa specializzazione, saranno in grado di inserirsi nelle aziende che producono, trasformano e distribuiscono prodotti dell’intero ciclo della filiera agroalimentare.</p>
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		<title>Giuseppe Rinaldi, in ricordo di un uomo tenace</title>
		<link>https://www.costozero.it/giuseppe-rinaldi-in-ricordo-di-un-uomo-tenace/</link>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 10:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Raffaella Venerando]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[l'opinione]]></category>
		<category><![CDATA[giffoni valle piana]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe rinaldi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Va via un uomo di altri tempi che però lascia in dote alla sua famiglia e ai suoi collaboratori un Gruppo aziendale dai solidi valori &#160; &#160; Si sono celebrati ieri nella chiesa della SS. Annunziata Santuario della Spina Santa i funerali solenni di Giuseppe Rinaldi fondatore della Rinaldi Group una delle più importanti aziende [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_11879" style="width: 309px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-11879" src="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi.jpg" alt="" width="309" height="206" srcset="https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi.jpg 900w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi-300x200.jpg 300w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi-768x512.jpg 768w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi-600x400.jpg 600w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi-360x240.jpg 360w, https://www.costozero.it/csz/wp-content/uploads/2024/04/rinaldi-272x182.jpg 272w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" /><figcaption class="wp-caption-text">Giuseppe Rinaldi, fondatore Rinaldi Group</figcaption></figure>
<p><strong>Va via un uomo di altri tempi che però lascia in dote alla sua famiglia e ai suoi collaboratori un Gruppo aziendale dai solidi valori</strong><span id="more-11878"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si sono celebrati ieri nella chiesa della SS. Annunziata Santuario della Spina Santa i funerali solenni di <strong>Giuseppe Rinaldi</strong> fondatore della <span style="color: #000080;"><a style="color: #000080;" href="https://www.rinaldigroup.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rinaldi Group</strong></a></span> una delle più importanti aziende del tessuto imprenditoriale della provincia di Salerno.</p>
<p>Una grande perdita per la comunità tutta, un uomo che ha dedicato la sua vita alla famiglia, al lavoro, all&#8217;azienda, ai suoi dipendenti e collaboratori iniziando da zero in un territorio che non offriva speranze di un futuro radioso ma, forte della sua tenacia e determinazione, ha costruito passo dopo passo un grande Gruppo oggi è giunto alla sua terza generazione.</p>
<p>Giuseppe Rinaldi era un uomo di umili origini, che da solo ha creduto nella forza delle sue idee e ha faticato per dare forma ai suoi sogni.</p>
<p>Da un piccolo seme piantato oltre 60 anni fa è germogliato un albero rigoglioso che, grazie a radici profonde, è diventato uno tra i gruppi aziendali, produttori di materassi, più importanti d’Italia.</p>
<p>Ci piace ricordarlo ripercorrendo la sua storia segnata da date importanti che coincidono con momenti che hanno segnato un&#8217;era destinata a lasciare il segno nel tempo, la stessa che oggi é preziosa eredità per le future generazioni e per il territorio giffonese da cui proviene che la quasi totalità della sua forza lavoro.</p>
<p>Partiamo dal 1964:&nbsp; senza un soldo in tasca e con tante ambizioni ancora acerbe, Giuseppe incontró colui che di lì a poco sarebbe diventato suo socio, nell’attività ventennale della vendita di materassi.</p>
<p>Il tutto nasce come una scommessa. “Andava venduta una partita&nbsp;di materassi residua e si tuffó in quella nuova avventura”. Nasceva</p>
<p>così la Siriflex.</p>
<p>Giuseppe Rinaldi intraprese il suo personale viaggio. Il fumo di scarico maleodorante del furgone alle primissime luci dell’alba sostituisce il profumo speziato dei suoi amati capi sartoriali e le giornate iniziano a susseguirsi senza sosta, su e giù per lo Stivale.</p>
<p>Con spiccata dote per gli affari, forte intuito commerciale e grande abilità “di farsi sempre ben i conti”, avveduto, ma non timoroso, Giuseppe Rinaldi, consolida la posizione lavorativa facendo leva sugli introiti per ampliare un patrimonio immobiliare, case, terreni e proprietà, come a voler costruire, mattone su mattone, ettaro dopo ettaro, un tesoro da cui partire. Come una formula matematica precisa, prevedibile e ragionata, Giuseppe Rinaldi ha sempre raccontato di un’attività commerciale, quella della vendita dei materassi che se, da un lato, rispondeva alla domanda del momento con un prodotto, allora, povero, aveva come fine quello di foraggiare un patrimonio di risorse che avrebbe di certo, in seguito, sostenuto progettualità più importanti.</p>
<p>Nel 1965 nasce la famiglia Rinaldi a seguito del matrimonio con l&#8217;adorata moglie Elisabetta e di lì a poco con la nascita dei tre figli Stefania &#8211; oggi vicepresidente di Confindustria Salerno con <strong>delega alla formazione, internazionalizzazione e passaggio generazionale &#8211;</strong> Piero e Dino.</p>
<p>Vita e lavoro, divertimento e passione, rumore e fatica, sudore e soddisfazione si delineano come le traiettorie di una storia simile a tante altre storie di provincia. Ma, Giuseppe Rinaldi, conosciuto, stimato e apprezzato diventa quel Peppiniell’ dalla salda reputazione, quella stessa per la quale Don Peppino oggi e per sempre sarà ricordato come uomo onesto e grande lavoratore, elegante e di un’ilarità&nbsp; vivida.</p>
<p>Nel1984 una ventata di ottimismo, l’assennata consapevolezza di voler costruire qualcosa di nuovo, di più grande, fertilizzata dall’affetto, dalla stima e dalla grande fiducia della sua famiglia, lo spingono a fondare la Valflex, produzione e vendita di materassi; si delinea così la rinascita.</p>
<p>Nel 1997 si registra l’ingresso ufficiale in azienda della nuova generazione, Giuseppe Rinaldi segue e incoraggia, spronandoli, i figli alla costruzione di qualcosa di più grande, di più importante, cogliendo le grandi opportunità offerte dal cambiamento degli scenari.</p>
<p>La quartina di elezione è all’azione: Giuseppe, Stefania, Piero e Dino prendono l’azienda dalle fondamenta e ne cementano le basi: prodotti, linee e gamme in continua espansione, ampliamento delle capacità produttive, potenziamento dei processi, informatizzazione e automazione, diventano le principali risorse cui attingere, con una sensibile attenzione alla costruzione della squadra di collaboratori.</p>
<p>Nel 2007 con una donazione anticipata e volontaria, Giuseppe Rinaldi si defila ufficialmente, restando il cuore e l’anima dell’azienda, ma lasciando la piena operatività e responsabilità ai figli, con queste parole: «Lascio ai miei figli il palcoscenico. Ho fiducia nei miei figli, perché io li ho guidati e portati con la mano, da sempre; e da lì mi son divertito a fare finta di dormire, quando mi son accorto che potevo farlo perché i miei figli erano ormai all’altezza della situazione».</p>
<p>La Valflex da snc passa a srl confermando con il cambio di denominazione una generale e pervasiva trasformazione dell’azienda, pronta a lanciarsi nelle&nbsp;sfide pre e post crisi che affronterà l’ormai Rinaldi Group, dal 2011.</p>
<p>Giuseppe Rinaldi Peppiniell’, Don Peppino, contempla in sé tutte le figure tipiche di una storia leggendaria, portando con se l’inossidabile sorriso incondizionato dell’infanzia, la spregiudicata irriverenza della giovinezza, l’energia disarmante di un uomo impegnato e appassionato, inaspettatamente moderno, che con schietta e ilare onestà, lascia ai suoi cari quello che forse ritiene il più importante dei segreti di una ricetta di successo: «la vita va vissuta lavorando e divertendosi al tempo stesso; questo significa saper campare».</p>
<p>Viene ricordato sulla pagine dei social, sui manifesti e nelle parole di quanti hanno lasciato un messaggio di cordoglio, come un grande uomo che ha guidato la sua nave verso mete importanti, senza mai mollare, con tenacia, determinazione e sempre con il suo contagioso sorriso, affrontando le difficoltà un passo alla volta e anteponendo a tutto il bene della sua azienda, dei suoi dipendenti e collaboratori.</p>
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