«BASTA INSEGUIRE L’EMERGENZA»

Per l’economista Francesco Saraceno vanno ricomposte le differenze nazionali in ragione di un interesse generale europeo. Una scelta di campo non più rinviabile: «Dobbiamo sapere che se non si riesce ad andare oltre le divergenze e le priorità dei singoli Stati membri, la competizione con il resto del mondo sarà del tutto impari per l’Europa e per il nostro Paese»

 

 

Professore, che Europa e che Italia restituiscono le previsioni economiche autunnali in merito a crescita del Pil e inflazione?

Europa e Italia sono accomunate dallo stesso stato di salute precario. Le previsioni di crescita per il 2025 sono state riviste al ribasso per fattori congiunturali connessi alla guerra commerciale, alla politica protezionistica di Trump e, più in generale, per l’incertezza geopolitica che ovviamente non giova alla tenuta economica.

Ma il deficit di crescita del nostro Continente viene da lontano. Come mostra il rapporto Draghi, infatti, la nostra incapacità di generare produttività e crescita è strutturale.

E in questa Europa che arranca, l’Italia – non da oggi, ma dal 1999 – performa molto meno della media della zona euro.

Le nuove stime della Commissione Europea non sono incoraggianti per l’Italia: se quest’anno l’Italia fa meglio (+0,4% nelle previsioni) solo di Finlandia (+0,1%) e Germania (+0,2%), nel 2026 saremo penultimi per crescita economica e nel 2027 ultimi in UE, con una crescita del Pil reale prevista allo 0,8%.

La crescita cumulata 2026-2027 sarà quindi la più bassa di tutta Europa. Le transizioni ecologica e digitale, in questo scenario, lungi dall’essere un freno alla crescita, sono l’unica speranza per acquisire quell’autonomia strategica di cui l’Europa ha bisogno per rilanciare la crescita e mantenere una rilevanza nello scacchiere internazionale.

Perché l’occasione non vada perduta, occorre riformare in profondità le istituzioni di governance dell’Unione Europea, così da consentire politiche industriali e investimenti all’altezza delle sfide che ci attendono.

La legge di bilancio per il 2026 potrebbe contribuire a migliorare in qualche modo questa situazione per il nostro Paese?

A parere mio no, e questo è il mio principale rilievo alla manovra finanziaria in fieri.

Anche i nodi italiani sono di lungo periodo, di certo preesistenti al governo in carica che però – oramai a tre anni dal suo insediamento – non sembra mostrare una visione corale e coerente di Paese e del futuro, un progetto di crescita che individui i settori e le imprese sulle quali investire perché diventino il motore della crescita. Difettiamo di progettazione e da tempo. Cosa vogliono i nostri governanti?

A cosa vogliono che assomigli l’Italia fra vent’anni? La Cina i suoi vantaggi competitivi odierni li ha costruiti non oggi, ma a partire dal 2005.

Anche gli Usa, sia pure in misura minore, hanno dato prova di questa capacità di elaborare politiche industriali di lungo respiro; l’eccezione siamo noi, italiani ed europei, che viviamo invece nell’inseguire l’emergenza.

Tornando all’Europa, le regole commerciali condivise sembrano sempre più in bilico, ad oggi qual è lo stato della competizione internazionale?

Il vecchio mondo delle regole condivise è effettivamente sotto scacco. Assistiamo ad un’autentica riconfigurazione dei rapporti di forza geopolitici data dall’ascesa della Cina, cui gli Usa – con politiche industriali e guerre commerciali – in qualche modo stanno provando a rispondere, anche tenuto conto che la Cina di oggi non produce più soli beni di basso costo, ma soluzioni tecnologiche avanzate.

Se non vogliamo dunque finire schiacciati nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina, è necessario che l’Europa si attrezzi, decidendo quale ruolo giocare in questa partita. Scene poco edificanti come quelle consumatesi nel corso delle negoziazioni su misure significative e politicamente sensibili come il Green Deal o, ancora, se pensiamo all’accordo umiliante imposto alla Commissione Europea da Donald Trump sui dazi, non possono e devono più verificarsi. Vanno ricomposte le differenze nazionali – oggi fin troppo divisive – in ragione di un interesse generale europeo.

Si tratta di una scelta di campo non più rinviabile. Dobbiamo sapere che se non si riesce ad andare oltre le divergenze e le priorità dei singoli Stati membri, la competizione con il resto del mondo sarà del tutto impari per l’Europa e quindi per nostro Paese.

Ma cosa ne è stato del Rapporto Draghi e, prima ancora, di quello a firma Letta? Quale dovrebbe essere, per lei, l’agenda concreta perché l’Europa torni protagonista, in particolare per consentire politiche industriali e investimenti all’altezza delle sfide che ci attendono?

Ambedue i documenti hanno il merito di indirizzare e spingere verso una migliore politica comune perché è solo restando – o forse diventando finalmente – una e unita che l’Europa può trovare un cammino di ripresa. Al momento però sono del tutto inattuati, sempre a causa di quegli egoismi nazionali che stanno condannando il nostro Continente all’irrilevanza.

Ora che il dollaro è debole, l’euro potrebbe giocare un ruolo come valuta di riserva o come bene rifugio alternativo?

Potrebbe, sì, senz’altro potrebbe. Sono due gli elementi che consentono ad una moneta di aspirare a essere una valuta di riserva.

Il primo è la sua liquidità, quanto è facile scambiarla. Su questo punto siamo molto lontani dall’emissione di eurobond comuni per condividere il rischio, al momento utilizzati solo per finanziare il piano NextGeneration Eu e in parte gli aiuti all’Ucraina. La seconda condizione necessaria è l’esistenza di un’economia dinamica, innovativa, capace di fare da traino. E siamo indietro di molto anche su questo.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è recentemente espresso a favore della creazione di un’unica borsa valori europea, sottolineando che la frammentazione su base nazionale continua a ostacolare gli investimenti nell’UE. Perché sarebbe così importante completare l’unione bancaria?

Sarebbero utili e necessari sia un mercato azionario integrato, sia uno obbligazionario e, ambedue questi strumenti sarebbero alla nostra portata se solo ci fossero una reale volontà politica in questa direzione e un debito comune, con l’emissione di eurobonds.

Non sono molto fiducioso al riguardo, però, nonostante le potenti leve che pure abbiamo in Europa: penso al nostro sistema educativo tra i migliori al mondo, o alla ricerca di base che fa registrare numeri impressionanti, anche se al momento non è messa al servizio di un piano di lungo periodo tanto da incrementare paradossalmente la «fuga dei cervelli».

Il nostro Paese resta non sufficientemente attrattivo per i migliori, che troppo spesso decidono di emigrare. La responsabilità è, a mio avviso, ancora una volta di una leadership politica miope che non è capace di creare le condizioni per convincerli a non partire.

Quando lei dice l’Europa è a un bivio, le opzioni quali sono? Scegliere tra l’irrilevanza o tornare a essere un attore globale stabile?

Sì, se non riusciamo a rimanere un’economia avanzata, finiremo per seguire gli altri. Inevitabilmente. Una strada potrebbe essere quella di fare business con il Colosseo, con le rendite turistiche. Ma un’economia basata sulla rendita, che sia il petrolio o il turismo, è destinata a non crescere e ad avere disuguaglianze crescenti. Per un Continente che ha una storia economica come quella europea sarebbe una fine un po’ ingloriosa.

La riottosità a integrarsi su difesa, sicurezza, migrazioni e su tanti aspetti cruciali in questo caso non dipende solo dalla farraginosità di Bruxelles, ma soprattutto dalla scarsa lungimiranza dei Paesi membri.

Quale politica europea, infine, potrebbe essere utile al nostro Mezzogiorno?

Il punto focale del mio ragionamento qui è la necessità non più rinviabile di una politica industriale europea, politica che poi ciascun paese dovrebbe declinare per se stesso.

Avremmo bisogno di uno sviluppo dei mercati finanziari, della capacità di mobilitare i risparmi, di incentivi per le imprese perché ogni Paese possa sviluppare le sue attività più redditizie.

Una volta decisi i settori su cui puntare, andrebbero poi destinate loro risorse congrue, non solo finanziarie. A quel punto sarebbe logico e naturale – ad esempio – realizzare impianti solari non in Svezia, ma nel nostro Sud Italia, la cui posizione geografica è invidiabile non solo per l’energia ma anche per i traffici marittimi.

Dobbiamo liberarci dallo spettro della gestione calamitosa del debito sovrano greco. Da lì, l’Europa si è avvitata in un clima di sfiducia reciproca e di egoismi personali di cui oggi ancora paghiamo dazio nel pianificare la crescita futura del Continente.